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 2003  ottobre 13 Lunedì calendario

Music Anton

• Zoran Gorizia 11 febbraio 1909, Venezia 25 maggio 2005. Pittore. «Nasce nel 1909 a Gorizia, terra di confine - allora austro-ungarica - tra genti e lingue diverse (slava, tedesca, italiana), Zoran Music. Poi la Stiria, Vienna, Zagabria, Trieste, Madrid, Venezia...: qui viene fatto prigioniero dai tedeschi e internato a Dachau. Quando ne è liberato torna, dopo altre peregrinazioni, a Venezia. , già allora e già da tempo, pittore: ma Dachau, dirà, ha segnato per lui una seconda nascita: parte di lì il suo lungo tragitto. Music, che dal ”53 ha stabile dimora a Parigi, è stato molto amato da alcuni (Jean Clair, ad esempio, gli ha dedicato una grande mostra al Grand Palais nel ”95), da altri invece osteggiato: fin da quando, alla prima Biennale del dopoguerra, nel ”48, egli si mostrò alieno dal partecipare, su di un fronte o sull’altro, alla diatriba fra astratti e figurativi che avrebbe occupato il dibattito italiano sino almeno a tutto il decennio seguente. Lui dipingeva Cavallini: piccole figurette stagliate contro paesi dalmati, che il suo sguardo scopriva brulli e scabri. Poco più avanti, durante un viaggio a Roma, intravide dal treno colline toscane ed umbre che gli parvero altrettanto spoglie del paesaggio della terra natale, e che presto ritrasse così, con pochi colori accordati e squisite dolcezze di trapassi tonali, e con minor gusto aneddotico di quello che toccava la sua pittura precedente. Con quei dipinti vinse (a pari merito con Antonio Corpora, suo coetaneo, ma allora ben altrimenti celebre) il Premio Parigi di Cortina d’Ampezzo, e grazie a quel premio ebbe diritto ad allestire una mostra personale alla prestigiosa Galerie de France, che gli offrì un contratto. Fu l’inizio di una carriera internazionale. Il cuore degli anni Cinquanta è stato per Music un tempo non privo di contraddizioni. Stabilmente dunque a Parigi, egli si trova circondato da un crescente riscontro mercantile, con un ormai vasto pubblico interessato in particolare alla serie dei ”motivi dalmati”, ma insieme dalla percezione, per la prima volta pungente e quasi amara, di un’appartatezza che sfoga ora, quasi, nell’isolamento. Sono ben note le sue parole relative a quegli anni: ”Arrivato a Parigi con il modesto bagaglio dei cavallini dalmati, mi sentivo inutile a me stesso [...]. Facevo parte dei pittori di una galleria dove ero l’unico fuori strada”. Parole che rispecchiano un animo libero da vani orgogli, e invece il malessere nel vedersi circondato da ”questi nomi giganteschi della pittura”, tutti votati - con rare eccezioni - a un linguaggio che egli percepisce, senza grandi distinzioni, come ”astratto”. Ne era derivata, anche, una stanchezza di pittura che, nella reiterazione dei temi più usati e richiesti, fu a un passo dal cadere in maniera: riconosciuta più tardi sia da quella esegesi che gli fu sempre solidale (Jean Leymarie, ad esempio, che ha scritto come il Music di allora si lasciasse un po’ ”trascinare verso la stilizzazione”) sia da altri che, come Francesco Arcangeli, riconobbero proprio in quel rischio - lucidamente avvertito dallo stesso pittore - l’abbrivio per una nuova, diversa avventura (’Ero un po’ perplesso delle sue sigle, negli anni fra il ”48 e il ”55; mi pareva prigioniero, come sospeso fra Campigli e Capogrossi, abbastanza attraente, ma fragile e cifrato. Ma l’insidia - per lui credo fosse un’insidia - del segno fu poi assorbita dalla struggente, ventilata, estenuante iconografia interiore dell’informale”). E dentro la vicenda d’un particolarissimo ”informale”, inteso almeno nel senso che Arcangeli assegnò al termine in aerea italiana, può essere iscritta - forse meglio di quanto altre volte s’è scritto, definendola ”astratta” - la breve fase del lavoro di Music che occupa gli anni di passaggio fra sesto e settimo decennio, e che culmina nella sala personale allestita alla Biennale del ”60, ove egli presenta dieci dipinti variamente intitolati Serie bizantina, Nel paesaggio il vuoto, Chiuso primitivo e Paese monotono. Opere introdotte nel catalogo veneziano da Giuseppe Marchiori, con un testo che evidentemente, nel suo insistere sul ”continuo contatto con la realtà” serbato nel tempo da Music, non riesce del tutto a nascondere un certo stupore per la recente caratura dell’opera del pittore. Ma che è comunque utile a ribadire per essa quella matrice d’un ricordo di natura che, fatto lontano dalla distanza che gli frappone il filtro della memoria, sta al fondo, anche, di quest’immagine sfocata, svenata di turgore, come avvistata fra la nebbia in un cielo remoto o, al microscopio, su una lastra di metallo bruciato dalla ruggine. La luce, il suo baluginante aggallare nei pertugi lasciati dall’affollarsi dei timbri più annottati, ne è l’elemento egemone di forma: ancora in rapporto, o in coincidenza, piuttosto con alcune esperienze lagunari, come quelle dell’età tarda di Guidi, o di De Luigi, che non con quelle - pure più volte, per questo tempo di Music, richiamate dalla critica - di Fautrier o, all’opposto, di Tobey. un tempo, questo - s’è detto - breve per Music: di cui egli stesso ha per giunta in seguito finito per dubitare: eppure la sala che oggi a Gorizia lo documenta, nell’ampia e bellissima antologica che Comune e Provincia gli destinano nella sede museale di Palazzo Attems (a cura di Marco Goldin, catalogo Linea d’ombra libri), tesa dalla Terra d’Istria del ”57 alle Macchie del ”61, è splendida, e costituisce quasi un cuore segreto della rassegna: toccando quel punto di ultima dissoluzione del racconto, e di sprofondamento della mano sapiente negli incanti della pura pittura, cui in fondo Music aveva da sempre ambito. Transito, infine, alla più colma maturità furono, all’inizio degli anni Settanta, i dipinti subito celebrati della serie Non siamo gli ultimi, qui riuniti in larghissimo numero. Sono quadri della memoria - di un’atroce memoria: del ”quotidiano paesaggio di morti, di moribondi” che, internato a Dachau, nell’inverno del ”44 egli ha visto ogni giorno, già ”stecchiti e congelati” o ancora ”con le bocche semiaperte nell’estremo tentativo di aspirare un po’ d’aria”, come dirà più tardi. Li aveva disegnati, allora, sulla poca carta che, per un caso, aveva potuto ritrovare nel campo di concentramento (salvò poi fortunosamente, nascosti sotto il vestito, qualcuno di quei disegni). Li dipinge adesso, trent’anni dopo: e sono cumuli, cataste, o solo profili di volti allineati dalla memoria contro l’orizzonte. Nessun altro soggetto poteva offrirsi, alla pittura del secolo, più tragico di quello: eppure il dramma è, da questi quadri, come allontanato, eluso. Un grande silenzio cade sulle vaste tele, stempera le grida dei moribondi, avvolge infine quasi amorevolmente quei morti, come assolvendoli del loro dolore; su di essi il gioco sapiente della luce e dell’ombra, il trepido incontro dei grigi e dell’ocra, il gocciare sparso, inatteso di piccole perle di grazia - un rosa, un malva, un azzurro - le allontana dal grido: da un loro ruolo, soltanto, di testimonianza. Il dolore, in qualche modo, si ottunde; lascia Dachau e i suoi anni, si alza a misura del destino eterno dell’uomo. E certo, in questa serie sua maggiore, che poteva condurlo ad enfatizzare la forza del messaggio, Music fa tesoro, anche, dell’esperienza di dieci anni avanti, e delle consapevolezze di forma allora acquisite. Tant’è che negli anni che sono seguiti, la pittura non s’è discostata da quella nudità che aveva allora raggiunto: siano Motivi vegetali (alberi abbattuti, tronchi resecati e radici attorte: uniti in abbracci senza più passione, come quelli che stringevano l’uno all’altro i morti di Dachau), o ritratti (grandi ritratti di Viandanti o di Anacoreti, di uomini che hanno vagato, come lui, senza patria, o che si sono rifugiati nella solitudine e nel silenzio; e che adesso stanno nel loro luogo, muti e come in attesa del destino), o vedute di Città avvolte dalla nebbia nella quale balugina un lume lontano (paesi nei quali ”la luce si è tutta internata, come se affiorasse dal profondo”, ha scritto Roberto Tassi), i dipinti di Music degli ultimi trent’anni sembrano progressivamente spogliarsi d’orpelli, e vivere di lunghi, ansimanti, appena udibili sussurri. Il colore si stringe a pochi rintocchi di rosa, di grigi; la tela grezza, lasciata scoperta, dice da sola lo spazio che serve alla vita delle sue figure; mentre un segno nero, rotto in più punti, le scava e quasi le erode, smangiandone il turgore e l’orgoglio ormai vano della forma» (Fabrizio D’Amico, ”la Repibblica” 13/10/2003). «[...] Una vita movimentata, la sua. Quando Music nasce a Gorizia, la città di frontiera è il punto d’incontro di tre culture: italiana, slava e tedesca. Qui l’artista trascorre i primi anni. Poi, allo scoppio della guerra, la sua famiglia va in Carinzia e nella Stiria Slovena. L’immagine delle foreste verdi sostituisce quella delle rocce sterili, secche, aride del Carso cui è abituato. Dopo l’Accademia a Zagabria, va a Vienna (Kafka, Musil, Klimt, Schiele) e a Praga ( impressionisti francesi). Nel ”35 si trasferisce in Spagna. A Madrid resta incantato da Goya, Velázquez, El Greco. Nella vecchia Castiglia ritrova una certa aria di casa: gli altopiani battuti dal vento. Lascia la Spagna della guerra civile e torna in Dalmazia. Poi va a Gorizia e Venezia, dove nel ”43 espone presentato da De Pisis. L’anno dopo è deportato a Dachau: ”Vivevo in un quotidiano paesaggio di morti, di moribondi in un’apatica attesa”, scriverà. Liberato, torna nella città dei dogi, dove il compositore Francesco Malipiero gli dà come studio il sottotetto di Palazzo Pisani, sede del Conservatorio. Venezia, che fonde in sé secoli di civiltà occidentali e orientali, gli appare come il luogo eletto da lui sempre cercato. Così, dal ”53, l’alterna con Parigi. A distanza, richiama la terra natale. Comincia, lentamente il lungo distillio del tempo, della memoria. Riprende alcuni motivi a lui cari: mandrie, cavalli e cavallini, nudini, asinelli, traghetti, mercati, i morti di Dachau (che, intitolati Non siamo gli ultimi, per la loro tensione drammatica sembrano collocarsi a metà strada fra Giacometti e Bacon). Giacometti, lo incontrava a Parigi, ai primi anni Sessanta [...] ”di sera, qualche volta e per caso: facevamo un centinaio di metri insieme. Lui prendeva il viottolo che attraversava il cimitero di Montparnasse”. Altri motivi: contadine col parasole a dorso di muli, vegetali, paesaggi rocciosi, vedute veneziane, interni di cattedrali, ritratti. Dappertutto, Music si porta dietro gli echi bizantineggianti dei mosaici, quelli dei Primitivi senesi, della tradizione toscana e umbra (Cimabue, Giotto, Piero della Francesca, Paolo Uccello) o della ritrattistica di Fayyüm, la cui influenza egli amalgama con la pittura moderna e contemporanea. Insomma, l’artista dalmata rintraccia i segni del mondo antico e li trasforma in quei cicli di pittura che riprende e ricrea continuamente e ai quali dà una dimensione metaforica. Le pietre diventano impronte d’un canto lontano. Gli stessi morti – sono parole di Music – « si fanno paesaggio”. I morti continuano ad emergere, ossessivamente, come apparizioni, a distanza di decenni, dal fondo della tela. Si amalgamano tono su tono, grigio su grigio, ruggine su ruggine. La memoria lievita, si manifesta, incalza. Ma senza ridondanze. La luce scaturisce dall’interno delle cose. Music evoca il riverbero e lo cattura. E così la vita continua: Dachau, la moglie Ida, i motivi dalmati, paesaggi senesi, cattedrali ed autoritratti. Una pittura aristocratica, dove si coglie una sorta di canto sommesso. Immagini sedimentate. Come nel contrappunto, l’attenzione viene sollecitata dallo svolgersi simultaneo di voci diverse. Poche le modulazioni, e così rapide, che neppure s’avverte la sovrapposizione di più linee melodiche. Ecco, qui la bellezza della pittura è qualcosa che non solo si vede, ma anche si ascolta, come una nenia dolcissima e lontana. Storia e leggenda di un grande, grandissimo uomo e artista» (Sebastiano Grasso, ”Corriere della Sera” 26/5/2005) • «Molti anni sono occorsi a una critica sospettosa di fronte alla sua resistente volontà di figura, e forse ancor più di fronte al suo diniego a prendere per sé una bandiera, e a issarla polemicamente contro altre vocazioni, per riconoscere a Music [...] la sua statura di grande pittore. Anni in cui la solitudine che si era consapevolmente scavato attorno forse giunse a pesargli, finendo per somigliare ad un cattivo destino. Perché talvolta, davvero, l’appartatezza sembrò sul punto di tramutarsi in dimenticanza [...] le rare mostre di vero prestigio a lui dedicate dagli esordi - quando, nel ”44, a Venezia lo presentò in catalogo Filippo de Pisis a quella che era la sua prima personale italiana - fino a tutti gli anni Cinquanta, e oltre. Fintanto che, quasi ”scandalosa”, comunque inattesa, venne la grande antologica che, nel 1995, gli destinò il Grand Palais di Parigi, voluta e curata da Jean Clair: ”cosa accaduta a pochi artisti viventi, e a nessun italiano”, scriveva allora [...] Roberto Tassi, che da tempo ne seguiva il lavoro. La verità storica era con ciò risarcita; e molte sono state, da allora in avanti, le occasioni in cui l’opera di Music è stata largamente ripercorsa. ”Italiano”, peraltro, come lo indicava Tassi, Music lo era in verità solo in parte: nato nel 1909 in una Gorizia allora austro-ungarica, egli è stato sempre uomo di frontiera, e intimamente europeo. Aveva già studiato a Vienna, a Zagabria, a Madrid, prima di approdare a Trieste e a Venezia, dove la guerra non aveva sopito del tutto la vitalità culturale e artistica di un ambiente che sarà subito fra i più vivaci dopo la liberazione. Proprio a Venezia Music, uscito dalla tragica esperienza del campo di concentramento di Dachau, inizia a misurare, a partire dal ”45, quella che sarà la sua costante separatezza da quanto lo circonda; proprio lì - a muovere da quella Biennale del ”48, la prima del dopoguerra, che vide i giovani tutti intesi ad un rinnovamento del linguaggio in chiave prevalentemente neocubista - Music, che stava per compiere quarant’anni, toccò con mano, per la prima volta, la propria estraneità dai sentieri più accreditati del moderno. In questa chiave allora poteva leggerne l’opera Sergio Solmi, presentandolo al ”Premio Parigi” di Cortina del 1951 (’pago di ritrovare la comunicazione con gli uomini attraverso la solitudine e la confessione della propria umana singolarità”): premio che Music vinse, e che gli valse non solo una mostra alla Galerie de France, ma quel radicamento a Parigi - rimasta poi sempre la residenza principale - che significò alla lunga un suo ingresso nel giro maggiore della pittura europea; anche se per allora si sentiva ”fuori strada” fra gli artisti della galleria. Dipingeva, infatti, le sue memorie della Dalmazia e del Carso, i cavallini e le donne dai grandi ombrelli, le vedute di Venezia, le colline senesi o umbre, ruvide e spoglie, intraviste un giorno dal finestrino di un treno che lo portava a Roma: e tutto sembrava irrevocabilmente lontano dai dettami della cultura astratta, concretista, segnica che dominava in quegli anni a Parigi. Ma in quella sua distanza Music intestardisce: come faceva a Bologna Morandi o come - proprio a Parigi - faceva Giacometti. E i suoi grigi, i rosa, i più tenui e quasi sfatti celesti continuano a inumidire appena i dorsali dei monti, le curve dolci delle colline, uniti da una luce lenta e silenziosa, passata al filtro della memoria; le ”cose” che Music narra contano allora quasi soltanto per quel loro essere sempre eguali, e per il loro farsi, così, occasione soltanto di pittura che scrive il tempo, il suo lastricarsi nella coscienza, il suo sedimentarsi su una terra che, ha scritto Tassi, pare ”asciugata dal vento dei secoli”. Music resta su quei temi sino al volgere degli anni Cinquanta: quando inaugura una breve stagione che lo porta ad un passo da una pittura ove il soggetto s’è definitivamente eclissato. Vengono immagini sfocate, svenate di turgore, che sembrano avvistate fra le nebbie di un cielo remoto. La luce, il suo baluginante affiorare nei pertugi lasciati dall’affollarsi dei timbri cromatici più annottati, è l’elemento egemone di forma. Questa pittura, che fu detta impropriamente ”astratta”, Music presentò nella sala personale che gli aveva destinato la Biennale veneziana del ”60, ove fu accolta con qualche riserva e qualche fraintendimento. Vennero poi i dipinti, subito celebrati come un suo vertice qualitativo, della serie ”Non siamo gli ultimi”. Sono quadri, ancora, della memoria: ma d’una atroce memoria: del ”quotidiano paesaggio di morti, di moribondi” che, internato a Dachau nell’inverno del ”44, Music ha visto ogni giorno, già ”stecchiti e congelati” o ancora ”con le bocche semiaperte nell’estremo tentativo di aspirare un po’ d’aria”, come dirà più tardi. Li aveva disegnati, allora, sulla poca carta che, per un caso, aveva potuto ritrovare nel campo di concentramento (salvò poi fortunosamente, nascosti sotto il vestito, qualcuno di quei disegni). Li dipinge adesso, trent’anni dopo: e sono cumuli, cataste, o solo profili di volti allineati contro l’orizzonte. Nessun altro soggetto poteva offrirsi, alla pittura del secolo, più tragico di quello: eppure il dramma è, da questi quadri, come allontanato, eluso. Un grande silenzio cade sulle vaste tele, stempera le grida dei moribondi, avvolge infine quasi amorevolmente quei morti, come assolvendoli del loro dolore; su di essi il gioco sapiente della luce e dell’ombra, il trepido incontro dei grigi e dell’ocra, il gocciare sparso, inatteso di piccole perle di grazia - un rosa, un malva, un azzurro - le allontana dal grido: da un loro ruolo, soltanto, di testimonianza. Il dolore si ottunde, o si traspone; lascia Dachau e i suoi anni, e si alza a misura del destino eterno dell’uomo. Negli anni che sono seguiti, la pittura non s’è discostata da quella nudità che aveva allora raggiunto: siano Motivi vegetali (alberi abbattuti, tronchi resecati e radici attorte: uniti in abbracci senza più passione, come quelli che stringevano l’uno all’altro i morti di Dachau), o ritratti (grandi ritratti di Viandanti o di Anacoreti, di uomini che hanno vagato, come lui, senza patria, o che si sono rifugiati nella solitudine e nel silenzio; e che adesso stanno nel loro luogo, muti e come in attesa del destino), o vedute di Città avvolte dalla nebbia nella quale balugina un lume lontano, i dipinti di Music degli ultimi trent’anni sembrano progressivamente spogliarsi d’orpelli, e vivere di lunghi, ansimanti, appena udibili sussurri. Il colore si stringe a pochi rintocchi di rosa, di grigi; la tela grezza, lasciata scoperta, dice da sola lo spazio che serve alla vita delle sue figure; mentre un segno nero, rotto in più punti, le scava e quasi le erode, smangiandone il turgore e l’orgoglio ormai vano della forma. Da quel vertice che era stata, già, la serie ispirata ai morti di Dachau, Music non è sceso: confermandosi, sino a questi ultimi anni, grande, solitario pittore» (Fabrizio D’Amico, ”la Repubblica” 27/5/2005)