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 2003  ottobre 09 Giovedì calendario

Christmas island è un angolo di paradiso nell’Oceano Indiano. Palme, mare, barriera corallina e decine di milioni di innocui granchi rosso fuoco (Gecarcoidea natalis) che si spostano dalla foresta al mare per deporre le uova

Christmas island è un angolo di paradiso nell’Oceano Indiano. Palme, mare, barriera corallina e decine di milioni di innocui granchi rosso fuoco (Gecarcoidea natalis) che si spostano dalla foresta al mare per deporre le uova. Ma questo paradiso ha un nemico: una formica, la Anoplolepis gracilipes, detta anche ”formica pazza”, a causa del suo movimento frenetico. Importata nell’isola circa 70 anni fa, solo negli anni ’90 ha iniziato misteriosamente a espandersi, fino a raggiungere i 70 milioni di esemplari per ettaro. Le ”pazze”, appena due millimetri di lunghezza, sono dotate di un’arma potentissima, che scagliano senza scrupoli: acido formico. A spruzzi di acido hanno cominciato ad assalire e accecare qualsiasi granchio rosso (ben più grande di loro, il carapace raggiunge i 12 centimetri) si trovi nei pressi dei nidi, riducendo del 30 per cento la popolazione di questi crostacei. Solo il massiccio intervento di un gruppo di ricercatori della Monash University, in Australia, e del Dipartimento australiano dei parchi è riuscito a bloccare la strage. Con una campagna aerea hanno distribuito sull’isola un veleno che ha distrutto il 99,4 per cento delle formiche. Ma le ”pazze” non sono le uniche ad aver invaso e conquistato un territorio alieno: c’è ad esempio la formica di fuoco (Solenopsis invicta), aggressiva e prolifica, che sta causando danni per milioni di dollari nel sud degli Usa. Importata dal Brasile, ha colonizzato quasi 120 milioni di ettari. Nel solo Texas le spese mediche per curare le punture superano i 47 milioni di dollari. Ma questo non è niente in confronto alla supercolonia della formica argentina (Linepithema humile) che ha invaso le coste del Mediterraneo e dell’Atlantico. Scoperta pochi mesi fa, parte dai confini orientali della Liguria per arrivare alle coste della Galizia, in Spagna, quasi 6.000 km. Le formiche hanno un’organizzazione sociale ferrea: ogni formicaio vive sotto il comando di una (o più) regine, le uniche che hanno il diritto di riprodursi. Le altre abitanti dei nidi sono operaie, divise in caste con compiti diversi, che hanno a cuore solo il benessere della colonia e non il proprio. Un comportamento altruistico che sembrerebbe cozzare con la teoria evoluzionistica di Charles Darwin, in base a cui sopravvivono solo gli individui più forti, che sanno prevalere sugli altri adattandosi meglio ai mutamenti ambientali. L’arcano, svelato negli anni Sessanta-Settanta del secolo scorso, ha a che fare con la costituzione genetica delle formiche: le femmine sono infatti, come gli esseri umani, dotate di un doppio corredo cromosomico, mentre i maschi hanno una sola copia per ogni cromosoma. Per un complicato calcolo di percentuali di parentela, le operaie sono più imparentate con le proprie sorelle (generate dalla regina) che con le figlie. Ecco perché si sacrificano spesso a centinaia per il bene delle altre operaie, e quindi del nido. «Questo mutualismo, cioè l’aiutarsi l’un l’altra, di tutte le componenti della colonia», puntualizza Fabrizio Rigato, mirmecologo e conservatore per l’entomologia del Museo civico di storia naturale di Milano, «è in parte il segreto del successo delle formiche. Un segreto non ancora del tutto svelato». Anche la paleontologia ha fornito una spiegazione all’altruismo delle formiche: queste non sarebbero altro che vespe molto evolute e proprio come loro difenderebbero la loro colonia dai nemici. Tutti i nidi nascono allo stesso modo: una regina, dopo che si è accoppiata con uno (o più) maschi, cerca un luogo riparato. Qui perde le ali e inizia a deporre le uova. A questo punto le variazioni sono infinite. Il nido più semplice è quello delle formiche che abitano anche le nostre città: qui una regina ben nascosta continua a deporre uova per tutta la vita, e le operaie escono a trovare semi, residui di cibo e piccoli insetti morti per nutrire le larve. Alcune specie sostituiscono l’ingresso del nido con una torretta sollevata di qualche centimetro, protettiva contro eventuali inondazioni. Tra i nidi sotterranei più grossi e complessi ci sono quelli delle cosiddette formiche tagliafoglie o coltivatrici (che appartengono al genere Atta): ognuno di questi può coprire un’area di otto metri cubi e le diverse uscite possono essere distanti anche 100 metri. Molto più evidente e conosciuto è il nido della formica rossa (Formica rufa), che consiste in un cumulo, spesso di qualche metro di circonferenza, costruito con aghi di conifere, foglie, licheni, pezzetti di rami e corteccia. A questo corrisponde, nel sottosuolo, un labirinto di camere in cui gli individui mantengono un ambiente ideale per le uova, le larve e la regina. Il nido non è un semplice mucchio di aghi: sulla sua superficie le operaie aprono e chiudono alcune aperture per mantenere costante la temperatura interna. «Le formiche rosse, inoltre, predano numerosi insetti», prosegue Rigato. «In questo modo tendono a riequilibrare la fauna dei boschi di montagna. Sono così importanti da essere considerate specie protette in molte regioni». Più piccolo, ma non per questo meno sorprendente, è il nido delle formiche tessitrici. Sono specie che vivono nelle giungle del Sudest asiatico e appartengono al genere Oecophylla. Costruiscono il nido cucendo insieme grandi foglie. Come ago usano alcune larve che, stimolate dalle operaie, secernono un filo simile a quello del baco da seta, molto resistente. A una varietà quasi infinita di nidi e strutture per accogliere uova e regina corrisponde un’altrettanto vasta varietà di possibili occupazioni. Le formiche sono state spesso paragonate all’uomo: alcune sono coltivatrici, altre agricoltrici, cacciatrici o allevatrici. Ma ci sono anche le legionarie e le schiaviste. Le formiche coltivatrici, per esempio, appartengono tutte al genere Atta. Le operaie tagliano con cura e portano al nido foglie grandi. Le altre compagne le masticano e le sputano in profonde camere, fino a formare un substrato: su questo le coltivatrici fanno crescere un fungo particolare, che vive solo nei nidi di Atta e produce strutture specializzate di cui si nutrono le formiche. Quella delle Atta può quindi essere considerata vera e propria agricoltura. Ci sono poi specie che vivono in simbiosi con gli afidi, insetti parassiti delle piante di cui succhiano la linfa. Parte di questa esce quasi intatta dalla zona posteriore dell’animale, sotto forma di un liquido zuccherino. Le formiche non si accontentano di questa piccola quantità: alcune specie, infatti, curano, proteggono dai nemici (come le coccinelle) e mungono le loro greggi di afidi perché secernano ancora più linfa. Molto meno pacifiche sono le formiche schiaviste. Abbandonata ogni velleità di lavoro, queste specie si dirigono regolarmente verso nidi vicini che appartengono a specie più pacifiche. Qui strappano alle operaie le larve e le pupe obbligandole a lavorare per loro. Ma le più feroci sono quasi certamente le formiche legionarie, dei generi Anomma o Eciton. Guidate dagli esploratori, si spostano a milioni nelle foreste tropicali e assalgono tutto ciò che trovano, dagli insetti ai piccoli uccelli, ai rettili. Dopo avere fatto piazza pulita, si spostano in altre parti della foresta per continuare la razzia. Il comportamento delle legionarie nelle foreste riflette quello che pensano molti mirmecologi: altro che l’uomo, le vere dominatrici del pianeta sono le formiche. Paola Andena