Marco Merola Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 17 ottobre 2003
Le nebbie che da millenni si addensano attorno all’origine e all’evoluzione dell’uomo si stanno diradando in tempi record
Le nebbie che da millenni si addensano attorno all’origine e all’evoluzione dell’uomo si stanno diradando in tempi record. Nel giro di poche settimane, prima l’équipe guidata da Giorgio Bertorelle, studioso della sezione di Biologia evolutiva presso il Dipartimento di Biologia dell’Università di Ferrara, ha fornito le prove della nostra discendenza diretta dal Cro-Magnon e non dal Neanderthal (vedi ”Radici News” del numero di luglio), e poi Tim White, co-direttore del Laboratorio per gli studi sull’evoluzione umana di Berkeley, ha annunciato al mondo che i tre crani dell’Homo di Herto (160mila anni) trovati nel ’97 nella depressione etiopica di Afar appartengono ad altrettanti antenati del Sapiens. I nostri nuovi parenti ancestrali avrebbero tali somiglianze somatiche con l’uomo moderno che gli studiosi hanno deciso di chiamarli Homo sapiens idàltu, cioè anziano in lingua etiope. Questa suggestiva finestra aperta su un periodo di mezzo dell’evoluzione, di cui si sapeva molto poco, potrebbe permettere agli scienziati di accedere a informazioni preziose da aggiungere a quelle già in loro possesso sull’era arcaica e sul tardo Pleistocene. L’Homo di Herto, questo quanto emerso finora, praticava riti funerari e si cibava essenzialmente di carne di ippopotamo. Altrettanto scalpore ha suscitato lo studio del nostro Bertorelle che, con la preziosa collaborazione del suo collega David Caramelli dell’Università di Firenze, ha messo a confronto il DNA mitocondriale estratto da quattro individui neanderthaliani e due di tipo cro-magnoide, un ragazzo e una donna provenienti dal sito pugliese di Grotta Paglicci, con quello di circa 2.500 uomini moderni, contenuto in una banca dati. stata sufficiente una analisi statistica per capire quanto il nostro pool genico sia variato davvero poco negli ultimi 25mila anni e quanto, invece, l’Homo sapiens sia geneticamente lontano dai Neanderthal. La sfida, per i ricercatori italiani, è ora quella di validare le loro teorie sull’evoluzione umana attraverso l’allargamento del campione analizzato. Entrambe le scoperte, infatti, darebbero credito al modello denominato Out of Africa, scalzando definitivamente quello chiamato Multiregionale. Secondo quest’ultimo modello, varie popolazioni arcaiche del genere Homo sarebbero emigrate dall’Africa circa 2 milioni di anni fa dando origine, in Asia, all’Homo erectus ed evolvendosi, in Europa, in heidelbergensis prima e neanderthalensis poi. L’ultimo passaggio, quello che portò al sapiens, sarebbe avvenuto in parallelo in tutte le aree interessate. I sostenitori della teoria Out of Africa, invece, fanno risalire la migrazione decisiva dell’uomo sapiens dal Continente nero a non più di 100 o 200 mila anni fa. Questi sarebbe giunto in Europa circa 40.000 anni fa e per circa 10.000 anni avrebbe convissuto con il Neanderthal - nato da un ramo laterale dell’erectus - prima di rimpiazzarlo del tutto, al momento della sua estinzione. Nel corso di quei 10 mila anni si ipotizza che non ci sia stato alcun incrocio genetico tra loro. Ma esiste anche una terza via attraverso la quale si potrebbe spiegare come è nato l’uomo moderno: la via dell’ibridazione. Ammettendo dunque non solo contatti sociali ma anche sessuali tra Cro-Magnoidi e Neanderthal, il processo dell’evoluzione umana potrebbe aver attraversato una fase intermedia di cui, però, non sono state trovate finora che poche tracce. Tra gli scienziati affascinati da questa idea c’è Joao Zilhao, professore presso il Dipartimento di Storia della Facoltà di Lettere di Lisbona e già Direttore del Instituto Portugues de Arqueologia. Zilhao è stato cofirmatario dell’articolo pubblicato nel 1999 dalla rivista ”Proceedings of the National Academy of Science” con cui si annunciava la scoperta, nel sito di Lagar Velho, dello scheletro di un bambino di circa 4 anni risalente a 24.500 anni fa. La scoperta fu eccezionale perché il piccolo mostrava inequivocabili tratti neanderthaliani, pur essendo vissuto in un periodo in cui i Neanderthal dovevano essere già spariti dall’Europa, da almeno 5.000 anni. Gli studiosi, convinti che il piccolo non fosse il risultato di una ibridazione diretta ma il discendente di una già radicata popolazione ibrida, lo ribattezzarono Homo sapiens neanderthalensis, considerandolo una sottospecie dell’uomo moderno. A Zilhao abbiamo chiesto un parere sulle ricerche condotte da Bertorelle ma, soprattutto, il motivo per cui il bambino di Lagar è così diverso da quello di Paglicci, pur essendo coevo: «A eccezione del bambino di Lagar non sono mai stati individuati chiari tratti anatomici neanderthaliani in alcuno scheletro europeo risalente a 24-27 mila anni fa. Dunque i risultati ottenuti da Bertorelle non dovrebbero sorprenderci. Eppure credo che qualcosa sia successo, a un certo punto dell’evoluzione, e le prove di quanto dico risiedono proprio nelle differenze anatomiche che intercorrono tra lo scheletro di Lagar e quello di Paglicci. Gli studiosi che trovano uno scheletro di 24-27 mila anni in Europa centrale e orientale, devono considerare che il Neanderthal si è estinto in quelle zone circa 10.000 anni prima. Un tempo più che sufficiente perché i segni neanderthaliani scompaiano del tutto. In Portogallo, invece, i Neanderthal sono sopravvissuti fino a 28-30 mila anni fa, ed è possibile che a distanza di circa 3.000 anni dei segni siano rimasti, come nel caso del bambino di Lagar Velho». Anche Bertorelle non esclude la possibilità che siano nati degli ibridi: «Non conosco le caratteristiche genetiche del bambino di Lagar perché non ne è stato ancora tipizzato il Dna, ma è possibile che in passato l’ibridazione tra Neanderthal e Cro-Magnon abbia prodotto degli individui poi risultati sterili. In seguito i neanderthaliani si sarebbero estinti a causa della dominanza dei Cro-Magnon». La questione relativa al quando e al perché il Neanderthal cessò di andarsene in giro per l’Europa è ancora aperta tra gli antropologi. Se il momento finale della storia neanderthaliana è stato abbassato con un sufficiente grado di certezza da 30.000 a 27.000 anni fa, grazie ai ritrovamenti di Vindije, in Croazia, e Zafarraya, in Spagna, le cause dell’estinzione rimangono un mistero. I Cro-Magnon erano davvero più avanzati tecnologicamente e culturalmente? Resistettero più dei Neanderthal alle malattie e alle condizioni estreme di vita dell’ultima glaciazione? Secondo Jean-Jacques Hublin, paleontologo dell’Università di Bordeaux, i nostri progenitori avevano solo «una migliore organizzazione sociale e praticavano la ripartizione dei ruoli all’interno della loro comunità». Oggi può sembrare una cosa banale ma nella corsa all’evoluzione rappresentò, forse, l’elemento determinante. Marco Merola