Varie, 17 ottobre 2003
Tags : Danis Tanovic
TANOVIC Danis Zenica (Bosnia) 20 febbraio 1969. Regista. Premio Oscar per No man’s land • «Dopo aver affermato il suo talento con un documentario sul conflitto nell’ex Jugoslavia, ha avuto la bella sorpresa di ritrovarsi in concorso al festival di Cannes 2001 con la sua opera prima
TANOVIC Danis Zenica (Bosnia) 20 febbraio 1969. Regista. Premio Oscar per No man’s land • «Dopo aver affermato il suo talento con un documentario sul conflitto nell’ex Jugoslavia, ha avuto la bella sorpresa di ritrovarsi in concorso al festival di Cannes 2001 con la sua opera prima. [....] Figlio di un’insegnante di piano, ha cominciato con la musica poi è entrato alla scuola di cinema di Sarajevo, vincendo un’ardua selezione: 350 candidati per quattro posti. stato il cameraman dell’esercito bosniaco al fronte. No man’s land, di cui ha scritto anche la colonna sonora, è una coproduzione di vari paesi europei, tra i quali la Francia (Noé) e l’Italia (Fabrica). [...] ”Quando è scoppiata la guerra avevo tre scelte: scappare, nascondermi oppure fare quello che sapevo fare. Per carattere non potevo scappare o nascondermi, sono andato in guerra volontario e fin dal primo giorno ho filmato tutto quello che accadeva intorno a me. La macchina da presa mi ha aiutato a sopravvivere, la sentivo come una protezione contro l’orrore e la follia. E in questo film, se pure non è un racconto realistico, c’è tutto il sentimento di quello che ho vissuto. In No man’s land non c’è la verità sulla Bosnia, è uno sguardo sulla guerra di uno che l’ha combattuta. [...] Mi ha aiutato l’ironia. Il film è stato quasi come una cura. In un tipo di conflitto come quello, esploso dentro la nostra vita quotidiana, da palazzo a palazzo, da casa a casa, c’è il rischio di diventare pazzi, si entra in uno stato d’animo di infelicità impotente che annulla il contatto con la realtà. uno choc, improvvisamente tutto si ferma, la tua vita va in pezzi. Ho cercato di riassumere questo stato d’animo nello scontro continuo tra i due personaggi del film, che litigano ferocemente su un’unica domanda: chi è stato il primo a cominciare? Ciascuno attribuisce la colpa all’altro, ma forse è una domanda senza risposta. una follia da cui è difficile uscire. [...] Le ferite dell’anima che hanno colpito la mia generazione sono difficili da guarire. Ho avuto amici che si sono suicidati, altri cercano di sopravvivere sparsi per il mondo, ma la maggior parte non riesce a trovare un senso alla propria esistenza. Per troppo tempo ci si è abituati alla morte, per sopravvivere bisogna annullare i sentimenti e cancellare le emozioni. Si piange perché si deve, non più perché si è tristi dentro. [...] Nel ’94 sono partito per il Belgio poi sono andato a Parigi, andando spesso a Sarajevo. Per anni non sentivo radici, non ero qui, non ero in Bosnia, ma in un altrove senza pace. Solo adesso, grazie a mia moglie e alla famiglia, ho ricominciato a vivere. Sono musulmano ma in Bosnia non si era mai vissuta una religiosità integralista. Per me il Natale era una festa, vivevo la festa degli amici e dei vicini di casa cristiani, così come tutti partecipavano alle feste ebraiche. Si viveva insieme nel rispetto degli altri, la convivenza di culture era la nostra ricchezza, un patrimonio perduto. La guerra è stata come un’inondazione, l’acqua sale e copre tutto. Non si può sapere che cosa resta quando l’acqua si asciuga”» (Maria Pia Fusco, ”la Repubblica” 26/4/2001). «L’ultima volta che sono stato teso è stato a Sarajevo nel ”94. Passato quel momento, tutto quello che arriva nella mia vita è un regalo e va festeggiato. I miei set sono sereni perché non lavoro con divi capricciosi, e perché il mio ego diminuisce con il tempo. Forse perché non ho più niente da dimostrare: amo il mio lavoro, ho vinto un Oscar, ho una bella famiglia. E sono ancora vivo, ho da mangiare e dove dormire. Non dimentico come me la passavo [...] Io non conosco il mio pubblico. L´unica responsabilità che sento è verso di me e verso la squadra con la quale lavoro. E non posso certo mettermi in competizione con il mio passato: quello che mi è accaduto - vincere il premio più importante, più altri sessanta, con un primo film e un film di quel tipo - accade una sola volta nella vita. Di più non posso fare, quindi il problema è risolto» (Laura Putti, ”la Repubblica” 8/12/2004).