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 2003  ottobre 15 Mercoledì calendario

SAGAN Françoise (Françoise Quoirez) Carjac (Francia) 21 giugno 1935, Honfleur (Francia) 24 settembre 2004

SAGAN Françoise (Françoise Quoirez) Carjac (Francia) 21 giugno 1935, Honfleur (Francia) 24 settembre 2004. Scrittrice. Famiglia borghese. Compie i suoi primi studi a Parigi, presso un istituto religioso poi si iscrive alla Sorbona. Nell’estate del 1953, dopo la bocciatura agli esami del secondo anno di università, inizia a scrivere il suo primo romanzo, Bonjour tristesse, da molti considerato anche il suo capolavoro. Il libro, pubblicato nel 1954, diviene immediatamente un best-seller mondiale. Seguiranno Un certo sorriso (1957), Tra un mese, tra un anno (1957), Le piace Brahms (1959), Lividi sull’anima (1972), Un temporale immobile (1984), Con il miglior ricordo (1984), Il guinzaglio (1989), I sotterfugi (1991), Un dolore passeggero (1994), i racconti Musica di scena (1995), Lo specchio smarrito (1996), La guardia del cuore (2003) • «Un tempo ci fu Bonjour, tristesse. Era il romanzo scritto da una ragazzina viziata, Françoise Quoirez, nome d’arte Sagan, esile ma spudorata al punto che la soprannominarono il ”giunco infocato” della letteratura francese. Era infarcita di Camus, Sartre e Rimbaud e narrò la scabrosa storia di Cécile e di suo padre Raymond, ambientata nella Costa Azzurra degli Anni Cinquanta. Il libro ebbe un successo folgorante. Best seller. Il regista americano Otto Preminger, nel 1957, ci fece anche un film con David Niven e Jean Seberg. Dopo tanti anni di alcol, droga e maldicenza [...] Il resto della produzione letteraria ha finito col risentire - e forse era inevitabile - del suo stile di vita. Prima il processo per droga, perché lei frequentava le ”tout Paris” della gente bene marcata dal male, dallo sniff alla cocaina. Poi s’è fatto avanti il fisco e al processo che le ha intentato lo Stato francese, non ha avuto il coraggio di presentarsi. Tutta la Parigi perfida e spietata era lì ad aspettarla, nei bui e squallidi corridoi del Palais, pronta a sghignazzare sul ”relitto Sagan”. [...] Le stampelle per una malattia alle ossa che s’incrinano al minimo urto come fossero di cristallo, un volto corroso dal tabacco e da notti insonni e sofferenti, lo stress per due brutti interventi chirurgici. [...] In fin dei conti si potrebbe dire che è colpa di Mitterrand, il quale le voleva troppo bene, che se la portava sempre dietro, tanto che una volta, sulle Ande, quando Françoise ebbe un malore, tutto il seguito presidenziale se ne infischiò del cerimoniale per farla trasportare in ospedale. A forza di vederla con Mitterrand, un agente di Elf, che non manca mai d’essere alla ribalta, dallo scoppio di Tolosa allo scandalo Dumas, le chiese d’intervenire perché un ministro dell’Uzbekistan fosse ricevuto all’Eliseo. Era il 1993. Mitterrand si piegò, in nome della letteratura, al desiderio della sua amica che, per il suo intervento, ricevette da Elf quattro milioni di franchi, oltre un miliardo di lire. Secondo il fisco, li nascose volutamente sotto il materasso. Secondo la Sagan, fu una dimenticanza nella dichiarazione dei redditi. Dimenticanza che in Francia prevede qualche anno di galera. [...]» (’Corriere della Sera” 26/9/2001). «Era stata una scrittrice prolifica. Quasi cinquanta opere, tra romanzi, sceneggiature, novelle, drammi teatrali. Avrebbe dovuto finire i suoi giorni da ricca signora delle lettere, invece il fisco e la giustizia, per un losco affare di petroli in cui lei s’era atteggiata a mediatrice, l’avevano perseguita fin dal 1990 con ferocia, come solo sa fare la stato francese. Un tempo ci fu dunque Bonjour tristesse. [...] Robert Julliard, editore, aveva letto in una notte il manoscritto. Le parole Bonjour tristesse erano del poeta Eluard e si addicevano alla vicenda. I toni erano piatti e le scene scorrevano come fotogrammi. Quel che ci voleva nella letteratura francese di quei giorni, dominata e angosciata da Sartre, Gide, Mauriac e Camus. Julliard aveva chiesto all’aspirante scrittrice: ” autobiografico?”. ”No”, rispose lei. ”Sono figlia di una famiglia piccolo borghese che ha salvato alcuni ebrei durante la guerra, ma che è rimasta imprigionata nella sua condizione sociale. A casa mia, a Parigi, c’è un gran puzza di cavolo bollito”. ”Quanto vuoi?”, chiese Julliard. ”Duecentomila franchi”. ”Te ne darò il doppio”, disse l’editore. Il nome Sagan l’aveva scelto nella Ricerca di Marcel Proust dove infatti c’è un principe di Sagan. [...] Furono anni di furia, dall’abisso dei peccati alle vette dei riconoscimenti culturali. Françoise era alla moda, i francesi l’ammiravano per la sua disinvoltura anche quando apprendevano dai settimanali che lei e il marito, l’artista americano Robert Westhoff, facevano orge e si scambiavano le amanti e gli amanti. Seguì, nel 1956, il successo, di Un certain sourire, poi Aimez-vous Brahms... nel 1959. Françoise scriveva di notte, a letto o in una vasca da bagno, consumo medio di whisky: un litro al giorno, se non di più. Passarono tanti anni di alcol, droga e maldicenza, la Sagan dei tempi incantati non esisteva più. La realtà era quella d’una candela che si stava spegnendo in una una foresta di guai. L’ultimo suo vero successo risaliva ormai al 1972, in italiano era intitolato Lividi sull’anima. Il resto della produzione letteraria era un succedersi di tentativi (quasi pietosi) di risollevarsi dall’abiezione. [...]» (’Corriere della Sera” 25/9/2004). «L’’eterna bambina”, con il caschetto di capelli biondi che sembravano sempre agitati dal vento, aveva sconvolto i benpensanti dell’epoca, fatto vibrare la gioventù del primo dopoguerra, infranto le regole, inventato un genere letterario che poi divenne cinema, teatro, modo di vivere. Negli anni Cinquanta, Françoise Sagan rappresentò nell’immaginario dei francesi quello che fu James Dean per gli americani. Quel ”vivere per vivere” banalizzato nei film di Lelouche, quel vivere di corsa, senza sapere dove andare, lasciandosi fermare soltanto dalla malinconia di un tramonto, dalla fragilità di un amore, dall’inconsistenza dei rapporti istituzionali e familiari. James Dean correva nelle praterie con il rock di Elvis Presley a tutto volume, Françoise Sagan correva sulla costiera di Saint Tropez, ascoltando la Gréco e Montand, e finendo anche lei per schiantarsi con una Jaguar. Rimase quasi un anno semiparalizzata e poi disse: ”Ci vietano di fumare, ci ordinano di allacciare le cinture, ma nessuno fa niente contro la noia. E questo non va bene”. I suoi antidoti erano sigarette, whisky, case da gioco che anno dopo anno divennero però i suoi pochi compagni nel viaggio della vita. ”Non sono sicura di essere mai uscita completamente dalla mia infanzia”, ha detto in un’intervista. Quando uscì Bonjour tristesse, nel 1954, la Sagan aveva meno di vent’anni. Fu un successo strepitoso, ma anche uno scandalo. Parte della critica definì ”amorale” la storia di una ragazzina che detesta l’amante del padre. Ma vende un milione di copie in pochi mesi. Traduzione in venti lingue. Arriva la fama in America che, per la giovane scrittrice significò l’incontro e l’amicizia con Truman Capote e Tennessee Williams. La Francia era traumatizzata dalla sconfitta in Indocina, sentiva avvicinarsi gli spettri della guerra d’Algeria, avvertiva senza prenderne completamente coscienza (a volte non lo fa nemmeno adesso) che un grande passato imperiale e coloniale era agli sgoccioli. E si ripiegò, commuovendosi ed esaltandosi, nella figura di Cécile, la protagonista del romanzo, che toccava le corde dei rapporti famigliari difficili, dei sogni d’amore e del bisogno di sognarli. Del ”privato” si direbbe oggi. La Sagan, che aveva preso questo pseudonimo dalle pagine di Proust e che ha sempre scritto a mano, divenne un fenomeno letterario, un capitolo considerato fondamentale della moderna letteratura francese, per il vocabolario secco, conciso con cui sapeva indagare i labirinti del cuore e le sfumature degli stati d’animo. La grande apparizione, nelle librerie e nei caffè di Parigi, non aveva la forza teorica di Sartre né l’impatto politico di Camus né la funambolica fantasia di Cocteau. Eppure l’’eterna bambina”, la ”charmant petit mostre”, come la chiamava Mauriac, venne immediatamente adottata da un contesto culturale in cui sarebbero maturate negli anni successivi la contestazione studentesca, la liberazione sessuale, la crescita della società civile. Conflitto e festa, emancipazione della donna e star system: la bambina prodigio della letteratura vi restava in bilico, come lo era la borghesia francese dell’epoca. Ha scritto: ”Siamo pochi a pensare troppo e troppi a pensare poco”. I romanzi e le opere che seguirono, da Un certo sorriso a Le piace Brahms? ebbero meno impatto e meno successo, ma confermarono le tematiche e il personaggio cui François Sagan rimase sempre fedele fino alla fine. La sua non era una sfida alla vita, ma una disperata voglia di vivere e di essere amata, eludendo le regole della vita stessa, da quelle sociali a quelle ancora più inesorabili del tempo. Negli ultimi anni, viveva in solitudine, quasi dimenticata dal grande pubblico, malaticcia e perseguita dai debiti come un personaggio di Hugo, una Violetta della nostra epoca che, ricordando il passato, disse: ”Camuffare il suicidio da incidente è il massimo della delicatezza”. La Francia l’ha amata, compatita, persino protetta e tollerata, con il suo insopprimibile amore – tutto francese – per la trasgressione, l’andare sopra le righe, la libertà e la creatività degli artisti. Non le risparmiò l’arresto, perché a tutto c’è un limite e la Sagan, negli ultimi anni della sua vita, aveva passato anche questo: la droga, i guai con il fisco, i debiti erano diventati la faccia sporca e patetica di una vecchia signora malaticcia che avrebbe voluto continuare a stupire. Ad un critico, dettò il suo epitaffio: ”Fece la sua apparizione nel 1954 e fu uno scandalo mondiale, la sua morte è stata uno scandalo solo per lei”» (’Corriere della Sera” 25/9/2004).