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 2003  ottobre 10 Venerdì calendario

Postman Neil

• Nato a New York (Stati Uniti) l’8 marzo 1931, morto a New York (Stati Uniti) l’8 settembre 2003. Sociologo, pedagogista, mediologo. "Se ne è andato, a 72 anni, in un ospedale di Queens poche ore prima che Arnold Schwarzenegger celebrasse il suo trionfo a Los Angeles. L´incredibile ironia delle date sta nel fatto che le due notizie sono finite insieme sui giornali americani. Chissà quanti nel mondo (Postman è tradotto quasi ovunque) avranno pensato di chiedere un suo commento, a diciotto anni dalla prima comparsa di quel suo famoso Divertirsi da morire, che fu ispirato dalla elezione, per due volte consecutive, di un attore alla Casa Bianca. vero che per vincere non basta lo star system e ci vuole anche un programma politico, ma non si sfugge al fatto che Ronny, come Arny, era un figlio di Hollywood, prodotto West Coast della imperiale industria del divertimento. Postman, invece, sociologo, pedagogista, mediologo allievo di McLuhan, era un tipico figlio della costa atlantica, tutta la sua vita intorno a Washington Square, New York University, dove ha insegnato dal 1959, dirigendo un Istituto di comunicazione e il progetto ”Ecologia dei media”. Quando il suo libro uscì in Europa la prima volta, la mentalità ”del cucù”, come la chiamava lui, non aveva ancora scavato le teste, dalle nostre parti, come aveva fatto negli States. Le figure di punta qui erano gente come Kohl, la Thatcher, Mitterrand, Spadolini, tutti leader di grandi qualità politiche, ma improponibili per ruoli di rilievo in un telefilm. Gente che si affidava alle parole più che allo show, esponenti di quella che Postman chiamò ”typographic mind”, mentalità tipografica, qualcosa cui dobbiamo la moderna democrazia moderna, e con lei la cultura del ”discorso pubblico”, della conversazione informata, del confronto di argomenti che sottopone gli interessi e le preferenze al giudizio (per quanto possibile) razionale. Nel suo libro Postman si appassionava nel racconto della cultura dei pellegrini che sbarcavano nelle colonie del New England nel Seicento, catalogava i libri di cui avevano piene le stive, e insisteva sulle qualità letterarie dei presidenti americani pre-televisivi, soffermandosi su quel William H. Taft, repubblicano, coltissimo, eletto nel 1909, ma così grasso che oggi sarebbe scartato al primo caucus da qualunque partito. Solo vent´anni più tardi, l´Europa, arata da due decenni di talk-shows, è pienamente in condizione di capire che cosa voleva dire il sociologo newyorchese quando spiegava che ”il medium è la metafora” e che, se la nostra mente funziona per metafore, vuol dire che è condizionata dalle tecnologie della comunicazione: più potente di tutte la tv che invade l´intera vita sociale attraverso il suo punto di forza, il divertimento. Delle due profezie gettate sul secolo da Huxley e Orwell, quella del Il mondo nuovo e quella di 1984, Postman riteneva oggi decisamente più pungente quella del primo: non un potere che opprime popolazioni prigioniere, ma folle, audiences, che lietamente si sottopongono all´ingegneria cerebrale e che si nutrono di quel ”soma” che regala un eterno sorriso. Quel che faceva scattare la critica di Postman non era il divertimento in sé ma il suo mescolarsi all´informazione e alla politica. Lo mandava in bestia lo stile spettacolare dei telegiornali, il fatto che le notizie avessero una colonna sonora, uno stile cinematografico e che i giornalisti si preoccupassero soprattutto del parrucchiere: ”talking hairdos”, diceva, pettinature parlanti. Unica contromisura: concentrare le energie della civiltà sulla scuola. Da qui la sua vasta produzione di ricerche sull´infanzia, tradotte anche da noi, e ben note agli insegnanti. Quanto alla svolta delle nuove tecnologie, aspetta e spera. La vecchia tv, diceva, continua a essere vincente, anche in America" (Giancarlo Bosetti, ”la Repubblica” 10/10/2003).