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 2003  ottobre 21 Martedì calendario

Stiglitz Joseph

• Gary (Stati Uniti) 9 febbraio 1943. Economista. Nobel 2001 • «Nel 2002 Stiglitz aveva scritto il bestseller Globalization and its discontents, con cui aveva fatto a pezzi il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, e ”l’esuberanza irrazionale” dei commerci mondiali, tanto per scippare al capo della Federal Reserve Alan Greenspan una frase ormai classica. Il successo del libro l’aveva trasformato in una celebrità istantanea, ma i suoi critici, pur applaudendo, gli avevano fatto notare un cavillo: mentre la globalizzazione marciava zoppicando nel mondo, e armava di rabbia i ribelli del ”Popolo di Seattle”, il professor Stiglitz era stato prima capo del Consiglio economico del presidente Clinton, e poi capo economista della Banca Mondiale. Andava bene pontificare, dunque, ma sarebbe stato opportuno anche un piccolo esame di coscienza, da parte di un signore che in fondo sedeva nella stanza dei bottoni, mentre la grande crisi di inizio secolo cominciava a ribollire. Stiglitz ha accettato l’appunto, e perciò si è messo a scrivere la sua analisi degli anni Novanta, con cui almeno in parte demolisce proprio le politiche che aveva contribuito a realizzare. Ma in questa maniera, avendo tolto la trave dal suo occhio, si è guadagnato come minimo il diritto di indicare la pagliuzza in quello degli altri. [...] ”Il decennio scorso - spiega il professore - è stato davvero un periodo di grande boom, tanto che qualcuno si era azzardato a pronosticare la fine del ciclo economico. Ci eravamo convinti che la globalizzazione e il capitale finanziario avrebbero portato la prosperità in tutto il mondo. In realtà la recessione è ritornata, come abbiamo visto. Ma i semi del fallimento erano stati piantati già durante l’amministrazione Clinton, quando sembrava che tutto andasse alla grande e il capo della Fed Greenspan si illudeva di poter sgonfiare la bolla speculativa a Wall Street solo con le parole. Già da Seattle, nel 1999, ci eravamo accorti che la globalizzazione non faceva felici proprio tutti, e prima ancora di quelle proteste l’instabilità finanziaria si era manifestata in Asia, Russia, e persino nei paesi dell’America Latina, che secondo noi avevano applicato con più diligenza le nostre lezioni. All’inizio del Millennio, poi, si sono aggiunti il crollo di Wall Street, gli scandali finanziari cominciati con la Enron, e una recessione che ha fatto perdere 2,7 milioni di posti di lavoro. Una parte della responsabilità, naturalmente, ricade su noi che prendevamo le decisioni negli anni Novanta. Ma quello che mi interessa è trarre le lezioni utili per evitare il ripetersi degli errori”. Gli insegnamenti essenziali, secondo Stiglitz, sono quattro: ”Il primo riguarda i nostri sbagli: quello fondamentale è stato non bilanciare abbastanza lo stato e il mercato. Ci siamo lasciati convincere dagli slogan dei conservatori e abbiamo spinto la deregulation voluta da loro, con i risultati che poi tutti hanno visto, dalla crisi energetica in California agli scandali provocati dalla contabilità allegra modello Enron. Adam Smith diceva che l’interesse personale basta a garantire l’efficienza del mercato, supportato dalla mano invisibile del governo. Noi, invece, abbiamo scoperto a nostre spese che l’avidità non è una panacea automatica per l’economia, e quando la mano del governo sembra invisibile, è semplicemente perché non esiste proprio. In certi settori servivano meno regole. Ma in altri, dall’ambiente ai controlli sulla finanza, era necessaria una presenza più forte dello stato, che conserva funzioni utili da svolgere anche nell’istruzione, la tutela dei più deboli, e in generale la giustizia sociale”. La seconda lezione riguarda ancora la globalizzazione: ”Finita la Guerra fredda, come unica superpotenza rimasta, gli Stati Uniti si sarebbero dovuti porre il problema di come creare un nuovo ordine economico mondiale, basato sugli stessi principi di equità che applichiamo in casa nostra. Ma nell’amministrazione Clinton non avevamo una visione precisa di questo problema. Il grande business, invece, la possedeva da tempo: aveva visto nella globalizzazione una grande opportunità di profitto, e voleva assegnare al governo il compito di aprirgli i mercati. Noi abbiamo accettato questo ruolo in maniera acritica, promuovendo all’estero gli elementi domestici che ci sembravano utili ai nostri interessi, come la riduzione dei deficit, e dimenticando gli altri aspetti meno convenienti, tipo la giustizia sociale”. Con la terza lezione, Stiglitz finisce di togliersi la trave dal proprio occhio e comincia a puntare quella che oscura la vista del presidente Bush: ”Quando l’amministrazione Clinton andò al potere - spiega il professore - l’economia era in crisi, e secondo la versione ormai accettata da tutti uscimmo dalla recessione riducendo il deficit. Questo consentì alla Fed di abbassare i tassi, alimentando la ripresa. E’ una teoria che mi disturba, perché è il contrario di quello che abbiamo sempre studiato nell’accademia. Secondo questa idea, promossa dai conservatori ma applicata dai democratici, Keynes sarebbe morto perché la riduzione nelle dimensioni dello Stato alimenta la crescita, e gli stimoli della spesa pubblica sarebbero inutili. Peccato che questa ricetta sia fallita proprio in paesi come l’Argentina, che l’avevano applicata alla lettera. In realtà nulla obbligava la Fed ad aspettare la riduzione del deficit prima di abbassare i tassi: quello era solo un desiderio di Wall Street”. La quarta lezione, dunque, sconfina nel presente: ”Ogni amministrazione - ammonisce il premio Nobel - eredita la realtà precedente. Quella di Clinton si ritrovò per le mani un’economia in crisi, e anche senza realizzare tutti i programmi con cui era andata al potere, favorì la ripresa, ridusse il deficit, fece scendere la disoccupazione e diminuì lo squilibrio tra ricchi e poveri. Quella di Bush ha ereditato un surplus di bilancio che ha trasformato in deficit, usando proprio la spesa statale che i conservatori rimproverano sempre ai democratici per stimolare l’economia. Poi il presidente ha perso 2,7 milioni di posti di lavoro, cioè il calo più pesante dalla Grande Depressione, ha allargato il deficit commerciale e ha varato tagli alle tasse che, invece di favorire la ripresa, hanno premiato solo i ricchi finanziatori della sua campagna elettorale, facendo risalire l’ineguaglianza nel paese. Prima o poi, inevitabilmente, l’economia si riprenderà. A quel punto Bush rivendicherà il successo del suo piano di riduzioni fiscali e aumento della spesa finanziata dal deficit, ma avrà torto come noi che pensavamo di aver resuscitato l’economia riportando in pareggio il bilancio. Invece c’è una visione alternativa, che io definisco il Nuovo idealismo democratico. E’ basata sulla giustizia sociale globale, e il bilanciamento del ruolo di Stato e mercato. E’ l’unica - avverte Stiglitz - per cui valga la pena di sforzarsi”» (Paolo Mastrolilli, ”La Stampa” 21/10/2003).