Mario Torre Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 9 ottobre 2003
Non raggiunge la piena sufficienza (il vecchio 6) il voto medio che ”Macchina del Tempo” dà ai 10 maggiori fiumi d’Italia
Non raggiunge la piena sufficienza (il vecchio 6) il voto medio che ”Macchina del Tempo” dà ai 10 maggiori fiumi d’Italia. Un voto basato sui più severi parametri utilizzati per classificare lo Stato Ecologico dei Corsi d’Acqua nel 2002 (Seca), i cui dati sono stati forniti dalle Agenzie regionali per l’ambiente (Arpa). Come in tutte le classi scolastiche che si rispettano, anche in quella dei fiumi c’è il primo e l’ultimo della classe. Il primo è il Ticino, che si merita un 7/8, perché per l’87,5% del suo corso le acque sono considerate buone e per il restante sufficienti. L’ultimo invece, è l’Arno, con un voto finale 4/5, perché per il 50% del corso le condizioni sono insufficienti. Ma c’è anche l’incostante, come il Tevere, il quale per un 25% del suo percorso si comporta da fiume modello, tant’è che viene classificato buono, ma per un 25% arriva a essere pessimo (per le altre pagelle vedere la scheda alle pagg. 44-45). La speranza di vedere miglioramenti esiste sempre, ma questi dati non si discostano dal quadro, a più vasta scala, che fece Legambiente durante l’ultima ”Operazione Fiumi” eseguita nel 2001. Anche allora i risultati non furono confortanti: il 78,5% dei campioni prelevati alle foci dei principali corsi d’acqua nazionali risultò inquinato. Piombo, arsenico, cromo e cadmio furono rilevati sui fondali del Mar Mediterraneo proprio in prossimità delle foci. Un indice che tale concentrato di veleni viene trasportato in mare proprio dai fiumi. In quel caso furono 18 i corsi d’acqua passati al vaglio (Simeto, Neto, Arno, Bisagno, Argentina, Dora Baltea, Po, Piave, Ticino, Basento, Volturno, Pescara, Chienti, Adda, Ombrone, Tevere, Aniene, Nera) e 300 i punti presi in esame. La loro condizione, secondo Legambiente, risultò allarmante. Una conferma di come i corsi d’acqua siano non solo fonti di inquinamento del territorio, ma anche dell’inquinamento marino. Qualche esempio. Spiccano in negativo, ad esempio, l’Aniene e il Pescara, dove il 100% dei prelievi analizzati risultarono inquinati. Allora come oggi l’Arno, con il 66,6% dei risultati negativi, risultò il fiume più inquinato tra i grandi corsi d’acqua. A seguire il Po con il 58% dei prelevamenti inquinati e il Tevere con il 40% dei prelievi fuori norma. Spiega Ermete Velacci presidente di Legambiente: «Nei corsi d’acqua si riversano gli scarichi di tutti i centri abitati che essi attraversano, spesso senza depurazione. E poi c’è l’elevato uso di pesticidi e fertilizzanti in agricoltura. è urgente intervenire in modo massiccio sulla depurazione». La mancanza di depuratori, il dissesto idrogeologico e l’escavazione incontrollata dei loro alvei sono le tre malattie di cui soffrono i fiumi italiani. Gran parte dei veleni che entrano in mare ha la sua sorgente nei molti Comuni privi di depuratore e in quelli dove, pur esistendo, non funzionano secondo i parametri previsti dalla legge. Risultato: il 30% degli scarichi nei fiumi sono illegali. Un’indagine condotta nel 2002 dai carabinieri del Noe (Nucleo ecologico) ha preso in esame 14 fiumi (Adige, Arno, Bradano, Esino, Flumendosa, Neto, Ofanto, Pescara, Po, Reno, Salso, Scrivia, Tevere, Volturno) e ha verificato l’efficienza dei depuratori lungo i corsi. Secondo questa analisi a stare peggio è il fiume Scrivia, di cui è stata monitorata la parte ligure. Dei 6 Comuni esaminati, tutti in provincia di Genova, 5 (Busalla, Casella, Isola del Cantone, Montoggio e Savignone) sono risultati privi di depuratore, mentre quello di Ronco Scrivia non è conforme alla legge. Situazione critica anche per l’Esino, nelle Marche, con solo 4 depuratori regolari sui 16 controllati e 6 sono i Comuni senza depuratore. Acque poco limpide poi per il Volturno, con ben 30 depuratori non conformi sui 41 verificati. Quanto ai grandi fiumi, anche questo tipo di controllo ha rilevato che l’Arno è il corso d’acqua nello stato peggiore, con il 38% dei depuratori non conformi. Ben 11 i Comuni privi di depuratori, mentre in 6 sono in costruzione. Per il Po (il fiume più monitorato, con 170 controlli), il Noe ha registrato il 26% dei depuratori non conformi, mentre il Tevere è a quota 22%. La mancanza di depuratori è solo una delle malattie di cui soffrono i nostri fiumi. Dice Floriano Villa, presidente dell’Associazione Geologi Italiani: «La cementificazione dei letti, la canalizzazione del loro decorso entro tragitti innaturali, l’eccessivo sfruttamento per l’estrazione di ghiaia ed altri materiali per l’edilizia (estremamente dannosa per i pesci), disboscamenti, occupazione delle zone vicine ai bacini con case e insediamenti industriali o coltivazioni inadatte hanno trasformato i corsi d’acqua in bombe a orologeria per quel che riguarda le esondazioni». Le alluvioni negli ultimi anni ne sono la testimonianza. Poi c’è il costante furto di sabbie e ghiaie dagli alvei fluviali. «Da anni denunciamo escavazioni abusive della sabbia dei fiumi. Un esempio tra i tanti è il caso di Boretto-Reggio Emilia dove dal 1954 al 1999 l’alveo del Po si è abbassato tra 4 e 6 metri», precisa Andrea Agapito, responsabile del Programma Acque del WWF Italia. E le denunce non mancano. Roberto Passino, ex Segretario dell’Autorità di Bacino del Po, in sede di Commissione Ambiente spiega: «Sono 3 anni che denuncio l’abusivismo delle escavazioni nel bacino del Po che già nel 2000 superava di 10-20 volte il limite consentito, ma gli interventi sono stati scarsi». Le conseguenze non sono così evidenti come le alluvioni o l’inquinamento, ma non sono trascurabili. Il risultato? Un arretramento della linea di spiaggia di circa un metro all’anno. Normalmente, infatti, l’azione erosiva delle onde sulla riva viene bilanciata dall’arrivo di sabbia con i sedimenti trasportati dai fiumi e quindi deposti sulla costa. Questo processo naturale di reintegrazione viene notevolmente ostacolato se, ad esempio, si costruisce una diga lungo un fiume (vedi servizio a pag. 40) perché i sedimenti, un tempo trasportati fino al mare, vengono trattenuti nel bacino artificiale. E ciò vale anche per la cementificazione degli alvei dove l’acqua non è in grado di asportare in modo naturale parte dei sedimenti del fondo. Nessun dato positivo dunque? No, gli esempi confortanti esistono. Come il Neto, in Calabria, per il quale sono risultati in regola i 13 controlli chimici. Poi, secondo la Commissione Internazionale per la Protezione delle Alpi c’è un 10% della lunghezza dei fiumi alpini - circa 900 km in tutto l’arco delle Alpi - che non è stata irrimediabilmente degradata dall’uomo: da qui vale la pena ripartire per salvare le acque fluviali italiane. Il WWF Internazionale ha individuato nel fiume Tagliamento, lungo 170 km, in gran parte in Friuli-Venezia Giulia, un caso simbolo, una sorta di ”panda” da proteggere. è l’ultimo corso d’acqua alpino che ha conservato quasi ovunque condizioni di naturalità. Il letto del medio corso del Tagliamento, fra i più belli e selvaggi d’Europa, occupa appena un terzo dell’ampio spazio a sua disposizione e ampie golene garantiscono lo spazio dove l’acqua può espandersi in caso di piena. Sul Tagliamento si alternano studiosi di molte università europee (Vienna, Innsbruck, Marburg, Birmingham, Zurigo) e mondiali. è uno degli ultimi fiumi dov’è possibile studiare l’evoluzione naturale delle golene, per cercare di capire come intervenire su altri corsi d’acqua compromessi da opere idrauliche. La sua unicità gli ha permesso di diventare un modello per gli studi sui processi di naturalizzazione di corsi d’acqua come il Mississippi e il Danubio. La riscossa dei nostri fiumi potrebbe davvero ripartire da qui. Mario Torre