16 ottobre 2003
Tags : Mario. Schimberni
Schimberni Mario
• Nato a Milano il 10 marzo 1923, morto a Milano il 18 maggio 2001. "Un po’ per scherzare, e un po’ perché era vero, lo si chiamava ”il compagno di banco” di Cesare Romiti. E questo perché come il presidente della Rcs aveva lavorato alla Bpd, tradizionale riserva di manager di Enrico Cuccia, che andava a cercarseli lì i suoi uomini, in quella vecchia azienda chimica. E infatti vi aveva trovato Romiti, da lui poi mandato a Torino a mettere a posti i conti Fiat, e dove era diventato prima l’uomo forte e poi il presidente. Mario Schimberni, nelle intenzioni di Cuccia, era destinato a una carriera analoga. Visto che alla Fiat c’era già Romiti, lo aveva sistemato alla testa della Montedison, cioè nella seconda società industriale del paese. Ma Schimberni, dietro una faccia quasi immobile e un parlare a monosillabi, doveva avere una testa piena di idee e persino di fantasie. Quando lui era presidente della Montedison (anni Ottanta), c’era stato uno dei primi boom di Borsa e i soldi correvano intorno a piazza Affari veramente come tori imbizzarriti. E dentro quel groviglio di soldi alla ricerca di manager ambiziosi e di progetti interessanti, Schimberni intravide la sua grande occasione. E cioè quella di essere il presidente, il manager, di una Montedison senza più padroni, ma con milioni di piccoli e medi azionisti: la famosa ”public company”. Allora, la Montedison era governata da Gemina (diversa da quella di oggi) che era il vero salotto buono dell’ala nobile del capitalismo italiano, come si diceva a quei tempi. Insomma, c’erano dentro tutti i vip: Mediobanca, Agnelli, Pirelli, Orlando. Compresa la famiglia Bonomi, che possedeva assicurazioni, attività immobiliari e molte altre cose. La holding di testa dei Bonomi, un giorno, venne scalata da due ragazzi simpatici e spiritosi: Francesco Micheli e Paolo Mario Leati. Gran rumore, proteste, minacce. Ma ormai la scalata era fatta. Solo che Micheli e Leati, giovani e brillanti finanzieri, non avevano mai avuto l’intenzione di mettersi a gestire il ricco ma complicato impero dei Bonomi. Cercavano, insomma, un compratore. E lo trovarono appunto in Schimberni e nella ”sua” Montedison. Apriti cielo. Schimberni, un manager, aveva osato ”scalare” un suo padrone, i Bonomi. I Bonomi infatti erano nella Gemina e quindi erano i suoi padroni - azionisti. Un caos mai visto. Alla fine, poiché Schimberni era uno con una testa durissima, con molta tenacia e le idee chiarissime, fu Gemina a scegliere di andarsene dalla Montedison, lasciando lo schiavo ribelle al suo destino. E qui c’è la parte più eroica, ricca, piena di Mario Schimberni. Ci sono gli anni in cui ”il pirata” tenta di far funzionare la prima ”public company” italiana. E che si trattasse della Montedison, una società trascinata di qui e di là dai poteri forti pubblici e privati per anni, era quasi simbolico. Nessuno, purtroppo, ha mai saputo se quella di Schimberni era una buona idea oppure no. In lite con Cuccia, che lo aveva accusato di averlo tradito, e con tutto l’establishment italiano, a un certo punto assiste, impotente, all’arrivo del ciclone Raul Gardini che in pochi giorni scala la Montedison e se ne proclama il padrone. E Raul era veramente un padronepadrone. All’inizio si tiene Schimberni, ma poi se ne libera per poter assumere in prima persona il comando del gruppo. Schimberni se ne va e viene poi nominato alla testa delle Ferrovie dello Stato, probabilmente da trent’anni la più disgraziata e dissestata azienda italiana (e europea). Lo mettono lì perché ha fama di uomo di poche parole e molto sbrigativo. Un duro, insomma. Durerà solo qualche anno: le Ferrovie dello Stato sono infatti in grado di mangiarsi chiunque, forse anche Superman, figurarsi Schimberni. Dopo, inizia un tramonto senza gloria. E pensare che era stato uno dei manager più di ”rottura” del mondo italiano, l’unico ”dipendente” che abbia avuto il coraggio di rompere con Cuccia e di portargli via quella che è sempre stata la figlia prediletta di Mediobanca, e cioè la Montedison" (Giuseppe Turani, ”la Repubblica” 19/5/2001).