Varie, 20 ottobre 2003
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Vespignani Renzo
• Roma 19 febbraio 1924, Roma 26 aprile 2001. Pittore • «Ostentava diffidenza verso parole quali immaginazione, fantasia, artista ispirato. [...] All’apice del successo, a metà anni 70, ripeteva che l’artista doveva puntare sull’aspetto artigianale, ”perché i quadri costano parecch io e mi vergogno se sono fatti male”. Amava paragonarsi a un impiegato, lavorava nella gradevole casa sul Lago di Bracciano, accanto alla moglie Netta, ai due figli, precisando gli orari: in studio dalle 8,30 fino alle 17, senza impegnarsi la sera né con la luce artificiale. Non doveva essere stato facile cercare lavoro per il giovane Vespignani, nel mezzo della guerra (cominciò a disegnare a 19 anni, seguì poi l’Accademia della Belle Arti per evitare il richiamo alle armi, non bastò, si ritrovò disertore). Raccontava che non voleva morire per i fascisti o i tedeschi, ma che non riuscì mai a entrare in contatto con organizzazioni della Resistenza. Dopo la Liberazione non smise di girare con la cartella dei disegni cercando lavoro nei giornali o nelle riviste. Quel segno sottile, di origine espressionista alla Dix e Grosz, piacque al critico Fortunato Bellonzi che lavorava nel giornale Domenica . D’un baleno gli intimò di illustrare I racconti romani di Moravia, in uscita per la prima volta. Fiero del successo, Vespignani si mise a cercare gallerie dove esporre i suoi lavori. Per caso si trovò nella minuscola galleria ”La Margherita” di Gasparo del Corso (futuro proprietario dell’Obelisco), scorse dei personaggi seduti attorno a una candela: De Pisis, Anton Giulio Bragaglia, il poeta Sandro Penna. Osservarono i disegni e gli venne proposta una mostra per i prossimi 15 giorni. Un successo sorprendente, anche di vendite. Un buon aiuto gli scaturì dall’amico Luchino Visconti. In breve, sedotto da Velázquez, divenne pittore, con quella precisione, facoltà analitica che rimasero costanti nella sua opera. Utilizzò sovente le foto come partenza per composizioni che taluni definirono ”neorealiste” e se qualcosa gli rimproverarono si trattò dell’estrema abilità nel disegno. Nel dopoguerra si dedicò agli sciuscià e accattoni. Seguì la stagione delle Periferie, un incrocio di paesaggi e documenti umani, città che salgono divorando lo spazio alla pari dell’uomo. Al ”costume” si appassionò durante il boom economico, fra il ”58 e il ”59, con la Roma felliniana della Dolce vita . L’impegno politico non incise sulla libertà di ispirazione. Dal 1962 diede l’avvio ai Cicli, non più un dipinto, bensì 20, 30 tele come pagine di libri. L’imbarco per Citera fu una sorta di esame di coscienza di fronte alla generazione del ”68, con ritratti di amici e nemici. Seguirono Albo di famiglia e il superbo Fra due guerre del ”75, storia del fascismo e delle generazione che lo precedette con volti aspri, sfatti, scanditi con tormento. A Pasolini destinò un ciclo di 105 tele ospitate a Villa Medici a Roma. Si considerò reazionario perché non volle abbandonare la pittura mai, neppure in pieno Concettualismo. A chi gli rimproverava di non capire l’Informale Vespignani rispondeva: ”Uno dei pittori che più amo è Burri, io accanitamente figurativo; lui mi emoziona, mi trascina, mi torce le budella”. Diretto, sincero, autentico sino in fondo» (Fiorella Minervino, ”La Stampa” 27/4/2001).