Alessandro Calderoni Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 20 ottobre 2003
Chi ha detto che una macchina non può parlare come un uomo? Hideyuki Sawada, dell’Università Kagawa in Giappone, è deciso a vincere quella che molti considerano una scommessa impossibile: creare un robot in grado di parlare come noi
Chi ha detto che una macchina non può parlare come un uomo? Hideyuki Sawada, dell’Università Kagawa in Giappone, è deciso a vincere quella che molti considerano una scommessa impossibile: creare un robot in grado di parlare come noi. «Non stiamo lavorando su sistemi di sintesi vocale elettronica» spiega Sawada, «ma su un sistema meccanico che simuli il sistema polmoni-laringe che permette agli umani di parlare». Il progetto può sembrare strampalato, ma l’ambizione è molto concreta: una voce simile a quella umana renderà più facile l’interazione con le macchine con cui sempre più spesso interagiamo. Il sistema dei giapponesi sembra un incrocio tra un motore automobilistico e uno strumento musicale, ma dopo gli iniziali successi sta dimostrando ancora molti problemi. vero, la voce è soltanto aria, ma trasformarla in suono è un processo molto sofisticato. L’aria viene sospinta nella trachea dai polmoni e da lì sale fino alla faringe, per vibrare con i movimenti delle corde vocali e subire la modulazione e il controllo della cavità orale e di quella nasale. Generando una vocale, se non ci sono ostacoli al percorso dell’aria; o una consonante, quando interviene una deviazione fisica a generarla. Proprio qui sorgono i problemi di ”Robbie the Robot”, il robot vocale creato da Sagawa ancora non riesce a modulare ”p” e ”t” correttamente. Computer a parte, «la voce è soprattutto un luogo privilegiato di incontro tra corpo e psiche» interviene Laura Pigozzi, insegnante milanese di canto jazz ed esperta di psicologia della voce; «i momenti salienti della vita si riflettono perfettamente nelle nostre emissioni vocali. I traumi, ad esempio, creano ferite evidenti: la voce si ”stanca”, è meno brillante, si incrina, si spezza, tende a non tenere il tono». La voce, insomma, può essere un efficace rilevatore dello stato di salute di una persona. «Quando sentiamo una voce con molti suoni armonici e con escursioni di tono vivaci, tendiamo a pensare che il soggetto cui appartiene sia in forma. Quando invece percepiamo voci monocordi e inespressive, riteniamo che la persona sia stanca o malinconica». Un’altra impressione pressoché automatica è quella che induce ad associare a una bella voce sconosciuta una fisicità quanto meno fascinosa. «L’espressione vocale fornisce una vasta serie di indizi sulla persona, così come la fisicità di un individuo la dice lunga sul suo modo di parlare» osserva Francesco Padrini, psicoterapeuta posturalista «una persona brevilinea e compressa avrà una voce strozzata e inibita. Viceversa, un soggetto dalla postura eretta, chiara, mobile, avrà una voce altrettanto mobile, squillante e percepibile. Una tipologia di fisicità un po’ allungata con viso dilatato, tendenzialmente rotondo, avrà un’alta loquacità, come se non potesse non comunicare». Anche le singole parti del corpo possono rivelare informazioni sulla comunicazione verbale e sulla voce. «La bocca, ad esempio. Se è sottile e contratta, l’uscita della voce è sempre preceduta da un intervento cerebrale. Si tratta di una bocca frenata. Viceversa, il manovale, avvezzo all’azione fisica, canta, grida, vocifera: la sua energia parte dal movimento, il suo aspetto cerebrale sarà in funzione di quello istintivo-terreno e probabilmente la persona avrà un arco mandibolo-mascellare ampio e tonico». In quest’ottica, la voce ha anche una o più direzioni. «Quando è mobile, elastica ed equilibrata, si sposta a sinistra, destra, in alto e in basso» prosegue Padrini, «se invece una personalità è estremamente irrigidita, contratta e trattenuta, la voce si riversa sul viso, sulla bocca, e il tutto si traduce in poca verbalizzazione». Su un piano forse più grossolano, il rapporto voce-corpo può tradursi anche in un confronto di bellezze o di bruttezze. «Per me la voce è un canone fondamentale» riprende Laura Pigozzi, «perché se una persona ha una bella voce, già per questo è bella. Inoltre ritengo impossibile che una voce interessante appartenga a una persona non interessante». «La voce è un bene da preservare e migliorare e, come ogni forma d’arte, se pensiamo alla recitazione, ha i suoi canoni di bellezza» osserva Stefano Zecchi, docente di Estetica all’Università Statale di Milano, «perché è indubbiamente più gradevole una voce che ha personalità e possiede una sua profondità pur non essendo necessariamente bassa. invece insopportabile quella che arriva direttamente dalla gola, stridula e repellente. La voce è come la faccia: ha un forte impatto seduttivo e comunicativo. Ricordo una tragedia personale, in questo senso: nel 1986, a causa di un virus neurolettico, ebbi una paralisi alle corde vocali e rimasi completamente afono per mesi. Ci volle più di un anno di cure mediche e di logopedia per ricominciare a parlare. Oggi la mia voce è molto migliore di quella di un tempo: parlo in modo più efficace e mi stanco molto meno. Chi riesce a parlare con capacità di controllo ben dissimulate, sapendo usare la respirazione e i registri corretti, ha un grande potere dalla sua parte». La voce quindi è anche potenzialità, se non addirittura potere. Molte tradizioni orientali, dal Taiji Quan al Qi Gong cinesi fino allo Yoga indiano, associano ai suoni emessi vocalmente caratteristiche energizzanti se non addirittura terapeutiche. Gabriella Cella, la più celebre maestra di yoga italiana, spiega che «nella storia yogica hanno assunto particolare importanza i suoni sillabici che, se pronunciati in modo tonico e ripetuti nel corso di profonde espirazioni, attivano i chakra corrispondenti, ovvero i centri energetici dell’essere umano, riarmonizzando il loro stato. Così, a partire dal basso, il chakra della Terra risponderà alla sillaba Lam; quello dell’Acqua a Vam; poi, salendo verso la testa, si incontra il Fuoco con Ram, l’Aria con Yam, l’Etere con Ham e infine la mente con Om. Mentre sull’efficacia della pronuncia di questi suoni esistono studi pluridisciplinari, è relegata a un settore più mistico e filosofico la tradizione dei ”mantra”, combinazioni di sillabe che i praticanti utilizzano per attivare energie latenti, calmare la mente, ottenere stati spirituali e meditativi più profondi». Se dalla teoria del potere su se stessi si passa alla pratica del potere sugli altri, c’è chi educa le persone che per lavoro esercitano un ruolo di dominio a utilizzare correttamente l’emissione vocale per ottimizzare le proprie prestazioni. il caso di Nicoletta Ramorino e Annina Pedrini del Centro Teatro Attivo di Milano. «Noi utilizziamo tecniche teatrali per migliorare la vocalità dei manager» spiega Pedrini, «perché i dirigenti interpretano un personaggio in cui si immedesimano come veri attori. Mentre il vocabolario personale dipende essenzialmente dalla cultura e dalla formazione del soggetto, e il carisma è una caratteristica quasi innata del vero leader, la tecnica vocale può essere sempre acquisita o migliorata». Il manager ”parlante” non prescinde da alcune regole di base: «La respirazione non può essere automatica ma profonda e consapevole» avverte Pedrini «e attenzione al ritmo, poiché all’interno di un discorso si attivano velocità diverse come nella musica e gli eccessi – in rapidità o lentezza – provocano perdite d’attenzione. Sono fondamentali le pause, che non sono dei ”vuoti” di cui aver paura, ma chiare indicazioni di un pensiero nascente, che fanno capire che quella in corso non è una comunicazione precotta. Le frasi devono contenere parole chiave, cioè gli slogan, i titoli dei pensieri esposti. Infine la chiarezza: è uno sforzo che deve essere intrapreso da chi parla e non da chi ascolta, che invece va condotto per mano lungo la strada della comprensione». L’espressione vocale non è però solamente parlata, ma per quasi tutti anche canto. «Cantare è come praticare uno sport» specifica Laura Pigozzi, «la dotazione naturale conta meno dell’allenamento. Da bambini abbiamo le casse armoniche aperte, il diaframma che funziona bene, il respiro profondo. Poi perdiamo molte capacità perché non le utilizziamo. Il training ideale per il canto prevede una o due lezioni individuali alla settimana su aspetti tecnici, improvvisazione, repertorio. poi necessario un rigoroso esercizio personale, a partire da quello fisico, con tonificazione degli addominali, allenamento vocalico e, possibilmente, un bel po’di nuoto, che oltre a rendere atletico il corpo, disciplina la respirazione». Sarà anche una condizione passeggera, ma quando uno si sente stonato, difficilmente persevera. «Non esistono gli stonati» avverte però Pigozzi: «ma solo persone non educate all’uso della voce. Io impiego alcuni esercizi che ho appreso in Tibet, dove gli sciamani usano suoni particolari per intonare gruppi di persone senza sforzo. Una mia allieva, scettica, si è sempre trattenuta dal cantare perché convinta di essere particolarmente stonata. Dopo sei mesi di lezioni con questo particolare metodo, nel giorno del suo cinquantesimo compleanno ha lasciato a bocca aperta amici e parenti esibendosi in ”Summertime”. Non proprio un brano da stonati». Peccato solo che non si possano insegnare a Robbie the Robot. Alessandro Calderoni