varie, 20 ottobre 2003
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Brubeck Dave
• Concord (Stati Uniti) 6 dicembre 1920. Pianista. Jazz. «La sua musica non ha età: ora c’è solo un po’ di goliardia in più rispetto agli anni di Cinquanta quando, con il quartetto con Paul Desmond (morto nel ’77) e Joe Morello, incise Time out, un album che ha venduto più di un disco pop. ”Tra me e Paul c’era quella magia che non può essere spiegata: non condividevo le sue sregolatezze, ma non l’ho mai rimproverato: sapevo che nel suo mestiere dava il massimo. La sua storia assomiglia a quella di Parker e Gillespie” [...]. La critica non ha mai del tutto abbandonato i pregiudizi nei confronti di questo gruppo che ha introdotto nel jazz i tempi dispari e che divenne il portabandiera di quel jazz della West Coast che Gerry Mulligan definì ”da pipa e pantofole”. Grazie a Take five quell’avventura ha lasciato un ricordo indelebile anche tra chi non conosce la storia del jazz: è il 5/4 per eccellenza della musica pop(olare), uno dei rari esempi di jazz entrato nella memoria collettiva, saccheggiato più volte anche dagli spot pubblicitari. Il bello è che Brubeck non ha mai scritto il pezzo che ancora oggi gli garantisce il privilegio di notorietà internazionale: Take five è nato per caso, attorno a un riff improvvisato da Desmond» (Paolo Biamonte, ”la Repubblica” 20/10/2003). «Leggendario pianista jazz [...] Compositore e innovatore del jazz [...] Ha suonato per capi di stato, re e regine, a Mosca e alla Casa Bianca. ”Ma a rendermi più orgoglioso è la Messa composta per il Papa, nell’87. Fu eseguita a San Francisco, davanti a Giovanni Paolo II e 72 mila persone. Alla fine, il Pontefice mi prese le mani e mi disse in polacco ’grazie’. Che poi è anche il titolo di una mia composizione. Forse non è stato casuale, mi piace pensare che il Papa la conosca”. Il nome di Brubeck diventò popolare negli anni ’50 e ’60: fu il primo musicista, nel ’54, a comparire sulla copertina del settimanale ”Time”. Nel ’60 con il suo quartetto ha venduto un milione di copie dell’album Time Out che conteneva i classici Take Five di Desmond e Blue Rondo a la Turk. ”Ho iniziato a suonare nel ’46 - ricorda -, con la mia musica ho sfidato il pubblico che non era ancora pronto a capirla. Artisti all’avanguardia come Duke Ellington e Gerry Mulligan, invece sì. Ero talmente sperimentale che le case discografiche non volevano pubblicare i dischi. Fecero opposizione persino per Time Out”. [...] Ha suonato con i più grandi: Charlie Parker, Dizzy Gillespie, Stan Getz. ”Ma il migliore è stato Louis Armstrong. Nel ’62 la mia Iola voleva allestire un musical, The Real Ambassadors, con Louis protagonista, ma la moglie di Satchmo non voleva, diceva che era troppo vecchio per imparare tutto a memoria. Invece Louis fu meraviglioso, la gente in platea piangeva e rideva con lui”. nato in California ma ora vive nel Connecticut; dei suoi cinque figli, quattro sono musicisti. ”Con loro suono ogni cinque anni, insieme alla London Symphony Orchestra. Abbiamo cominciato quando ho compiuto 70 anni. Sul palco sono professionale: il mito non esiste, siamo uguali. Dietro le quinte sono ancora il loro papà”» (Sandra Cesarale, ”Corriere della Sera” 23/5/2004). « stata mia madre, un’ottima pianista classica. In casa si respirava solo musica. Il più grande dei miei fratelli aveva una jazz band quand’ero al liceo: uno fu batterista di Gil Evans, un altro al fianco di Bernstein, prodigioso pianista classico [...] all’inizio la vita del musicista è difficile, e ancora di più è stata difficile per la mia famiglia. Ma l’abbiamo superata insieme [...] Ogni giorno incontro qualche musicista che dice che la mia musica ha cambiato la sua vita: così so di aver aperto delle porte e aver dato qualcosa che poi altri hanno sviluppato e portato avanti [...] Oggi si parla di world music, io ne parlavo nel ’49 su Down Beat e nessuno mi credeva. Il vero musicista deve essere aperto a ogni linguaggio [...] Ho lavorato con Ellington, Mingus, Basie, Carmen McRae come con Kenton, Herman o Goodman. Siamo stati una grande famiglia: sono i critici che mettono zizzania; quando Ellington stava morendo di cancro, chiese a suo figlio che chiamasse me e Louie Bellson: voleva diventassimo Ellington Fellows all’università di Yale, ”perché non voglio che la gente pensi abbia solo amici neri” e se io piacevo a lui è come se fossi piaciuto a Dio. George Shering diceva che non gli interessava il colore della pelle di chi suonava con lui. [...] I miei figli, tutti e quattro musicisti, hanno imparato da me: suonano di tutto con tutti» (Marco Basso, ”La Stampa” 12/12/2004).