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 2003  ottobre 14 Martedì calendario

Buticchi Albino

• Nato a Cadimare (La Spezia) il 21 maggio 1926, morto a La Spezia il 13 ottobre 2003. Ex presidente del Milan. Da ragazzino faceva il pescatore. Deportato in Germania durante la seconda guerra mondiale, rientrò in Italia dopo un’evasione. Nel dopoguerra partì per l’America in cerca di fortuna, entrò nella legione straniera, si diede all’automobilismo, infine fece i soldi col petrolio. Ex terzino dello Spezia, nel 1972 diventò presidente del Milan di Rocco e Rivera. Tra le sue vittorie la coppa Coppe del 1973 (finale a Salonicco con il Leeds) e due coppe Italia (1972 e 1973), ma sarà ricordato per la «fatal Verona» (sorpasso della Juventus all’ultima giornata del campionato 1972/1973). Dopo gli scontri con Rivera (che lo accusava di volerlo vendere al Torino) e la sconfitta nella finale di coppa Coppe 1974 (contro il Magdeburgo), nel 1975 lasciò i rossoneri per diventare assistente tecnico del presidente del Torino Pianelli che vinse quell’anno il suo ultimo scudetto. Coinvolto in un crack finanziario, nel 1983 tentò il suicidio sparandosi due colpi alla tempia: il primo a vuoto, il secondo lo rese cieco (nel 1992 ci riprovò). «Entrò nel mondo del calcio perché era uno sfizio che si voleva togliere e nell’ambiente di via Turati, sede del Milan, fu introdotto da Gianni Rivera. Era il 1972. La denominazione con la quale venne ammesso in società era ”ufficiale pagatore” e gli fu concessa la carica di vicepresidente. Lo guardavano storto, quel signore venuto dalla provincia che maneggiava i soldi del petrolio e non frequentava i salotti belli di Milano. Lo guardavano storto e non gli facevano mettere becco negli affari del pallone, fino a che lui non si spazientì e disse, sempre a voce alta, perché Buticchi era uno che non amava il tono minore: ”Se ci metto i soldi, voglio essere io a decidere”. E così s’impossessò della poltrona di presidente, ne scalzò Federico Sordillo e iniziò a muoversi in un universo che non conosceva per nulla. Fece fatica, studiò, usò, facendosi violenza, l’arte della diplomazia (che proprio non gli si addiceva) e cercò di regalarsi un sogno: il Milan, per lui, era un ritorno all’infanzia e alla giovinezza quando faceva il terzino nello Spezia. I primi passi da presidente furono lo specchio della sua vita: gioie immense e delusioni altrettanto grandi. Conquistò la Coppa Italia nel 1973 e anche la Coppa delle Coppe nella sofferta finale di Salonicco contro gli inglesi del Leeds. Era il 16 maggio del 1973 e tutto sembrava potesse essere meraviglioso, come la vita del film di Frank Capra. Però, dopo la sbornia come dopo le notti vittoriose al tavolo verde, c’è sempre un’alba, e quella del presidente del Milan Albino Buticchi fu domenica 20 maggio 1973. Luogo del risveglio, lo stadio Bentegodi di Verona. I rossoneri sono in testa alla classifica, basta un punto e vincono lo scudetto e si cuciono la stella sulle maglie: ma Verona non è un buon posto per gioire, diventa addirittura ”fatale”, il Milan perde 5-3 mentre la Juventus vince a Roma e conquista il titolo. Buticchi distrutto, come tutti i milanisti, giocatori, tifosi, dirigenti. E quel giorno si ruppe un amore. Buticchi, dopo la ”fatal Verona”, spinto forse anche da qualche consigliere poco accorto, prese in pugno la situazione e fece il decisionista. Solo che faceva fatica a decidere in un ambiente che non conosceva ancora alla perfezione, e così vennero le polemiche e le discussioni. Lui sarà sempre, nell’immaginario dei tifosi delMilan, il presidente che volle cacciare Gianni Rivera, cioè il mito. Accadde questo: Buticchi, non si sa mosso da quali idee innovatrici, scelse per la panchina Gustavo Giagnoni e liquidò Nereo Rocco, che era praticamente un monumento in casa rossonera. Poi allontanò Pierino Prati e Roberto Rosato, altri due uomini che avevano fatto la storia della società, e si creò una frattura insanabile. I risultati non erano esaltanti, la gente non si divertiva, gli avversari vincevano e Buticchi non sapeva più che pesci pigliare. In una memorabile intervista dichiarò, forse senza rendersi conto di quello che stava realmente dicendo: ”Sì, lo scambio tra Rivera e Claudio Sala si può anche fare”. Come? Successe il finimondo. La piazza rossonera si sollevò contro il presidente che osava toccare l’eroe e si schierò, ovviamente, al fianco del capitano dei capitani. Buticchi non poteva più controllare la situazione, non aveva più amici in società e le finanze cominciavano a venir meno. Rivera, arrabbiatissimo per l’onta subita, non si presentò per due giorni consecutivi agli allenamenti, venne punito da Giagnoni e, per risolvere una faccenda che era ormai bollente, s’impegnò in prima persona a eliminare Buticchi e a rilevare la società attraverso l’intervento di Jacopo Castelfranchi, all’epoca presidente della Gbc, e di altri amici. Operazione che andò a buon fine e Buticchi lasciò così il Milan. Con molta amarezza, tanto che anche negli ultimi anni, raccontano i dirigenti di oggi, il vecchio presidente si faceva sentire al telefono e voleva che gli si raccontassero le storie rossonere del presente. Era ormai una vita impossibile, per il povero Buticchi, che nel 1983 rimase cieco dopo essersi sparato un colpo alla tempia e che nel 1992 si buttò dalla finestra e si fratturò il femore: le solite storie di soldi andate male. Tormentato e malinconico, eppure sempre con il Milan nella mente. Fino a sette-otto anni fa, ogni tanto, si faceva accompagnare a San Siro da un amico che gli raccontava la partita per fargli rivivere, in qualche modo, il clima degli anni d’oro» (Andrea Schianchi, ”La Gazzetta dello Sport” 14/10/2003).