Fabio Sclosa Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 17 ottobre 2003
Viva la repubblica «In quanti siamo rimasti ad avere una memoria diretta di quel 2 giugno 1946 in cui nacque la Repubblica? Ormai non moltissimi
Viva la repubblica «In quanti siamo rimasti ad avere una memoria diretta di quel 2 giugno 1946 in cui nacque la Repubblica? Ormai non moltissimi. Era una bella giornata di sole, quella domenica di quasi sessant’anni fa in cui ci trovammo fra le mani una scheda grigiastra con due cerchi e due caselle da barrare alternativamente. Il cerchio a sinistra era sormontato dalla scritta ”Repubblica” e mostrava il disegno a tratto di una donna turrita sullo sfondo di una sagoma della Penisola. Nel cerchio di destra, sormontato dalla parola ”Monarchia”, si vedeva uno scudo sabaudo con la corona reale e l’identico sfondo (...) Elevatissimo, soprattutto nelle zone rurali, era il numero degli analfabeti. Poiché lo scudo sabaudo aveva una croce e la donna turrita no, gli imbonitori monarchici tendevano ad avallare l’idea che si trattasse di fare una scelta religiosa, di schierarsi con i timorati di Dio o con i senza Dio. Dal canto loro, i più disinvolti attivisti repubblicani, quando si confrontavano con interlocutori inconvincibili, provavano ad azzardare che la donna turrita altri non fosse che la sovrana madre, la regina Elena del Montenegro. Si camminava in mezzo a un diluvio di carta stampata. Quasi non si vedevano più i muri delle case, sommersi da uno strato impressionante di manifesti colorati. Non erano previsti spazi specifici per l’affissione, e gli striscioni venivano incollati dovunque, perfino nei cortili interni e per le scale dei condomini. C’erano anche le squadre di sabotatori, giovani che seguivano gli attacchini antagonisti e cercavano di staccare i fogli ancora freschi di colla. Un momento propagandistico fondamentale, in assenza di televisione e di tribune politiche, erano i comizi e i capannelli volanti. A Roma i raduni più importanti si svolgevano per i fautori della Repubblica in piazza del Popolo e per i monarchici in piazza del Quirinale o in piazza Ss. Apostoli. Ma poi la sera, fino a ora tarda, si proseguiva con i minicomizi degli agit-prop, che radunavano gruppi di passanti sotto la galleria Colonna, dibattendo i sì e i no della scelta istituzionale. Gli ”agit-prop”, abbreviazione di agitatori propagandisti, più abili e agguerriti erano i comunisti, che avevano frequentato la scuola professionale del partito ai Castelli Romani. A conclusione, a notte fonda, si improvvisavano cortei, diretti verso i palazzi del potere: tra i filorepubblicani spiccava un marinaio munito di tromba, che dava la carica con un vivace accompagnamento di squilli. Le mete che si cercava di raggiungere erano il Quirinale e il palazzo del Viminale, dove la presidenza del Consiglio conviveva con il ministero degli Interni. La sede di palazzo Chigi era infatti adibita a ministero degli Esteri, essendo ancora tutto da costruire il megapalazzo della Farnesina. I cortei erano seguiti dalle camionette della Celere, a evitare che le due parti venissero alle mani. I celerini in quel tempo erano perlopiù ex partigiani, e quindi simpatizzanti per la scelta repubblicana. L’Italia, non essendo stato ancora firmato il trattato di pace, aveva anche un supergoverno, rappresentato dalla Commissione alleata di controllo con sede nel palazzo di via Veneto che attualmente ospita il ministero dell’Industria. Vi era preposto l’ammiraglio americano Ellery Stone, a cui va il merito di non aver mai fatto capire se simpatizzasse per la Monarchia o per la Repubblica. Più esposti parevano i rappresentanti diplomatici inglesi: non era infatti un mistero che Buckingham Palace avrebbe preferito che in Italia restasse il re, non tanto per solidarietà monarchica quanto come salvaguardia di un regime conservatore. Le città d’Italia si leccavano le ferite provocate dalla guerra. Per alcuni generi, la carne, i grassi, lo zucchero, era ancora in vigore il tesseramento. Le vignette dei giornali satirici ironizzavano sulla distribuzione di polvere di piselli essiccati, di cui c’era abbondanza nei magazzini alleati. Per fortuna era tornata nei bar la tazzina di caffè, che costava 20 lire. Una risorsa largamente usata era il mercato nero: nella capitale le sue centrali erano dislocate sul lungotevere Tor di Nona e a piazza Vittorio Emanuele. Difficoltosi restavano soprattutto i trasporti. I treni e i torpedoni interurbani erano un’avventura, in città funzionavano solo alcune linee tranviarie con le vetture traballanti. Per autobus e filobus mancavano totalmente le gomme (...) Nelle settimane della vigilia, dopo che Vittorio Emanuele III aveva abdicato e suo figlio Umberto II era divenuto re a tutti gli effetti, la propaganda monarchica era salita di tono fino a diventare aggressiva. Nelle edicole si trovava ”Il Minuto”, quotidiano formalmente indipendente ma creato dai monarchici per la loro propaganda. Le dame di corte andavano freneticamente in giro per le borgate, distribuendo fotografie dei principini e più concreti pacchi di pasta. A Napoli, in scontri di piazza con i cosiddetti ”lazzaroni del re”, rimasero sull’asfalto diversi morti. Gli italiani familiarizzavano con una serie di neologismi e assiomi. I monarchici agitavano lo spauracchio del ”salto nel buio”, sostenendo che la scelta repubblicana avrebbe aperto le porte alla sovversione. Le sinistre reagivano con lo slogan del socialista Pietro Nenni ”la repubblica o il caos” e si rincuoravano al soffio del ”vento del Nord”, com’era chiamata la forte spinta al cambiamento che veniva dai grandi centri industriali dell’Italia settentrionale, Torino e Milano in testa. Un momento di forte tensione si verificò il 10 maggio, quando una folla di fedeli monarchici si radunò in piazza del Quirinale, e Umberto di Savoia si affacciò al balcone del palazzo indossando l’uniforme militare. Per reagire alla provocazione, l’indomani mattina i partiti filorepubblicani si diedero convegno in piazza del Popolo, e intervennero i loro massimi esponenti. C’erano Palmiro Togliatti per i comunisti, Pietro Nenni per il Psi, Randolfo Pacciardi per il Partito repubblicano, Ferruccio Parri e Ugo La Malfa, che allora militavano nel Partito d’azione. Non c’era Alcide De Gasperi, che prudentemente, non volendo perdere voti né a sinistra né a destra, aveva lasciato liberi gli iscritti alla Democrazia cristiana di fare la scelta istituzionale che preferivano. Ma c’era anche il ministro dell’Interno, l’irruento socialista Giuseppe Romita, il quale assicurò che i sondaggi delle prefetture di cui disponeva davano per scontata la vittoria repubblicana (...) Quel che è certo è che tutti i fautori della repubblica avvertivano la commozione di una svolta storica che si ricollegava direttamente ai sogni risorgimentali, all’era di Giuseppe Mazzini, Carlo Cattaneo, Giuseppe Garibaldi, Carlo Pisacane, Luciano Manara, Goffredo Mameli». (dal capitolo I ”Quel caldo 2 giugno”, pagg. 9-13)