9 ottobre 2003
Tags : Abdelwahab. Meddeb
Meddeb Abdelwahab
• Nato a Tunisi (Tunisia) nel 1946. «Trapiantato a Parigi dove insegna letterature comparate dell´Europa e dell´Islam, è l´autore de La malattia dell´islam (Bollati Boringhieri, pagg. 228, euro 26), un saggio che è stato tradotto in tutto il mondo, suscitando ovunque accese discussioni. Soprattutto nel mondo islamico, dove sono già disponibili due edizioni in arabo, pubblicate a Casablanca e a Beirut, a cui seguiranno tra poco le traduzioni in turco e in persiano: ”Se il libro ha suscitato tanto interesse”, spiega l´autore, che è anche apprezzato poeta e romanziere, ”è perché nel mondo musulmano è in corso un dibattito molto vivace sulla deriva dell´islam, il quale sempre più spesso viene confuso con l´islamismo. Si tratta di una confusione pericolosa che va assolutamente contrastata. Oggi sono in molti a rendersene conto”» (Fabio Gambaro, ”la Repubblica” 9/10/2003). «[...] Nato a Tunisi, ma ormai da diversi anni trapiantato a Parigi, dove insegna letteratura comparata all’università di Paris X-Nanterre e dove dirige la rivista internazionale ”Dédale”, è conosciuto in Italia quasi esclusivamente per un saggio, La malattia dell’Islam (Bollati Boringhieri), in cui ripercorre la storia e le caratteristiche dell’integralismo islamico e ne analizza le cause interne ed esterne, in un lungo percorso che prende avvio dalla Medina di Maometto per arrivare fino ai commando suicidi che hanno distrutto le Torri gemelle nel settembre 2001, passando attraverso la fondazione del wahhabismo nell’Arabia del XVIII secolo e il mancato riconoscimento dell’islam da parte dell’occidente. Ma lo scrittore, che ha al suo attivo una decina di opere tra poesie, saggi e romanzi, conduce ormai da molti anni una riflessione più ampia, su quella che lo definisce la sua ”doppia genealogia fra oriente e occidente”, una ricerca che lo ha portato da un lato ad approfondire la conoscenza dei grandi testi della cultura sufi, dall’altro a individuare i nessi che collegano il grande poeta arabo Ibn Arabi con Dante Alighieri. [...] ”Qualunque sia il testo che scrivo - si tratti di un saggio o di un romanzo - ci arrivo sempre passando per la poesia. In Italia, però, sono conosciuto soprattutto per La malattia dell’Islam, perché in questo libro ho orientato la mia attenzione su un avvenimento in particolare, la cui forza ha suscitato molto interesse. Ma di fatto questo libro è una sintesi, direi al tempo stesso globale e particolare, di un lavoro che è cominciato molto tempo fa: l’idea è partita con il mio primo testo, un saggio un po’’ goffo, che però conteneva già tutto il percorso che avrei poi seguito. Venne pubblicato nel 1975 su «Temps modernes», in un numero speciale dedicato al Maghreb. Della redazione ci occupammo in tre, il marocchino Abdelkébir Khatibi, un autore algerino e io che sono tunisino e che a quel tempo ero ancora molto giovane. Era un testo analitico ma al tempo stesso lo si poteva leggere come una poesia: cercava di unire la potenza dell’assertività con un discorso visionario, che alla fine prevale sul versante analitico. D’altra parte io non sono un vero filosofo, e anche nella Malattia dell’Islam le argomentazioni le conduco spesso per scorci e digressioni. Alla fine questo progetto si è strutturato intorno al modo in cui ci si può situare sul ”luogo dell’incrocio fra Oriente, Europa e Islam”, un incrocio che include anche l’apertura verso altre civiltà. Nutro ad esempio una grande passione nei confronti delle culture tradizionali cinese o giapponese, mentre provo minore interesse per quella indiana, per motivi che sfuggono anche a me, nonostante sappia che di questi incroci culturali l’India è il centro. A interessarmi più di ogni altra cosa è la questione dell’alterità assoluta della Cina e anche di come, in questa alterità assoluta, il Giappone rappresenti una dimensione di vicinanza. [...] Nella mia formazione ho avuto un periodo ”occidentalista”. Quando vivevo a Tunisi, stavo sempre un po’ fra le nuvole, ero uno studente piuttosto svogliato. Cominciai a occuparmi di letteratura abbastanza tardi. A casa mia c’era soltanto la biblioteca in lingua araba di mio padre, ma durante una vacanza presso dei cugini più grandi di me, ho avuto accesso per la prima volta a una biblioteca in francese, e solo allora ho cominciato a leggere in quella lingua. Ho scoperto un manuale del secolo dei Lumi, ho cominciato a leggere Diderot, Rousseau, Montesquieu e di colpo ho avuto l’impressione di scoprire un mondo che era il mio. stato a partire da lì che ho cominciato a provare questa passione divorante per i testi che ho coltivato fino ai ventun anni, quando sono partito da Tunisi. Ed è stato in quel periodo che ho imparato davvero il francese, lavorando quotidianamente sul dizionario per capire a fondo Les fleurs du mal di Baudelaire, iniziandomi alle influenze greche e latine e anche a quelle giudaico-cristiane sia pure in modo un po’ sotterraneo. In quegli stessi anni ho scoperto anche la passione per la pittura. Fino a quel momento avevo vissuto in una sorta di deserto pittorico, ma per tutti gli autori che amavo di più la pittura è centrale. La prima cosa che ho fatto, quando sono andato a Parigi per terminare i miei studi universitari alla Sorbona, è stato di dedicarmi alla storia dell’arte: non andavo quasi mai a lezione, passavo il tempo viaggiando. In quegli anni ho scoperto l’Italia, che ha suscitato in me una passione straordinaria: passavo la vita nei musei ed è stato in questo contesto che ho scoperto Dante. Tutte queste esperienze le ho interiorizzate, e sono state alla base di questa fase, appunto, ”occidentalista”, fra i sedici e i trent’anni. Forse sarà stata una forma di rivolta contro mio padre, fatto sta che in quel periodo ho lasciato completamente da parte la cultura araba, volevo essere un uomo del mio tempo, ero attratto dall’idea di andare alla conquista di Parigi. Ed è stato proprio a Parigi, in un ambiente sessantottino, un ambiente internazionale, con amici di tutte le nazionalità appassionati di musica e di cultura orientale, che ho scoperto il sufismo: fino a quel momento lo conoscevo solo a partire dalla tradizione popolare delle donne. Mio padre ci aveva a malapena introdotto a Ghazali, lui stesso era stato un poeta della scuola un po’ romantica, di forma neoclassica, odiava la rivoluzione poetica araba degli anni Quaranta e Cinquanta. Mi sono dunque lasciato iniziare al sufismo in questa atmosfera gauchiste aperta alle influenze orientali. La cosa che mi divertiva, però, era che in realtà io ne sapevo più degli altri perché venivo dall’islam. Ho letto i testi persiani soprattutto nella traduzione inglese, poi sono passato agli orientalisti, Massignon, Corbin, Nicholson prima di arrivare a Ibn Arabi con la consapevolezza che non potevo morire in quella corrente. E poco a poco ha preso forma il progetto dell’’infedeltà fedele” e la capacità di trovare «materia nuova» in questo incrocio» (’il manifesto” 5/2/2005).