Fabrizio Carbone Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 11 ottobre 2003
Immobili e impacciati, sempre in attesa dei pesci che i genitori portano di continuo al nido, i piccoli di cicogna nera sono pronti all’involo
Immobili e impacciati, sempre in attesa dei pesci che i genitori portano di continuo al nido, i piccoli di cicogna nera sono pronti all’involo. I primi giorni di luglio sono i più difficili della loro vita perché si trovano completamente in balìa di chiunque abbia cattive intenzioni nei loro confronti. Infatti questi grandi veleggiatori, che nel pieno della maturità compiono balzi di migliaia di km dall’Africa all’Europa per poter tornare ai luoghi di nidificazione, da giovani sono incapaci di difendersi. E così se ne stanno in piedi sul nido: ansimano con il grande becco aperto per termoregolarsi; e battono le ali con forza, fino a sollevarsi in aria di qualche centimetro: prendono le misure per il primo balzo nel vuoto. Così, proprio nei giorni di luglio si sta per concludere il primo ciclo nella vita delle cicogne nere. Dall’accoppiamento dei genitori alla deposizione delle uova, alla schiusa, all’involo. In qualche angolo appartato d’Italia infatti questi fantastici uccelli si sono riprodotti. è un evento del tutto straordinario: i biologi e i naturalisti che hanno a cuore il destino di questo animale mantengono il più stretto segreto. Così non vengono resi noti ufficialmente i luoghi dove le coppie di cicogna nera hanno nidificato in Italia in questa primavera del 2003. In Piemonte certo, in Centro Italia probabilmente, forse in Calabria. Quanti nidi? Nessuno vuole dirlo. un mistero spiegabile con il fatto che basta il disturbo di un fotografo a cui non interessa altro che uno scatto spettacolare perché la coppia di cicogne nere abbandoni la zona. Basta che ci si avvicini troppo al nido perché le cicogne non tornino più. E dal momento che, per l’Italia, si tratta ancora di un evento eccezionale è bene stare ai patti e non rivelare alcun segreto. «Le cicogne nere stanno tornando nella nostra penisola. dal Medioevo, almeno così la pensano tutti i biologi, che questa specie non riprendeva a nidificare in Italia. stata disturbata per secoli. E c’è stato chi arrivava al punto di spararle addosso ogni volta che ne avvistava una. Da pochi anni invece le cose sono cambiate. Almeno qui in Piemonte». Chi parla così è Lucio Bordignon, 43 anni, ex bancario, ornitologo di valore e, per scelta di vita, guardia del parco naturale del Monte Fenera, in bassa Valsesia, alle porte di Biella. Bordignon è stato il primo a trovare un nido di cicogna nera in Italia. Il caso, la combinazione, forse addirittura il fato, hanno voluto che fosse proprio lui, che era sempre stato pazzo per questo grande uccello dalle piume scure e metallizzate, a trovare una coppia che aveva fatto il nido su un grande pino nero, seminascosto da una serie di colline verdissime. «Di cicogne nere ne avevo viste volare a centinaia. La prima, lo ricordo perfettamente, la vidi nel 1981. Era settembre e lei se ne stava posata nella baraggia, quella specie di savana erbosa e acquitrinosa, un habitat che sopravvive ai piedi delle montagne della Valsesia e della Val Cervo. Da allora sperai e sognai di trovare un nido. E il sogno si avverò proprio nel parco del Monte Fenera. Lo vidi per caso perché è difficilissimo da scoprire. Ne parlai con i responsabili della rivista ”Airone” e fu così che conobbi Emanuel Sailler, un grande naturalista, il primo che fotografò la coppia e i piccoli nati. Sailler mi insegnò molte cose. Lui era un uomo puro che non poteva vivere in un mondo così compromesso e corrotto come l’attuale. E lui da questo mondo ne uscì, a suo modo, volontariamente». Bordignon si commuove al pensiero del suo amico scomparso. E al pensiero di quelle prime cicogne nere. Anche perché quella del nido è stata una storia che gli ha cambiato la vita. Dopo l’eccezionale scoperta e il primo articolo, per Bordignon arrivò infatti la collaborazione a un documentario mandato in onda da ”Geo”. La combinazione vuole che proprio chi scrive oggi questo articolo è stato il regista di quel film: un video che raccontava la favola felice del ritorno della cicogna nera in Italia, assieme alla vita di un guardiaparco. «La madre nera»: così Lucio Bordignon chiama questa cicogna, anche perché proprio alla madre nera ha dedicato un libro a cavallo tra il romanzo e il saggio naturalistico. E proprio quest’anno Bordignon ha messo in piedi Glicine (Gruppo di lavoro italiano sulla cicogna nera), che raccoglie tutti i dati relativi alla presenza in Italia, che viene tenuta gelosamente nascosta. Spiega Bordignon: «Ho visitato le aree dove vive la cicogna nera in Spagna, Portogallo, Germania e Francia. Ma alla fine mi sono detto che preferivo conoscere tutti i luoghi dove questo splendido animale ha nidificato in Italia: dal Piemonte alla Calabria. Conosco tutti i nidi, li ho visti tutti e mi sono fatto una mia idea. Certo, noi non avremo mai i mille nidi come oggi in Lettonia, perché l’Italia è un Paese troppo popolato dall’uomo. Ma il nostro Appennino è ricchissimo di foreste e scarsamente abitato. Così credo che in poco tempo arriveremo ad avere cento nidi di cicogna nera. Voglio scommetterci». Ed è quello che tutti i naturalisti italiani vorrebbero. Certo è che di cicogne nere sui cieli italiani ne passano sempre di più. Un tempo venivano fermate dal fuoco di sbarramento dei bracconieri siciliani e calabresi che, per tradizione culturale, si divertivano a sparare a tutto ciò che volasse sopra lo Stretto di Messina, nel corso della grande migrazione primaverile dall’Africa. La scusa era che uccidendo l’Adorno (il falco pecchiaiolo) l’uomo veniva messo al sicuro dalle possibili corna della moglie. Con un fucile in mano, in attesa del passaggio del falco, i bracconieri uccidevano in massa, a caccia chiusa, specie protette di ogni tipo: aquile anatraie, aquile delle steppe, aquile rapaci, falchi di ogni specie, ma anche cicogne bianche e cicogne nere, avvoltoi capovaccai, e persino upupe, gruccioni e rigogoli. Una strage che è durata decenni e che oggi, con i campi dei volontari di Wwf e Lipu e l’impegno dei forestali, dei carabinieri e dei finanzieri, viene ridotta a pochissimi casi isolati. Così le cicogne nere passano in maggioranza indenni da quel punto critico. Una volta superato l’Aspromonte sono salve. Volando sopra le nostre montagne non vedono altro che verde e foreste, verde e boschi. Loro hanno bisogno di fiumi puliti, di ruscelli ricchi di pesce dove trovare cibo. Ed è così che scelgono il luogo di nidificazione. Sono astutissime: l’albero prescelto non deve essere visibile. Il nido viene preparato furtivamente e le cicogne nere si avvicinano al luogo con la massima cautela: in volo sfiorano, senza battere le ali, la cima degli alberi in modo da non essere viste contro il cielo. «Ed ecco il punto» dice Bordignon: «imbattersi in un nido vuol dire bloccare l’esito della covata. Per questo è necessario, in un periodo che va da marzo a luglio, evitare di avvicinarsi a zone boschive dove è accertata la presenza di cicogne nere». «Noi di Glicine» continua «controlliamo il più possibile i territori. Sarebbe utile poi che intorno ai nidi ci fosse come una specie di cordone sanitario di almeno cinquecento metri di raggio; che nessuno in quella zona tagliasse alberi, facesse passare cavi elettrici, costruisse piste forestali, andasse a fare fotografie». la ricetta di Lucio Bordignon per avere nidi di cicogna nera sparsi un po’ dovunque per l’Italia. E lui su questi punti non transige. Anche perché il solo fatto di poter avvistare una cicogna nera che pesca su un ruscello è una gioia tale da ripagare tutti i sacrifici fatti, le ore di appostamento con il cannocchiale, in silenzio assoluto, magari sotto una pioggia battente. O al freddo. E Bordignon comunque non molla di un metro: «No, non posso dire dove le cicogne nere stanno allevando ora i piccoli». Sorride e mi fa capire di conoscerne uno neppure tanto lontano da Roma. Pochi chilometri in linea d’aria. Ma chissà dove. Fabrizio Carbone