Varie, 17 ottobre 2003
STECCA
STECCA Maurizio Sant’Arcangelo di Romagna (Rimini) 9 marzo 1963. Ex pugile. La fama se l’è costruita sul ring olimpico di Los Angeles, vincendo l’oro dei gallo nell’84. Pochi anni, ed è già al vertice tra i professionisti. Nel gennaio ’89 è campione mondiale Wbo dei piuma mandando ko Pedro Nolasco. Perde con Louie Espinoza a Rimini ma si riprende il titolo nel ’91, con un ko tecnico su Armando Reyes. Nel ’92 a sfilargli la corona sarà Colin McMillan. "Oggi sarebbe un peso medio. Settantadue chili. Quando combatteva, i chili erano 57. Il sovrappiù si vede tutto: ”Sa com’è. L’inattività, qualche pastasciutta in più, poi la malattia...”. Dice così: la malattia. Il suo nuovo avversario. Maurizio ”Icio” Stecca, che aveva smesso l’attività nella primavera del ’95, è risalito, suo malgrado, sul ring: ”Adesso devo fare a pugni con un avversario misterioso e pericoloso, l’Epn”. Epn? ” una sigla. Sta per emoglobinuria parossistica notturna”. Il nome non suggerisce nulla di buono. E infatti: ”Si tratta di una malattia del sangue - spiega -. Grave, rara e notturna perché si fa viva nelle ore di buio: in Italia si contano 120 malati, 300 in Francia, 1200 negli Stati Uniti. Il catalogo si ferma qui. Capisce che gli studi e le ricerche vanno un po’ a rilento. Comunque: l’Epn aggredisce le cellule base del midollo osseo e attacca indifferentemente i globuli rossi, quelli bianchi e le piastrine. Non muori, ma stai male e devi sottoporti a controlli continui. Io vado in ospedale ogni dieci giorni, prendo cortisonidi e anticoagulanti. In passato mi sono riempito di eritropoietina, che adesso va di moda come doping ma a me è servita per vivere. Faccio i miei controlli e sto riguardato: non posso fare grandi sforzi fisici, tipo correre o andare in palestra. Anche questo spiega perché ho messo su qualche chilo”. ”Icio” racconta con un filo di preoccupazione ciò che gli è accaduto : ”Una crisi pazzesca. Un calo di globuli rossi incredibile e improvviso: normalmente, uno ne ha all’incirca 6,5 milioni. Io appena un milione. L’emoglobina, che dovrebbe essere intorno ai 16, era calata a cinque. Ero stanco, senza forze, tutto giallo. Ho avuto paura, lo confesso. Poi, pian piano, mi sono ripreso e adesso eccomi qua. Ho sempre la passione di vivere”. Nonostante tutto - la malattia scoperta nel ’97, qualche problema nel dopo-boxe, la difficoltosa ma necessaria riprogrammazione di tutte le scadenze della vita - è il solito Stecca che alla gente del pugilato [...] somministrava begli incontri e bei discorsi. Gli uni spumeggianti, gli altri sinceri e senza peli sulla lingua. Come questo: ”Io uno dei re del pugilato italiano? Mi piace l’idea. Sì, credo di esserlo stato, in un momento in cui tutta la boxe italiana proponeva tanti bravissimi pugili. Penso a mio fratello Loris, a Valerio Nati, a Damiani, Casamonica, Todisco. E c’era Oliva in cima al mondo, e poi La Rocca... Insomma, tante facce note che davano scossoni salutari all’attività. Era un altro pugilato: forse non quello epico degli anni d’oro, però ancora ci si difendeva. Oggi, invece, sembra un immenso deserto dove non c’è più nulla. E infatti in tv e sui giornali la boxe è praticamente sparita. E poi, chi sono i campioni di oggi? Parisi, che era un talento, si è buttato via. Branco? Non scherziamo. Piccirillo? Sarebbe ora che incontrasse qualche avversario impegnativo. Duran? [...] Ecco, se il quadro è questo, povera boxe italiana”. Nel 1984, a Los Angeles, Maurizio Stecca conquistò la medaglia d’oro olimpica. Il ”Corriere” titolò: ”Ecco Stecca, un gallo romagnolo marca oro”. In finale battè il messicano Hector Lopez ai punti, di misura, guadagnandosi i complimenti di Mohammed Ali e Marvin Hagler, suoi idoli da sempre. Avrebbe ricambiato qualche anno più tardi: quando la moglie Roberta gli ha dato il secondo figlio ”Icio” ha scelto di chiamarlo Marvin. ”Los Angeles è stato il momento più bello della mia carriera. Pensa: il ragazzino che all’inizio tutti volevano cacciare, troppo piccolo, mingherlino per fare il pugile, anche un po’ gobbetto, batteva il mondo e diventava campione olimpico. Che soddisfazione: non ho mai goduto tanto, neppure quando sono diventato campione italiano o europeo o mondiale nei professionisti. Nemmeno quando il pugilato, da divertimento che era, è diventato un vero e proprio lavoro, che mi ha dato soldi e notorietà”. Accadeva tra l’89 e il ’93, i suoi anni d’oro. Di Maurizio Stecca gli appassionati del pugilato ricordano la bravura nella scherma, le gambe sempre in movimento, il guizzo del sinistro. ”Era il mio colpo migliore. Purtroppo non avevo il cazzotto che stende. Non sarei mai stato un Tyson in piccolo, ma se fossi salito di categoria, chissà...”. Nostalgie allo stato brado: ”Il pugilato mi ha dato popolarità e denaro, ma tutto ciò che ho avuto me lo sono guadagnato con il sudore. Ho detto dei miei inizi: erano in pochi a scommettere su di me. Ero sempre il secondo in tutto: davanti avevo mio fratello Loris, un grande pugile dal carattere difficile, impegnativo. Strana storia, la nostra: ho cominciato facendogli da scudiero, abbiamo fatto esibizioni insieme senza mai incrociare i guantoni in un match serio. Non so chi avrebbe vinto... Poi ci siamo allontanati l’uno dall’altro. Caratteri diversi, uniti solo da una ’romagnolità’ orgogliosa che negli anni ci ha tenuti lontano. Ora i rapporti sono normali: non ci cerchiamo, ma neppure ci si scansa quando le nostre strade si incrociano. [...] Nell’89 fui battuto per k.o. da Louie Espinosa. Lui era fortissimo ma io quella sera non ero il vero ”Icio”. Fu un momento brutto, uno dei tanti, però è come se fossero avvolti nella nebbia. Ho una memoria selettiva: preferisco ricordare le gioie, i successi, come quando in Francia, nel ’92, strapazzai Benichou che doveva fare di me un sol boccone. Sòc, che incontro, che grinta, che botte”. [...] Stecca confessa di aver sofferto quando decise di smettere col pugilato: ”L’ho fatto da campione italiano, cercando di lasciare una traccia positiva nel mio addio. Non ho mai ricominciato: non sarebbe stato serio, oramai ero arrivato nel fisico e nelle motivazioni. Eppure, i primi tempi da ex atleta sono stati terribili. Avevo addosso tristezza e nostalgia. Dai titoli sui giornali, dalle dirette Tv, dalle interviste, ero passato all’anonimato più completo. Dicono che sia la sindrome del campione che lascia: io so che cosa vuol dire. Per anni mi sono rifiutato di rivedere i miei match: è da poco che lo faccio. Ora è diverso”. Sogni? ”Tornare nel giro della nazionale come insegnante. Lo sono stato per tre anni, affiancando Patrizio Oliva come collaboratore. Prima dell’Olimpiade di Sydney, non sono stato più chiamato. Fra noi ci sono state incomprensioni, io ho sbagliato qualcosa nei rapporti, ma adesso spero che si possa tornare insieme a collaborare. Se il pugilato professionistico è in agonia, tra i dilettanti c’è movimento, aria nuova, impegno. Potrei ancora essere utile”" (Claudio Colombo, ”Corriere della Sera” 5/1/2001).