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 2003  ottobre 17 Venerdì calendario

TAVIANI

TAVIANI Paolo Emilio Genova 6 novembre 1912, Roma 18 giugno 2001. Politico • «Ha attraversato almeno cinquant’anni della nostra storia da una posizione privilegiata, di grande autorevolezza, come vicesegretario e poi segretario della Dc tra il 1946 e il 1950, e poi come ministro in tutti i governi repubblicani per oltre venticinque anni. In anni difficilissimi fu ministro della Difesa e ministro dell’Interno e dunque in condizione di conoscere quelli che vengono generalmente chiamati ”i segreti” o ”i misteri” della Repubblica”. Ne ha anche parlato, quando glielo hanno richiesto, con i giudici che su questi misteri e segreti hanno indagato. Nel 1991, deponendo di fronte al giudice Mastelloni, ha ammesso di aver saputo dell’esistenza di Gladio e di aver coperto politicamente l’iniziativa che riteneva necessaria per la sicurezza dell’Italia. Ma, da ministro dell’Interno, ha raccontato, si rifiutò di coprire politicamente il tentativo di golpe promosso, nel 1964, dal generale De Lorenzo su sollecitazione del presidente Segni: in quel caso avvertì Aldo Moro (allora segretario della Dc) e minacciò le dimissioni. Interrogato sulla strage di Piazza Fontana ricordò che all’epoca era ministro per il Mezzogiorno, ma, aggiunse, ”oggi ritengo che la strage sia stata effettuata da elementi di destra con eventuali deviazioni dei servizi di sicurezza, penso al Sid”. Ha sempre parlato con i magistrati, ma assai raramente, con i giornalisti. Era un uomo politico di vecchio stampo, che rifuggiva dal costume, oggi corrente, della indiscrezione, o del pettegolezzo cui far seguire, il giorno dopo una smentita. [...] Era un uomo capace di assumersi, coraggiosamente, tutte le sue responsabilità. Come avevo fatto quando, a poco più di trent’anni, membro del Comitato di Liberazione Nazionale di Genova, sostenne, nella notte tra il 23 e il 24 aprile del 1945, la decisione (presa a maggioranza) di dare il via all’insurrezione. Le forze armate tedesche firmarono la resa nelle mani del Cln e fu proprio il giovane democristiano Paolo Emilio Taviani ad annunciarlo alla radio. Pochi mesi dopo entrava a Montecitorio come Consultore. L’anno dopo, nel 1946 veniva eletto alla Costituente. E da allora, fu sempre rieletto, nelle file della Dc, prima come deputato, fino al 1972 e poi, dal 1976 al 1987 come senatore. Nel 1991 venne nominato senatore a vita, ma lo si vedeva ormai di rado a Palazzo Madama. [...] Iscritto all’Azione Cattolica fin da ragazzo, era stato tra gli allievi prediletti di don Siri quando questi negli anni 30, riuniva in un circolo fucino, a Genova, i giovani universitari più promettenti, futura classe dirigente in un’Italia liberata dal fascismo. Nonostante la lunga amicizia e la fedeltà, Paolo Emilio Taviani seppe ricavarsi un suo spazio di autonomia nei confronti del suo vecchio e stimato maestro, quando questi, ormai cardinale, si oppose ferocemente all’accordo con i socialisti, promosso da Aldo Moro nei primi anni 60. L’esperimento venne messo in atto, a livello locale, prima a Milano e subito dopo a Genova, nonostante le proteste esplicite del cardinale e le resistenze all’interno della stessa Dc (un deputato democristiano di Genova, Durant De La Penne passò ai liberali e il cardinal Siri non ricevette più il suo antico allievo). Vecchio partigiano, presidente dell’Associazione di Partigiani Cattolici, Paolo Emilio Taviani ha partecipato, finchè le condizioni di salute glielo hanno permesso, a tutte le celebrazioni della Resistenza. Non mancava mai quando lo invitava l’Anpi, l’organizzazione partigiana presieduta dal suo vecchio amico, il comunista Arrigo Boldrini. Non mancava mai, in quelle occasioni, di ricordare che in quei mesi e con il sacrificio di quei combattenti si erano ricostruiti, in uno spirito e in una lotta unitaria, valori essenziali per la nazione. La Resistenza come riconquista della Patria. Da molti anni si era ritirato nella sua vecchia casa sulle alture di Genova, una casa modesta. Amava ricordare che ”tra gli uomini della mia generazione, quelli dell’antifascismo e della Resistenza, non c’è mai stato un inquisito”. Solo dopo, con il moltiplicarsi delle correnti, ha dilagato la corruzione e sono prosperati i disonesti. Ma sottolineava con orgoglio il ruolo giocato dalla Dc nella prima fase della vita della nostra Repubblica, a salvaguardia dell’indipendenza del paese e della sua crescita economica. Un errore? ”Non abbiamo capito quello che c’era di valido nella generazione del 68: Ma non l’ha capito nemmeno la sinistra...”. Il ricordo più doloroso? ”Lo Stato che ha dato prova di fermezza e ha rifiutato di trattare per liberare Moro, ha ceduto per liberare Cirillo”» (Miriam Mafai, ”la Repubblica” 19/6/2001).