Giulio Divo Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 17 ottobre 2003
Il termine giapponese kamikaze vuol dire ”vento divino”. Non si trattava propriamente di un corpo speciale: i kamikaze impersonarono l’estrema risorsa che l’aviazione giapponese cercò di usare quando raggiunse la consapevolezza della superiorità bellica statunitense
Il termine giapponese kamikaze vuol dire ”vento divino”. Non si trattava propriamente di un corpo speciale: i kamikaze impersonarono l’estrema risorsa che l’aviazione giapponese cercò di usare quando raggiunse la consapevolezza della superiorità bellica statunitense. Era il 1943 quando il capitano di vascello Eiichiro Jo, comandante della portaerei Chiyoda, propose di istituire una squadra di piloti che avessero il compito di fiondarsi con il loro aereo carico di esplosivo e di carburante sulla navi avversarie. Il nome kamikaze era suggerito dalla storia antica del Paese: così infatti vennero chiamati i tifoni che dispersero le armate mongole in procinto di invadere il Giappone nel XIII secolo. Ebbero il battesimo del fuoco il 5 luglio del 1944, quando diciassette velivoli decollarono dalla base di Iwo Jima per cercare di colpire la quinta flotta Usa, di stanza alle Marianne. Il raid fu fallimentare ma iniziò in quel momento un’epopea destinata a veder crescere le missioni di numero e di importanza. Alla fine della guerra fu calcolato che ben 5.000 piloti si diedero la morte usando se stessi e il proprio aereo come bomba volante. Ohka, chiamavano l’aereo bomba, che vuol dire ”fiore di ciliegio”; Baka li ribattezzarono i militari statunitensi, parola giapponese che significa ”pazzo”. In effetti la logica kamikaze non può essere compresa senza prima cercare di definire i contorni dello spirito giapponese dell’epoca. Il senso dell’onore tipico della tradizione samurai impediva a questi giovani piloti di avere paura della morte, dato che a questa stessa era affidato un compito nobilissimo: la difesa della figura dell’imperatore e della grandezza dell’impero, e insieme a questi dello stesso ordine del mondo. Questa tattica, pur infliggendo gravi perdite agli avversari, fu esiziale per le sorti della guerra. Votando i piloti al sacrificio il Giappone si trovò ben presto nella difficoltà di rimpiazzare i più esperti, ragione per cui divenne sempre più difficile contrastare lo strapotere americano nei cieli. Non mancarono comunque mai i volontari per queste azioni suicide, spesso privi di un addestramento adeguato. La sconfitta della logica kamikaze fu però dovuta all’impossibilità per l’industria aeronautica giapponese di realizzare i modelli aerei da sacrificare in battaglia. Così, giunti alla fine della guerra, i giapponesi potevano contare su almeno 20.000 aspiranti kamikaze ma su un numero irrisorio di velivoli che non potevano essere rimpiazzati dalla agonizzante industria bellica. Dei kamikaze si perse traccia fino a quando, nel 1972, estremisti della sinistra giapponese autodefinitisi Esercito rosso (sekigun) esportarono la logica kamikaze in Medio Oriente, con i tragici risultati che funestano ancora quotidianamente la cronaca di oggi.