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 2003  ottobre 17 Venerdì calendario

Papp Lazlo

• Nato a Budapest (Ungheria) il 25 marzo 1926, morto a Budapest (Ungheria) il 16 ottobre 2003. Pugile. "Un pugile che ha fatto la storia, un imbattuto. Di quelli che non stavano sul ring per caso. Il più grande dilettante di ogni tempo, con 300 incontri alle spalle. Di quelli che riuscivano ad essere qualcosa per tutti, ma soprattutto per il loro paese. Una macchina da pugni corti e veloci. Uno che frantumava. [...] Aveva vinto tre Olimpiadi: Londra 1948, dopo la guerra, Helsinki nel ´52 e Melbourne 1956. Nessuno c´era riuscito prima di lui e tra l´altro Papp sul ring aveva anche dovuto affrontare un osso duro come il portoricano Jose Torres, futuro campione mondiale. A quei tempi la boxe non faceva sconti e non risparmiava avversari capaci di tagliarti la faccia. Papp da professionista rimase imbattuto in 29 incontri, tra i due pareggi della sua carriera anche uno a Milano nel ´60 nel tradizionale pomeriggio di Santo Stefano, contro Giancarlo Garbelli, e vinse nei medi sei titoli europei. Si ritirò nel ´64 da eroe socialista. Era diventato una leggenda per la sua grande tecnica, sapeva leggere gli incontri e gli avversari, tanto che non soffrì il passaggio da dilettante a professionista. Eppure aveva un fisico normale, era anzi basso e piuttosto tarchiato. Mancino. Volto zingaresco con baffi da moschettiere. Due mani piccolissime, ma veloci. Un colpo d´occhio straordinario. Non aveva molta potenza, ma sapeva schivare e andare a guardia bassa contro il pericolo. Non aveva paura. E incassava bene, anche se non ne ebbe molto bisogno. Apparteneva alla scuola ungherese, ma la esaltò in maniera strepitosa perché sapeva picchiare con cura. Il nome Papp era un marchio di fabbrica. Fu il primo pugile dell´est a passare professionista, lo stesso Nino Benvenuti fece di tutto per schivarlo, per non incontrarlo mai. Perché Papp non scherzava, e soprattutto non dava tregua. Mollava pugni in modo pignolo, demoliva ogni resistenza, e non finiva mai a terra. Papp non tradiva, stava in piedi ad ogni costo. Altri due campioni lo avrebbero seguito nella conquista di tre consecutivi titoli olimpici: due cubani, Stevenson e Savon. La sola sconfitta la rimediò dal suo governo che gli impedì nel 1965 di andare in America, a combattere per il titolo mondiale dei medi contro Joe Giardiello. L´Ungheria comunista ritirò a Papp il passaporto, a quei tempi c´era la Guerra Fredda e ogni contatto con il nemico era proibito. Era e restò sempre un eroe del suo paese, anche per questo. Per una rinuncia decisa dall´alto. Nel 1989 la Wbc lo proclamò miglior peso medio della storia. Papp rimase nell´ambiente e per 23 anni fino al 1992 fu tecnico della nazionale ungherese di boxe. In un´epoca in cui i campioni del ring vanno e vengono Papp è uno che resta" (Emanuela Audisio. ”la Repubblica” 17/10/2003). "Quando esordì sulla scena olimpica a Londra, nel ’48, sembrava scappato da un romanzo di Ferenc Molnar. Come uno dei ragazzi della via Paal. Laszlo Papp era nato a Buda, in riva al Danubio, il 25 marzo 1926. passato alla storia per tre motivi. stato il primo pugile a vincere tre ori in tre Olimpiadi consecutive, 24 anni prima del cubano Teofilo Stevenson. Fu il primo pugile professionista del blocco sovietico. E si è eretto, nel momento giusto, a simbolo di un’Ungheria grande e vessata, eppure capace di vincere. Ha conquistato il suo record più grande l’ 1 dicembre 1956, a Melbourne, mentre i carri armati sovietici presidiavano Budapest, la sua città. Ha fatto brillare il nome del suo paese in un momento di tenebra, come gli sciabolatori, comei pallanotisti magiari. Lo sport è legato alla storia da fili di seta. E permette, a chi lo ama, il piacere del sogno. Laszlo Papp, fiero, al centro del quadrato, era una fiaccola che ardeva per chi si era commosso all’invasione dell’Ungheria. Come la vittoria furente dei pallanotisti magiari sui sovietici era la metafora superba e splendente di una rivincita. Papp. Il suo nome era una sillaba. Secca, come il suo destro. Faceva male. Quando si presentò sul ring olimpico, a Londra, infilò tre fulminei ko, prima di essere costretto alla vittoria ai punti dall’italiano Fontana in semifinale. Aveva il baffo rapinoso, i capelli neri, un profilo da violinista tzigano. La boxe per lui era arte. Era freddo, razionale. Un mancino che aveva la dinamite nel destro. Prima di lui l’Ungheria era famosa per i suoi straordinari nuotatori e pallanotisti, sciabolatori e calciatori. Il primo campione olimpico del nuoto fu l’ungherese Alfréd Hajòs, che vinse i 100 stile libero nel mare della baia di Zea, ai Giochi del 1896, e poi s’impose anche sui 1200 in acque mosse e gelate (13?), con tuffo dalla barca e senza corsie. Poi vennero molti grandi come Ferenc Csik, oro dei 100 sl, che, medico, morì in guerra in una missione aerea per salvare un ferito, oppure Tamàs Darnyi o Krisztina Egerszegi, che uguagliò la tripletta di Papp nei 200 dorso. Papp era di umili origini. Così non aveva accesso alla piscina o alla sala di scherma, dove crebbero strepitosi sciabolatori come Jeno Fuchs, Aladar Gerevich, Endre Kabos, Pàl Kovàcs, Rudolf Kàrpati, come Attila Petschauer, torturato a morte dai nazisti, o Jànos Garay, dissolto nel fumo del campo di concentramento. Non avrebbe potuto entrare, come il grande Dezsò Gyarmati, per la piccola taglia – era alto solo 1.65 – nel sette che ha fatto la storia della pallanuoto. Laszlo avrebbe potuto diventare calciatore. Ma la madre, rimasta vedova, gli pose il veto: c’era la guerra e le scarpe erano un bene di lusso. Laszlo, a 14 anni, cominciò a lavorare in una fabbrica di strumenti ottici. Un lavoro di precisione. Quando, a 17 anni, incominciò a boxare, trasportò sul ring quel metodo. Era freddo, razionale, elegante. Il suo pugilato come ”noble art”. Aveva la tecnica dello schermidore: parata e risposta. Zsigmund Adler, l’allenatore, sviluppò il suo talento. A 22 anni vinse l’oro a Londra, battendo in finale il pugile di casa John Wright. A Helsinki liquidò al primo incontro il forte statunitense Webb con un ko folgorante. A Melbourne, in semifinale, si trovò di fronte il polacco Pietrzykowski, che lo aveva umiliato negli ultimi Europei, e seppe dargli una lezione di boxe. Poi in finale liquidò il nero Josè Torres, che poi diventerà campione del mondo dei mediomassimi mettendo ko Willie Pastrano. Quella finale lo trasformò in icona. In tre Olimpiadi Papp ha disputato solo 13 incontri, vincendoli tutti. Tredici è un piccolo numero. Ma è il come che conta. Basti ricordare Melbourne. Il 4 novembre 1956 i carri armati avevano invaso l’Ungheria e la gente di Budapest combatteva sulle barricate. Con che animo era salito sul ring? Per chi combatteva Laszlo? Con quale futuro? E’ inutile decriptare i segreti del cuore. Importa solo che Papp ha fatto brillare l’oro sulla tragedia. Come gli schermidori, trascinati da Rudolf Kàrpàti. Come i pallanotisti. Molti dei suoi compagni olimpionici non tornarono in patria. Scelsero la libertà. Laszlo, invece, tornò. Nel ’57, a 31 anni, Laszlo riuscì ad ottenere il permesso di diventare professionista. A Milano lo aspettava Steve Klaus per lanciarlo nella grande boxe, ma Papp non riuscì a superare la frontiera. Allora scelse come arena Vienna. Divenne campioned’Europa. Ma, quando fu firmato il contratto per un combattimento per il titolo mondiale contro Joey Giardello, non ebbe il passaporto. Si ritirò imbattuto da professionista, come Rocky Marciano: 27 vittorie e due pareggi. Tornò nella sua villetta di Buda, a leggere Tolstoj. Tornò a spaccare legna nel bosco, a pescare nelle acque musicali del Danubio. Fu allenatore della squadra ungherese di boxe dal 1971 al 1992. Per gli ungheresi divenne un mito. E’ stato eletto ”sportivo del secolo” insieme a Ferenc Puskas. La sua carriera olimpica, in verità, era stata oscurata dalla straordinaria curva di luce della Grande Ungheria di Puskàs, Kocsis, Hidegkuti, eppure era amico personale di molti di quei campioni. Li aveva ammirati a Helsinki nella loro cavalcata vittoriosa. Amava l’Italia. A Milano aveva conquistato una squillante vittoria agli Europei del ’51. Per questo l’aveva scelta come base per la sua carriera professionistica. Invece, tra i ”pro”, fu costretto ad un’esistenza marginale. Era troppo intelligente, troppo bravo. Poco spettacolare. Rifiutava la battaglia furente: infatti finiva il combattimento col volto pulito, senza i segni della battaglia. Così era temuto ed evitato dai grandi, eppure era un maestro. Papp, certo, non ha avuto la gloria di Ray Sugar Robinson o Cassius Clay. Però ha fatto la storia del suo Paese, anche se il suo cammino ha la bellezza dell’incompiuta" (Claudio Gregori, ”La Gazzetta dello Sport” 17/10/2003).