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 2003  ottobre 08 Mercoledì calendario

PIZZABALLA

PIZZABALLA Pierluigi Bergamo 14 settembre 1939. Ex calciatore • «Portiere che difese le maglie di Atalanta, Roma, Verona e Milan, ma che diventò famoso grazie agli album Panini. Pizzaballa, l’uomo-figurina: ”Per i ragazzi valevo tre Rivera”. Undici stagioni nell’Atalanta e tre nella Roma. [...] ma anche tre stagioni nel Verona e altrettante nel Milan. In totale 275 presenze tra i pali di una porta in serie A e persino un’apparizione di 45’ in nazionale per sostituire Albertosi e la trasferta inglese per partecipare al Mondiale ’66, quello dello storico capitombolo azzurro di fronte alla Corea del Nord. Eppure, la sua popolarità Pier Luigi Pizzaballa la deve soprattutto a una di quelle figurine che all’inizio degli anni ’60 la famiglia Panini faceva entrare nelle case di milioni di italiani, dove i ragazzini le incollavano diligentemente su appositi album. ”Non so perché - ricorda lui - ma la mia effige era quasi introvabile. Forse dipendeva dal fatto che la foto mi era stata scattata quando non ero ancora titolare nell’Atalanta e ne erano state stampate poche copie”. La figurina di Pizzaballa divenne rapidamente l’equivalente calcistico del Gronchi rosa per i filatelici. ”Pizzaballa ce l’hai?” era l’interrogativo ricorrente tra i ragazzini dell’epoca, che proponevano contrattazioni e scambi per completare i propri album. ”Ti do tre Rivera e due Mazzola per un Pizzaballa”. A rinfrescare la popolarità dell’ex portiere provvide nel ’94 ”L’Unità”, allorché decise di recuperare e di regalare le vecchie figurine in un inserto del giornale, reclamizzando la promozione con l’immagine di Pizzaballa. La infastidisce essere ricordato più per una figurina che per le sue imprese da portiere? ”Sì e no. Sotto l’aspetto del costume, mi diverte. Dal punto di vista sportivo, mi dispiace. Credo di aver dato abbastanza in campo da meritare un ricordo più strettamente calcistico”. [...] Tre stagioni a Roma, dal ’66 al ’69. Una Coppa Italia, ma campionati anonimi, mai più in alto dell’ottavo posto. ’la squadra era buona. C’erano Losi e Peirò, Scala e il povero Barison, Bet e Santarini. Quando arrivai a Roma in panchina sedeva Pugliese, un trascinatore sanguigno e pittoresco. Poi arrivò Helenio Herrera, che impresse a tutti una svolta più professionale. Ma mancava l’organizzazione societaria, tutto era abbastanza casuale e improvvisato”. [...] La serie A a 23 anni compiuti e la nazionale a quasi 27. Ai suoi tempi i portieri maturavano più tardi? ”Sì. Circolava un luogo comune, secondo il quale un portiere troppo giovane non poteva possedere l’esperienza e l’autorità necessarie per guidare la difesa. O forse ai miei tempi la preparazione al ruolo era più elaborata e complessa”. [...] La sua parata più bella? ”Potrei rispondere i due rigori parati a De Sisti a Firenze. Ma la più bella in assoluto la feci a Genova su un colpo di testa di Pruzzo. Il suo fu un miracolo di tempismo e precisione, il mio un capolavoro di intuito e agilità”. La sua partita più amara? ”Un derby a San Siro nel marzo ’74. Ero alla mia seconda apparizione nel Milan. Pronti, via, e dopo nove minuti avevo già incassato tre gol. Finì 5-1 per l’Inter e in seguito rimasi quasi sempre in panchina. [...] L’Olimpiade del ’64. Avevamo una gran bella squadra. C’erano Riva e Facchetti, Mazzola e Meroni, Rosato e Domenghini. Avevamo strapazzato turchi e polacchi ed eravamo ad un passo dalla qualificazione per andare a Tokio allorché l’Italia si ritirò dal torneo di calcio per scansare le accuse di professionismo. Ci rimasi malissimo”» (Mario Gherarducci, ”Corriere della Sera” 11/5/2001).