Valeria Brancolini Macchina del Tempo, agosto 2003 (n.8), 9 ottobre 2003
Ci sono buone notizie per gli abitanti del Bel Paese che, secondo una recente inchiesta del Censis, sarebbero i più infelici d’Europa
Ci sono buone notizie per gli abitanti del Bel Paese che, secondo una recente inchiesta del Censis, sarebbero i più infelici d’Europa. La meditazione, infatti, potrebbe aiutarli a raggiungere la serenità che la vita moderna, con lo stress e il senso di insicurezza e precarietà che impone, sembra minare. A suggerire la meditazione come una possibile strada verso il benessere psicofisico non sono più solo coloro che la praticano nelle sue varie forme, ma ora anche la scienza. Questo almeno a giudicare dai risultati preliminari di alcuni studi presentati sulle pagine del britannico ”New Scientist” da Owen Flanagan, professore di filosofia alla Duke University, in North Carolina. In particolare Richard Davidson, psicologo e psichiatra nel Laboratory for Affective Neuroscience della University of Wisconsin-Madison, negli Stati Uniti, avrebbe osservato che il lobo prefrontale sinistro del cervello dei monaci tibetani dediti alla meditazione è continuamente attivato. Un risultato interessante se si considera che questa attivazione è un indice di buon umore e di sentimenti positivi. Sulla stessa linea, le ricerche realizzate finora dal gruppo di Paul Ekman della University of California San Francisco Medical Center hanno messo in luce che la meditazione potrebbe cambiare il modo in cui il cervello risponde agli stimoli: i buddhisti che praticano la meditazione, infatti, non sono spaventati dai rumori improvvisi, anche forti come un colpo di pistola, come succede invece normalmente. Ricerche strampalate di qualche neuroscienziato con la passione per le filosofie orientali? Niente affatto: da tempo ricercatori di tutto il mondo sono impegnati a cercare di comprendere gli effetti della meditazione, proprio attraverso lo studio dei meditatori esperti. Poco tempo fa un gruppo di studiosi danesi ha pubblicato su ”Cognitive Brain Research” una ricerca realizzata attraverso l’uso della tomografia a emissione di positroni (Pet), una metodica che permette di visualizzare l’attività delle diverse aree del cervello, su 8 maestri di meditazione mentre eseguivano gli esercizi dello Yoga Nidra, il cosiddetto yoga del sonno. risultato un aumento del neurotrasmettitore dopamina, nelle aree del cervello che vengono attivate quando si ha una esperienza piacevole o anche per effetto di sostanze come la cocaina e le anfetamine. D’altra parte non sono solo i maestri della meditazione a godere dei benefici di questa pratica. Proprio il laboratorio di Davidson, infatti, ha recentemente reso noti i risultati di uno studio appena pubblicato sul numero di luglio 2003 del ”Journal of Phychosomatic Medicine”. Quarantuno dipendenti di un’azienda statunitense sono stati suddivisi in due gruppi: a 25 di questi sono state impartite lezioni di meditazione per 8 settimane, mentre i restanti 16 non hanno ricevuto alcun insegnamento. Al termine dell’esperimento i ricercatori hanno misurato l’attività del cervello dei partecipanti, trovando che quella della regione frontale sinistra, solitamente attiva nelle persone ottimiste e durante periodi di emozioni positive, era aumentata nel primo gruppo. A detta dello stesso Davidson si tratta di risultati ancora preliminari e su un campione piuttosto ridotto, ma che stanno già permettendo di capire meglio gli effetti biologici di questa antica pratica. Queste ricerche, infatti, suggellano in qualche modo un’alleanza tra Oriente e Occidente. «Per secoli i buddhisti hanno creduto che i metodi finalizzati a coltivare la compassione e la comprensione fossero in grado di rendere le persone più calme, più felici e più attente al prossimo» ha commentato Tenzin Gyatso, il 14° Dalai Lama, dalle pagine del ”New York Times” a seguito delle comunicazioni dei risultati di Davidson. Come vedete nelle foto della pagina a lato, la massima autorità spirituale, politica e sociale del Tibet si è infatti interessata in prima persona agli esperimenti realizzati sulla meditazione, visitando nel 2001 proprio il laboratorio di Davidson. «Può sembrare strano che un leader religioso sia così interessato alla scienza» continua il Dalai Lama «ma gli insegnamenti del buddhismo danno molta importanza alla comprensione della realtà e quindi bisogna prestare molta attenzione a quanto gli scienziati hanno imparato sul mondo attraverso gli esperimenti». Dello stesso avviso è anche il Lama Thamthog Rimpoce, direttore spirituale del Centro Studi Tibetani Rabten Ghe Pel Ling con sede a Milano e che conta circa 2.600 soci. «Non sono rimasto sorpreso dai risultati di queste ricerche» commenta Thamthog Rimpoce, che uno dei tutori del Dalai Lama riconobbe all’età di cinque anni come la reincarnazione del 13° Thamthog, fondatore delle tre più importanti Università monastiche del Lithang, una regione del Tibet, «perché quello che la scienza moderna scopre oggi era già stato compreso 2.500 anni fa dal Buddha». D’altra parte i monaci tibetani si considerano un po’ come scienziati della mente, termine con cui indicano la coscienza. «Fondamentalmente, continua Thamthog Rimpoce, «tra la scienza moderna e il buddhismo che studia la mente cambia solo l’oggetto di osservazione, ma il metodo è abbastanza simile. La scienza moderna non accetta, ma osserva, verifica e sperimenta. Così è anche il buddhismo che analizza, verifica e sperimenta la mente». In queste migliaia di anni di osservazione e verifica i monaci hanno scoperto che l’infelicità dell’uomo dipende dal suo egoismo e che solo imparando la via della gentilezza e della compassione verso l’altro è possibile essere felici, privi di qualsiasi preoccupazione per se stessi. in questo contesto che la meditazione assume importanza, come strumento per entrare in contatto con il sé più profondo, trovare le cause e gli effetti di ogni azione e la soluzione a quelle negative per superare la sofferenza. «La meditazione» conferma anche Enrico Cheli, psicologo e docente di Sociologia dei processi culturali e comunicativi all’Università di Siena, nonché autore di diversi saggi sulla meditazione, «rappresenta lo strumento che ci permette di entrare in contatto con il nostro essere più profondo, superando le distrazioni del mondo esterno che ci impediscono di prestare attenzione a noi stessi. Rivolgendo la consapevolezza dall’esterno all’interno di noi stessi, la meditazione ci mette nelle condizioni di conoscerci sempre più a fondo, dove per ”conoscere” non si intende tanto interpretare razionalmente ma piuttosto entrare in contatto, mettendosi nelle condizioni di sentire i messaggi che il nostro essere ci invia in ogni momento sotto forma di sensazioni, emozioni e altro. Questo contatto permette di recuperare il nostro istinto trasformandolo in uno strumento positivo e di attivare tutta una serie di risorse che spesso non sappiamo di avere e che potrebbero consentirci di affrontare molti problemi all’apparenza insuperabili». Sono soprattutto tre gli obiettivi che è possibile raggiungere con la meditazione: un rilassamento mentale e corporeo; una coscienza globale del proprio essere, a cui si arriva grazie al vuoto mentale che la meditazione permette di realizzare; il passaggio dalla solitudine all’essere in compagnia di se stessi. «Quest’ultimo punto è molto importante» sottolinea Cheli, «perché consente di colmare vuoti e lacune che altrimenti ci inducono a cercare all’esterno quanto invece è possibile trovare solo dentro di sé. In questo modo migliorano anche le relazioni con gli altri che non diventano più solo un sostituto di qualcosa che non c’è, come oggi spesso accade». Il legame tra buddhismo e psicologia è testimoniato anche dall’interesse di alcuni padri della psicologia moderna, tra cui Carl Gustav Jung, per le religioni orientali. Per i monaci tibetani la meditazione ricopre un ruolo fondamentale. «Ci sono due tipi di meditazione per i tibetani, quella cosiddetta concentrativa o ferma e quella analitica o attiva» chiarisce Thamthog Rimpoce, del Centro per gli Studi Tibetani, «la prima consente di liberare la mente da tutti i pensieri che inevitabilmente la abitano, la seconda invece è quella che permette di analizzare e comprendere la realtà in tutti i suoi fenomeni, esteriori ma anche mentali, e di cambiare di conseguenza quei comportamenti che provocano sofferenza». I buddhisti, infatti, ritengono che la felicità dell’uomo dipenda dalla sua volontà di cambiare i comportamenti che sono causa di infelicità e la meditazione è lo strumento per analizzare tutti i fenomeni, comprenderne la natura e trovare il modo per cambiarli, laddove necessario, per essere felici. «Un principiante che volesse cominciare a fare meditazione non può improvvisare, ma deve trovare un buon maestro che lo guidi fino all’illuminazione attraverso tre livelli a cui corrispondono tre scopi: piccolo, medio e superiore. La meditazione può essere fatta in qualsiasi occasione, mentre si mangia, si guida, si cammina, persino mentre si dorme, oppure si può scegliere un momento particolare della giornata da dedicarle. Si tratta in pratica di allenare la mente a scegliere sempre le azioni positive». La meditazione ha un ruolo fondamentale anche nella medicina tibetana. «Tutte le malattie nella medicina tibetana sono causate da tre cause principali: vento, bile e flemma, che dipendono da tre stati mentali, attaccamento, odio e ignoranza» spiega Lobsang Lungrik, medico tibetano. Finché questi tre elementi sono in equilibrio, la persona è in buona salute. L’allenamento mentale che si ottiene grazie alla meditazione consente di tenere la mente lontana da attaccamento, odio e ignoranza e di conseguenza aiuta a prevenire le malattie». Ma come si fa meditazione? «Ci sono centinaia di tecniche diverse» chiarisce Cheli «che possiamo raggruppare in base al tipo di meditazione che permettono di realizzare. Il primo gruppo è rappresentato dalle cosiddette meditazioni di concentrazione. In questa categoria rientrano le meditazioni analitiche che sono più vicine alla concezione occidentale della riflessione. C’è poi la meditazione di consapevolezza globale o coscienza del sé, più lontana dalla cultura occidentale. Un esempio è rappresentato dalla ”Vipassana”, il tipo di meditazione che consentì a Gautama Buddha di raggiungere l’illuminazione e che consiste nella capacità di raggiungere un contatto con il proprio respiro, un atto che permette di sentirsi fusi con l’universo. Questo tipo di meditazione viene aiutata dall’uso di alcune tecniche specifiche che permettono di svuotare la mente, condizione primaria per dare ascolto solo alle proprie sensazioni. Infine c’è la meditazione dinamica, di cui sono un esempio le danze Sufi o quelle sciamaniche. Queste si basano sull’induzione di uno stato di trance, attraverso un forte movimento che produce modificazioni nei centri energetici». Dal punto di vista degli effetti sul cervello e sul corpo, alcune ricerche condotte sui monaci tibetani hanno testimoniato una diminuzione del consumo di ossigeno del 64% rispetto alla situazione di riposo vigile e una riduzione della frequenza respiratoria da 13-14 respiri al minuto fino a 5-6, osservazioni queste che hanno portato a definire la meditazione come uno stato diverso dal sonno e opposto alla reazione di stress. Altre indagini, invece, suggeriscono che la meditazione sia in grado di produrre una migliore comunicazione tra le diverse aree cerebrali. «Da più di dieci anni svolgo ricerche sulla neurofisiologia della meditazione utilizzando una sofisticata strumentazione elettroencefalografica (Eeg) computerizzata, capace di analizzare e quantificare la coerenza cerebrale, ossia la sincronizzazione tra le onde cerebrali delle differenti aree del cervello» spiega Nitamo Montecucco, medico esperto in psicosomatica e ricercatore in neuropsicologia degli stati di coscienza, nonché docente all’Università di Siena. «Siamo rimasti noi stessi sorpresi dai risultati che abbiamo ottenuto» ammette Montecucco, «perché disegniano un’immagine molto particolare del processo meditativo. In gere le analisi EEG su persone normali rivelano una coerenza media tra le onde cerebrali di circa il 50-70% mentre in meditazione la coerenza sale al 90-100%. Ricordiamo che il cervello è diviso in tre cervelli: rettile, che governa il corpo, la pancia e gli istinti, mammifero, che governa il cuore e le emozioni, e umano, la corteccia che governa la testa e il pensiero. La coerenza è come dire la comunicazione tra questi tre cervelli ossia tra pancia, torace e testa. Le nostre ricerche hanno dimostrato quindi che la percezione del corpo e della psiche normalmente è abbastanza frammentata e sconnessa, mentre in meditazione il corpo e il cervello sono percepiti come unità, che noi chiamiamo ”coscienza globale”». Se e come queste osservazioni possano essere utilizzate per migliorare la nostra salute è ancora oggetto di dibattito. Un articolo pubblicato di recente sulle pagine del ”British Medical Journal”, autorevole rivista medica britannica, conclude che le prove scientifiche a favore dell’efficacia della meditazione in ambito medico sono deboli e che alcuni degli studi realizzati in questo campo sono scorretti da un punto di vista metodologico. Il dibattito che questo articolo ha provocato sulla stessa rivista è di per sé sufficiente a testimoniare il fermento che circonda questa materia. Proprio il ”British Medical Journal”, d’altra parte, qualche anno fa aveva pubblicato una revisione nella quale si faceva il punto sull’efficacia della meditazione e delle tecniche di rilassamento, indicando come campi di applicazione soprattutto disturbi associati a condizioni di stress come la depressione, gli attacchi di panico, l’insonnia. Tecniche di rilassamento e meditazione sono utilizzate anche nella cura dei pazienti oncologici, per i quali si sono dimostrate efficaci come terapie di sostegno nella gestione degli effetti collaterali della terapia, come nausea, vomito, dolore, concorrendo a migliorare la qualità di vita. «Noi utilizziamo diverse tecniche di meditazione soprattutto per i casi di depressione e crisi di panico» conferma Montecucco, «ma è necessario un cambiamento culturale perché questi metodi si diffondano veramente nella pratica clinica e siano accettati dalla comunità medica. Soprattutto è importante che la meditazione venga separata dall’ambito religioso, con il quale viene spesso associata». Lo stesso Thamthog Rimpoce concorda su questo punto: «Non è necessario essere buddhisti per fare meditazione e trovare in questo modo la strada della felicità». Valeria Brancolini