Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  ottobre 21 Martedì calendario

YAMAMOTO Yohji Yokohama (Giappone) 3 ottobre 1943. Stilista • Diplomato nel 1966 all’università di Keio a Tokyo, comincia ad aiutare la madre sarta (vedova del marito morto nella seconda guerra mondiale) nel lavoro di vestire le donne del suo quartiere

YAMAMOTO Yohji Yokohama (Giappone) 3 ottobre 1943. Stilista • Diplomato nel 1966 all’università di Keio a Tokyo, comincia ad aiutare la madre sarta (vedova del marito morto nella seconda guerra mondiale) nel lavoro di vestire le donne del suo quartiere. A partire dal ”69, anno in cui si diploma alla scuola per stilisti Bunkafukuso Gakuin a Tokyo, riceve (e continua a ricevere) premi e riconoscimenti per il suo operato nel campo della moda giapponese. La sua prima collezione Y’s risale al 1977 a Tokyo, la prima a Parigi al 1981, dove si presenta assieme a Rei Kawakubo (la sua compagna di allora e la futura creatrice delle sempre molto sperimentali collezioni di Comme des Garçons) e nel 1982 la Yohji Yamamoto Collection (ancora solo femminile) è a New York. Nel 1984 debutta Yamamoto Uomo a Parigi. Nel 1990 crea i costumi per Madame Butterfly di Puccini all’Opéra di Lyon, nel ’93 per Tristano e Isotta di Wagner a Bayreuth. Nel ”95 debutta la linea +noir, nel ”96 il profumo Yohji. Nel ”98 a Pitti Immagine a Firenze riceve il premio «Arte e moda», nel ”99 il premio internazionale del Council of Fashion Designers of America a New York. Nel ”99 realizza anche i costumi per l’opera Life di Ryuchi Sakamoto. Nel 2000 crea i costumi per Aniki di Takeshi Kitano, alleanza artistica che continua in Dolls (2002) e Zatoichi (2003, supervisione dei costumi). Nel 2002 pubblica Talking to Myself per cui ottiene la medaglia di bronzo per «il libro più bello del mondo» al Salone del libro a Lipsia nello stesso anno. Sempre nel 2002 espone alla Maison Européenne de la Photographie a Parigi May I help you, mostra che poi si sposta al Hara Museum of Contemporary Art a Tokyo (e.r., ”il manifesto” 18/5/2005). «[...] ama utilizzare personaggi del mondo della cultura per le sue sfilate maschili [...] nel febbraio ”91 erano sfilati videomaker, attori e registi per la imminente stagione ”92/’93, tra cui anche Samuel Fuller, presenza autorevole ed elegante che appariva con nonchalance - non senza il suo sigaro in bocca - nei grandi maglioni di lana sulla passerella nello show room della sede parigina in rue Saint-Martin al numero 153 a pochi passi dal Beaubourg. [...] A cosa si ispira Yohji Yamamoto? ” qualcosa che fuoriesce dal mio inconsci [...] se riuscissi a formularlo, che bisogno avrei di creare i miei abiti? Essi rispecchiano molto di me stesso, la mia interiorità”. Rispecchiano anche però le linee essenziali e semplici che avevano certi abiti nelle epoche del passato, soprattutto a cavallo tra Ottocento e Novecento [...] Nel film Carnet de notes sur vêtements et villes (Appunti per moda e città) realizzato da Wim Wenders nel 1990 sul mondo in cui nasce la produzione di Yamamoto [...] egli non a caso cita un libro di fotografie di August Sander (Menschen im 20. Jahrhundert - Uomini e donne del 20° secolo [...]), pieno di ritratti a persone di varia estrazione sociale, un vero e proprio studio sociologico della Germania degli anni venti, e lo indica come un suo punto di riferimento importante per la funzionalità e la portabilità dei suoi abiti apparentemente solo eccentrici (soprattutto quelli femminili). Nei video delle varie sfilate di moda femminile e maschile delle collezioni autunno/inverno e primavera/estate dal ”81/’82 fino al ”92/’93 si possono osservare la permanenza delle linee geometriche irregolari, gli assemblaggi singolari nelle forme e nei colori, che sarebbero stati riassunti poi nell’etichetta affibbiatagli dello Japan style. Una definizione che lo stilista non ama però, perché come lui stesso afferma, in Giappone il 95% degli stilisti si orientano verso la moda occidentale e solo quelli che vengono a mostrare le loro collezioni a Parigi creano modelli strani e differenti che vengono interpretati poi come Japan style: ”io non appartengo a nessuna corrente, mi baso sulle mie intuizioni, come l’uso prevalente dei colori scuri tenendo come linea base il bianco e il nero o l’asimmetria nata in base a una espressione personale e non certo perché rispecchia il popolo o l’arte giapponese. Quando sono venuto la prima volta a Parigi, ero sorpreso nel sentirmi dire che ero ”giapponese’. Mi sono ritrovato nella situazione buffa di venir apprezzato come stilista giapponese dopo aver vissuto per anni a Tokyo la condizione di non sentirmi nessuno...”. [...] lo straordinario cappotto di lana color bordeaux dal film Dolls di Takeshi Kitano [...] La collaborazione di Yamamoto con il mondo cinematografico ha inizio proprio nel 1990, dopo il film di Wenders, il quale aveva già utilizzato un suo stupendo abito rosso nel Cielo sopra Berlino per vestire la trapezista bionda Solveig Dommartin che incanta l’angelo Bruno Ganz. In seguito Wenders gli aveva chiesto di collaborare ai costumi del film successivo, ma Yamamoto abituato a essere lui il maestro inventore ha voluto sperimentare quello che lui definisce ”adattare la mia opinione alla sua immagine” dapprima nel mondo della lirica, e ha creato i costumi per Madame Butterfly di Puccini all’Opéra di Lione. E lo ha continuato a fare con il suo connazionale (anche di spirito) Takeshi Kitano, per cui nel 2000 ha creato i costumi per Aniki e nel 2003 ha assunto la superivisione per quelli di Zatoichi. Ha collaborato anche con Pina Bausch per il 25imo anniversario della sua compagnia a Wuppertal nel 1998, dove ha vestito tutti i danzatori: una splendida gigantografia in bianco e nero stampata su stoffa bianca pende dall’asta in alto a testimoniare questo evento raffigurando la ”signora della danza” in un semplice abito nero mentre Yamamoto è chinato ai suoi piedi per aggiustarne l’orlo e ha lo sguardo alzato verso di lei, un dialogo silente tra ”sguardi maestri”. [...] il monumentale abito da sposa (’98/’99) in jersey di lana e tulle bianca dall’ampiezza di tre metri, dove solo il cappello misura un metro di diametro, e che è gestito da quattro bastoni di bambù lunghi due metri portati da quattro uomini. [...] del nero aveva fatto quasi una sua bandiera nelle collezioni più famose degli anni ottanta sfociate poi nella linea +noir nel 1995: questo colore è sì la somma di tutti i colori, ma esprime anche una filosofia di essere. ”Vivendo in una città come Tokyo dalle mille insegne luminose al neon coloratissime, non abbiamo bisogno di esporci a nostra volta, per cui secondo me un abito deve essere piuttosto scuro e ”silenzioso’. Così ho iniziato a usare colori come il nero, il grigio, il beige e all’inizio tutto andava bene, i miei abiti erano confortevoli e la gente li indossava con disinvoltura. Dopo alcuni anni vestirsi di nero era diventato di moda e ho notato un atteggiamento diverso nel portare le mie creazioni monocromatiche, proprio quello che volevo evitare! [...] Continuo a credere nel fatto che non abbiamo bisogno di tanti colori addosso a noi, essendo le informazioni inviate dai colori intorno davvero sufficienti per optare per la quiete. Per me è una scelta nei confronti del nostro prossimo, ma molti critici in me vedono il minimalista eccentrico...”» (Elfi Reiter, ”il manifesto” 18/8/2005). «’A volto sogno di poter urlare: ”Io non sono uno stilista. Sono un sarto. Un artigiano, come un falegname. Lui cerca la vera sedia, io cerco la vera giacca. E tutti e due vogliamo arrivare all’essenza delle cose”. No, non sembra uno stilista Yohji Yamamoto, in tutti i 76 minuti in cui Wim Wenders incolla la telecamera sul suo volto angoloso, sui suoi gesti precisi, sui suoi spazi quasi monacali e (pochissimo) sui suoi vestiti. Sembra altro: un artista, un poeta, un filosofo orientale colmo di verità semplici. O forse, come dice lui, un artigiano d’altri tempi. ”Il consumo è contro gli oggetti. Li distrugge. Pensare di poter comprare tutto è triste. Un abito deve poterci appartenere a lungo nel tempo, perché sia veramente nostro. Io vorrei poter disegnare il tempo”. E il tempo per lui è nero, asimmetrico, imperfetto, ”come tutti gli oggetti che escono dalle mani degli uomini”. Come i suoi abiti armonici e irregolari, i suoi colori assoluti (nero-blu-bianco), le sue stoffe che sembrano sempre già vissute. Un tempo profondo che fin dagli anni Settanta ha fatto irruzione nell’effimero della moda e ne ha fermato le lancette dell’orologio. Prima e dopo: Issey Miyake, Yohji Yamamoto, Rei Kawakubo (in arte ”Comme des Garçons”). Nella storia della moda le loro sfilate d’esordio a Parigi segnano una tappa come un taglio di Lucio Fontana per l’arte del Novecento. Li definirono post-atomici: per i vestiti destrutturati, stracciati, così neri e giapponesi. Li definirono post-atomici anche perché il nuovo Giappone nasceva inevitabilmente dalle ceneri di Hiroshima. E lui, Yamamoto, tra tutti sembrò subito il più filofoso, il più zen, il più classico. ”Maestro concettuale”, si disse rubando il termine all’avanguardia artistica. D’altra parte i confini con loro erano diventati davvero labili. Nel 1982 ”Artforum”, rivista bibbia dell’arte contemporanea, tra gli strilli dei più ortodossi, regala la copertina a un abito di Issey Miyake. Questi non sono più vestiti, sono opere, sono avanguardia, sono linguaggio. Nel 1989 Wim Wenders gira Appunti di moda e città, un omaggio a Yamamoto dove il regista appena reduce dal Cielo sopra Berlin, mette sullo stesso piano creativo i suoi film, gli abiti e i pensieri di Yohji. Tempo una decina d’anni e un altro celebratissimo cineasta stringe con lui un patto di lavoro e di amicizia. Takeshi Kitano, cui Yamamoto con umiltà artigiana disegna i costumi per Brother. Il regista-amico ricambia battezzando Aniki Yamamoto (detto Beat Takeshi) il gangster protagonista del film. Due anni dopo Yohji è di nuovo al lavoro con Kitano per Dolls. ”Un film realista ed essenziale”, aveva annunciato Takeshi, che s’infuria di fronte a quei costumi antirealisti e sofisticatissimi. I due litigano, si insultano, ma alla fine è Kitano a cedere. Modifica il film per ricostruirlo tutto sui costumi firmati Yamamoto. No, non siamo di fronte a un semplice stilista. [...] ”Vestire per Yamamoto è metodo, disciplina interiore”, spiega Maria Luisa Frisa, che non solo è fashion-curator della fondazione Pitti-immagine, ma una studiosa che guarda da sempre la moda come sintomo e termometro dell’evoluzione sociale. Per lei gli abiti di Yamamoto sono ”soprattutto una forma, dentro la quale il corpo si muove. Abito-oggetto che nasce da una riflessione concettuale, da quel salto linguistico che dalla fine degli anni Settanta modifica per sempre la cultura del vestire occidentale, introducendo concetti fino allora sconosciuti. Il corpo non è più strizzato nei tessuti, i colori lasciano il campo ai neri, ai blu o alla combinazione, per noi inedita, di nero più blu. La moda non è più esibita, non esplode nella città, si nasconde in quell’elogio dell’ombra che solo indossando quegli abiti cominciamo davvero vivere e capire”. ”Se Miyake è la rivoluzione nel tessuto, Rei Kawakubo quella delle idee, Yohji è il taglio, la forma”, precisa Massimo Degli Effetti, che fu tra i primi a importarlo in Italia, riuscendo a convertire persino la barocca borghesia di Roma ai vestiti di Comme des Garçons, Yamamoto e Miyake. ”Se, come diceva Jung, il prossimo salto evolutivo sarà dato dall’incontro fra Oriente e Occidente, quel salto, grazie a loro, è avvenuto, molto prima che nell’economia globale, proprio nella moda. E Yamamoto oggi è come Burri: un contemporeaneo che sta nell’Olimpo. Come i ”Cretti’ i suoi abiti sono innovazione di un linguaggio che ha saputo trasportare nella dimensione occidentale tutta la tradizione giapponese, il metodo, la ritualità di un kimono”. ”Io disegno il tempo”, ripete Yamamoto a 15 anni di distanza, nell’intervista rilasciata per il catalogo-magazine ad Hans Ulrich Obrist. E il tempo per Yohji è il tempo congelato nelle foto anni Venti di August Sander: il Volto del tempo, ritratti di uomini e donne veri, la sua prima fonte di ispirazione. Sguardi eterni, corpi che sono un tutt’uno con gli abiti, abiti che raccontano tutto di loro: età, professione, cultura. Sander è la grande fonte di Yamamoto: il punto di contatto tra la sofisticata estetica orientale e la storia occidentale. Li ha tutti smembrati, quei libri, a forza di sfogliarli e riempirli di post-it colorati per studiare ogni particolare: i revers della giacca di un giovane zingaro, le salopette di un gruppo di operaie, il collo di una camicia di uno studente. Li mostra nel film e ne parla: ma non parla di tessuti o tagli. Guarda lo zingaro e parla di smarrimento, le tute operaie e pronuncia la parola orgoglio, il gilé a sei bottoni di un commerciante: ed ecco la dignità. ”Quelle persone indossano la realtà. Potrebbero vivere tutta la vita con quegli stessi vestiti”, dice Yohji a Wenders e nell’intervista a Obrist aggiunge: ”Io non sono molto interessato alla moda o alle tendenze. Non mi interessa vendere la novità, detesto tutto ciò. Per favore non fate dei miei vestiti un oggetto di consumo”» (Alessandra Mammì, ”L’Espresso” 9/12/2004). «Un uomo così schivo (’Lo stilista più riservato al mondo” lo ha definito Anna Wintour, leggendaria direttrice di ”Vogue America”) da sottrarsi a tutte le interviste, escluse quelle di settore. Perché, spiega lui, genio del tessuto e dei tagli che ha trasformato lo sguardo sulla moda, ”il mio mestiere è cucire, tagliare, drappeggiare. Non le altre cose” […] Una delle poche cose che si sanno di lui è la fobia per tutto ciò che è superfluo. Come i gioielli. ”Non li sopporto, mi sembra che mi facciano diventare trasparente e che gli altri possano leggermi dentro”» (Mariella Boerci, ”Panorama” 21/3/2002). «’Chi sono? Sono semplicemente un uomo la cui vita è determinata dalle donne” […] Per la gente della moda è un mito vivente. Lo chiamano confidenzialmente ”Yohji” e fanno carte false per essere alle sue sfilate e dire poi ”io c’ero”. Ma per il grande pubblico non significa quasi nulla. Pronunciare il suo nome non è come dire Armani, Valentino, Calvin Klein, Prada […] ”Adoro le donne, le odio. Se fossi su una barca e questa barca affondasse potrei sopravvivere solo se con me ci fosse una donna. Potrei dire di avere il complesso del maschio. Sogno spesso di ritornare nella pancia di mia madre. Ma forse non avrei mai voluto uscirne: ecco perché odio e insieme amo le donne” […] Nel 1945, quando aveva due anni, il padre morì in guerra […] ”Da bambino sognavo di diventare vecchio il più presto possibile […] A 18 anni, in piena fase di consumismo e di ripresa, il nero divenne il colore che mi faceva sentire diverso dagli altri. Eravamo un gruppo di amici contestatori, ai margini. Nera è anche la silhouette alla quale penso quando disegno”. Negli anni Ottanta, quando iniziò, andò controcorrente e impose il total-black. Dall’infanzia, altri ricordi lo influenzeranno in negativo: i tacchi alti per esempio, che detesta. Da bambino li vedeva indossati dalle prostitute sotto casa: ”I muscoli del polpaccio si tendevano ed erano orribili. Ma se alla sera questo poteva essere ”glamour”, di giorno era una cosa brutta da vedere. E poi ho sempre pensato a quanto fosse faticoso camminare così, con quell’andatura. Sexy sono le mani, il collo… Il nudo? Non lo amo, preferisco immaginare cosa c’è sotto. Con l’abito io proteggo, aiuto le donne”. Gli anni Sessanta, quelli della contestazione, della ribellione: iscritto all’Università, facoltà di giurisprudenza, molla tutto al terzo anno per un viaggio in Europa. Ritrona con qualche idea e alcune certezze: ”Volevo essere un artista, un pittore, ma quello era un mondo troppo piccolo e non avrei fatto felice mia madre. Decisi allora di diventare creatore di moda”. A 26 anni vince il premio Endo designer e una borsa di studio per Parigi. Nel 1972 apre la sua maison e la sua prima linea: ”Y’s” […] Nel 1984 la prima sfilata a Parigi. E’ subito amore fra lui e il gotha della moda, le direttrici e le redattrici dei grandi mensili, i compratori dei negozi più esclusivi. A chi lo accusa di essere troppo elitario, di disegnare abiti difficili, lui risponde di essere felice quando vede per la strada una donna che indossa un suo abito […] Il suo mercato resta il Giappone, poi ci sono New York e Parigi. In Italia è venduto in esclusiva solo in un paio di boutique […] ”Forse io disegno per una donna che non esiste se non nei miei sogni. E forse per questo non posso avere il grande successo”» (Paola Pollo, ”Sette” n.44/1998). «Nel film che nel 1989 Wim Wenders realizzò insieme a Yohji Yamamoto, Notebook on Cities and Clothes (Appunti di viaggio su abiti e città), c’è una scena nella quale lo stilista giapponese, apponendo l’insegna del proprio nome sulla sua nuova boutique di Tokyo, firma con il gesso direttamente sulla targa affissa davanti al negozio. Non è soddisfatto però né della prima, né della seconda, né delle successive scritture del suo nome, tant’è che le cancella ripetutamente finché non arriva a quella che gli appare come la più felice, che può quindi essere saldata definitivamente sull’insegna con uno spray fissante. Immaginiamo che proprio quella sequenza di lettere dell’alfabeto occidentale di cui si compone il nome Yohji Yamamoto gli sembri, da un lato, avvicinare meglio di altre la firma al suo corpo suggellando un legame metonimico tra il nome proprio e la mano, e dall’altro dar vita, in quanto griffe, all’indumento di moda come segno puro. La firma diventa così logo, ma conserva, condensandole, tutte le componenti grafologiche e uniche, perché individuali, della scrittura. Quel film fa scorrere nei suoi fotogrammi un’intervista poetica viaggiante di Wenders a Yamamoto nella quale si intrecciano grandi temi: la metropoli - Parigi e Tokyo; la riproduzione delle immagini tra l’analogico della vecchia cinepresa e il digitale della videocamera - tecnologia giapponese in quegli anni lì pronta dietro la porta; il mestiere di regista paragonato a quello di stilista - entrambi un ”taglia e cuci”... Ed è la moda a costituire il connettivo e il propulsore di questi grandi temi, beninteso la moda di Yamamoto che è essa stessa poesia del tempo, poesia della persona. Un film intriso così profondamente di temi benjaminiani - la riproducibilità, la metropoli, il viaggio urbano - non poteva del resto non stabilire con la moda un patto narrativo e tematico. A una condizione: che fosse la moda di un designer che della moda nega programmaticamente la fugacità e il senso effimero, uno come Yamamoto che ”firma” con la sua stessa mano, che crede nell’abito come casa della persona, e che disegna nei suoi indumenti il tempo, intendendolo filosoficamente come condizione della possibilità di essere proprio quella persona. possibile allora che il bavero di un certo cappotto lo renda proprio il cappotto di Sartre, così come appare in una foto di Cartier-Bresson a partire dalla quale Yamamoto viene ripreso da Wenders mentre lavora per realizzare un trench femminile. Moda de-scritta, come direbbe Roland Barthes, ma descritta oltre la lingua, nella sua essenza. L’abito ideale potrebbe durare una vita intera, non passare mai di moda, segnare la vita nelle sue (dell’abito come della vita) umane asimmetrie. Corrispondenze: tra la moda e la vita, tra il cinema e la moda, tra la città e le sue raffigurazioni, tra le copie serialmente riproducibili di un’immagine digitale o di un abito che tornano a desiderare un’aura. La firma su quell’insegna l’ha ritrovata. Ora tocca al resto. Tocca ad esempio alla moda riandare alle sue corrispondenze con l’arte. [...] Nei quindici anni trascorsi da quella firma sul negozio di Tokyo, Yamamoto ne ha trovate parecchie di corrispondenze. Le ha trovate, spesso, con il cinema, e in particolare con quello di Takeshi Kitano, con cui Yamamoto ha stabilito una feconda collaborazione che culmina nei visionari abiti che si accordano ai colori delle stagioni in Dolls. Ma le ha trovate anche con la musica, lavorando per i costumi di opere classiche e contemporanee, da Puccini a Ryuichi Sakamoto. E ancora, le ha rinvenute con la danza, insieme a Pina Bausch. Corrispondono, in quella firma di cui torna insistentemente l’immagine, scrittura e identità? Senza mezzi termini, è qui in questione la lingua, e più precisamente la sua trascrizione in segni - alfabeto, ideogrammi - e il suo designare, chiamare in vita, ”qualcuno”, esattamente come fa il nome proprio. Yamamoto non ha mai gradito l’etichetta di ”stilista giapponese” che viene affibbiata in modo frettoloso e non semplicemente descrittivo, a lui, come ad altri designer quali Issey Miyake o Rei Kawakubo. Tutti invece in viaggio, in ponte, in corrispondenza, tra Tokyo e Parigi, tra l’Oriente e l’Europa. Senza esotismi ipocriti, senza i barthesiani (o baudelairiani) ”laggiù” di un impero dei segni di cui si voglia cogliere - con Barthes ancora - solo la differenza, magari nel sogno di conoscere una lingua straniera senza comprenderla. Eppure il Giappone, la sua storia, la sua identità ricostruita dopo la seconda guerra mondiale, è presente in modo forte nella formazione di uno della generazione di Yamamoto che, nato nel 1943, negli anni ”60 scelse la moda, come altri scelsero il cinema, il design o l’architettura, come possibilità di progettazione non incasellata. Quando, però, l’espressione ”stilista giapponese” si connota di presunte ”tipizzazioni” feticizzando un immaginario ”Oriente”? Quando la ”storia nazionale” si trasforma in storia sommaria ”dell’altro”, un altro ”laggiù” magari sintetizzabile in stereotipi già divenuti slogan quali ”tra tradizione e microchip”, ”tra geishe e karaoke”, e magari, visto che di moda parliamo, ”tra kimono e destrutturazione postmoderna dell’abito”? C’è un rapporto, molto interessante da considerare e in Italia da indagare a fondo, tra moda e orientalismo, come ci ricorda proprio il titolo di un numero monografico, curato da Nirmal Puwar, della rivista ”Fashion Theory”. Un rapporto da intendersi anche attraverso i gusti compositi, le sciocchezze e le raffinatezze ingenue della cultura di massa, esotismi e ”giapponeserie” del nostro tempo comprese. E da dipanare anche nel senso delle ”corrispondenze” che Yamamoto ha messo in moto in modo mirabile lungo tutta la sua carriera. Chi corrisponde è in tensione, aspetta, traduce, scommette, interpreta. Si dice ”amore corrisposto”. Si dice ”corrispondenza” per indicare una raccolta epistolare caratterizzata da reciprocità. Che in quella firma Yamamoto cercasse allora null’altro tra il segno e l’essere che una corrispondenza - una reciprocità irriducibile?» (Patrizia Calefato, ”il manifesto” 13/1/2005).