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 2003  ottobre 15 Mercoledì calendario

Romero George

• New York (Stati Uniti) 4 febbraio 1940. Regista • «Nel 1969 George Romero ha 29 anni, ha girato dei cortometraggi e fondato una casa di produzione, la Latent Image, specializzata in filmati industriali. Ma il suo sogno è realizzare un film vero. C’è la sceneggiatura, mancano i soldi. Proprio allora si fa vivo un altro pubblicitario disposto a mettere del denaro per un film dell’orrore a basso costo. Si gira nei fine settimana, sino a quando c’è pellicola. Ci vogliono sette mesi per portare a termine le riprese. Realizzato il montaggio, occorre trovare un distributore. Tante porte chiuse in faccia; poi il film finalmente esce in orride sale di periferia accompagnato da feroci stroncature. Molti giovani cineasti potrebbero riconoscersi in queste peripezie. Non tutti però possono vantare di avere dato, in questo modo, una svolta alla storia del cinema dell’orrore. Perchè nasceva così La notte dei morti viventi, film di paura, ma anche ironia e sarcasmo nei confronti della provincia americana, atto d’accusa contro il razzismo e l’intolleranza yankee siglato nel finale quando l’unico umano sopravvissuto all’assedio degli zombi viene steso da una fucilata dei salvatori che lo scambiano per un morto vivente. Un titolo destinato a diventare mito, su cui i critici di mezzo mondo si sono esibiti in pagine e pagine, che stuoli di giovani cinéphile, allora neppure nati, hanno trasformato in culto» (Sergio Trombetta, ”La Stampa” 21/8/2001) • «[...] per Night of the Living Dead, ho rubato l’idea a I Am Legend, di Richard Matheson. La sua era la storia dell’’ultimo uomo rimasto sulla terra dopo che i vampiri avevano conquistato il mondo. A me interessava affrontare un’idea simile ma coglierla mentre tutto stava ancora accadendo. E mi sembrava che i mangiatori di carne umana fosse una metafora adatta. Erano i tardi anni sessanta. L’idea era di fare un film sulla rivoluzione. [...] Ho sempre provato empatia per gli zombie. Già nel primo film ho cercato di dare loro un minimo di identità. C’era una suora, per esempio. In Dawn of the Dead c’è quel tipo che continua a cercare invano di salire le scale... E, sempre in Dawn, alla fine lo zombie prende la pistola di uno dei vivi e decide che è migliore di quella che aveva lui. In altre parole, ho sempre cercato di farli progredire. Bub, in Day of the Dead, è un mostro classico, ”benevolo” alla Karloff. In Land i morti viventi sono decisamente più organizzati, anche se il loro capo, Big Daddy, non è simpatico come Bub. Lui è una specie di Zapata. Pensandoci bene, nei miei film non ho mai avuto un ”personaggio” come quello del romanzo di Matheson. Francamente gli umani mi sono sempre piaciuti meno degli zombie. C’è magari un personaggio che vede le cose con più di chiarezza degli altri, ma io non mi identifico con loro. Nei miei film i cattivi sono sempre vivi, non morti. [...] In realtà, fin da Night of the Living Dead, per me gli zombie sono una sorta di forza esterna, non sono partecipanti attivi della storia. Le cose succedono tra i personaggi intorno a loro e nessuno se ne preoccupa, fino a che non è troppo tardi... Come nessuno si sta preoccupando dell’effetto serra, o del perché noi americani oggi siamo detestati in tutto il pianeta. Sono problemi come gli zombie) che nessuno si pone. In un certo senso, specialmente in questo film, gli zombie rappresentano una sorta di rimosso, quello a cui dovrebbe veramente pensare la comunità globale. [...]» (Giulia D’Agnolo Vallan, ”il manifesto” 15/5/2005).