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 2003  ottobre 09 Giovedì calendario

In mezzo all’agitazione della società del benessere, molti vanno dallo psicologo, imparano tecniche di rilassamento, cercano una musica che dia pace, leggono romanzi di evasione, oppure si avvicinano a forme orientali di meditazione in cui si congiungono raccoglimento e concentrazione, annullamento dei desideri, dominio sul proprio pensiero ed esercizi di rilassamento

In mezzo all’agitazione della società del benessere, molti vanno dallo psicologo, imparano tecniche di rilassamento, cercano una musica che dia pace, leggono romanzi di evasione, oppure si avvicinano a forme orientali di meditazione in cui si congiungono raccoglimento e concentrazione, annullamento dei desideri, dominio sul proprio pensiero ed esercizi di rilassamento. Certamente, la sete di tranquillità viene un po’ soddisfatta, ma spesso non dura molto. Parte di queste persone sono cristiani che della preghiera hanno forse avuto un’esperienza un po’ superficiale e ricordano solo il suono di formule ripetute meccanicamente, con la mente occupata in altre cose. Teresa d’Avila, nella Castiglia di qualche secolo fa, soffriva molto per il fatto di vedere tanti uomini e donne che si limitavano a ripetere preghiere, pratica che considerava molto buona, ma non avevano scoperto quell’altra preghiera in cui si parla a tu per tu, con parole proprie, non preparate prima, con Qualcuno che sai che ti ama. Sentiva un desiderio fortissimo di gridare nelle piazze che esisteva questa possibilità meravigliosa: cercare nella giornata un periodo di tempo per parlare con Dio, che è presente in noi stessi; per parlare con Lui, come si parla con il padre, con la madre, con una persona amica. Nella meditazione cristiana non si tratta semplicemente di avere un po’ di calma, ma di conversare con Dio nostro Padre e con suo Figlio, che si è fatto Uomo, per ciascuno di noi, che ha vissuto una vita in tutto simile alla nostra (tranne il peccato): ha lavorato, si è stancato, ha aiutato le altre persone, ha sofferto la persecuzione a causa della giustizia, e a causa del compimento della missione divina affidatagli da Dio Padre è morto in Croce. Ma continua a vivere presso il Padre, perché è risorto. Vive e ci aiuta e ci ascolta, come chi ha esperienza dei nostri problemi. La preghiera cristiana è così profondamente umana: parlare con semplicità e confidenza con Gesù e con suo Padre, Dio, che è anche mio Padre, non per annullare i desideri o per dominare il pensiero o per dimenticare le tante cose da fare, ma per avere un colloquio con Colui che ci ama pazzamente sulle tante cose da fare, sul desiderio di rendere il mondo più umano e più bello. Non si tratta di una evasione, di dimenticare tutto ciò che compone la nostra esistenza umana, ma di mettere ogni elemento al suo posto. Quando parliamo con Dio riusciamo a vedere i pezzi della nostra vita da una prospettiva più alta e viene la pace, l’accettazione della volontà di Dio, il gioire e anche il piangere i nostri dolori con il Padre nostro. Ho ammirato la stupenda scultura di Rodin che rappresenta il pensatore: un uomo nudo e seduto, che appoggia la testa su una mano con gli occhi chiusi. L’ho ammirata, ma non sono d’accordo. Per pensare e per pregare, bisogna guardare con gli occhi aperti, quelli del viso e quelli del cuore, il creato, guardare soprattutto le persone, comprenderle e amarle, guardare anche dentro noi stessi. Allora si sente il bisogno di chiedere perdono e di chiedere aiuto non a una sorta di divinità generica e impersonale, ma a un Qualcuno che si interessa delle nostre cose e che è l’unico che può perdonare fino in fondo i nostri egoismi. Monsignor Lluís Clavell* *Rettore emerito e professore di filosofia alla Pontificia Università della Santa Croce di Roma