Varie, 8 ottobre 2003
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TONELLI Annalena Forlì 2 aprile 1943, Borama (Somalia) 6 ottobre 2003 (assassinata). Missionaria • «’Io sono nessuno”, diceva di sé: ma convinta davvero
TONELLI Annalena Forlì 2 aprile 1943, Borama (Somalia) 6 ottobre 2003 (assassinata). Missionaria • «’Io sono nessuno”, diceva di sé: ma convinta davvero. Invece Annalena Tonelli, 60 anni, missionaria carica di fede e di azione, era moltissimo. ” una santa, la madre Teresa dell’Africa”: non ha dubbi chi l’ha vista lavorare per i più poveri di quel mondo. ”Mother”, la chiamavano con devozione tanti somali ammalati. Ma è stata uccisa proprio in terra somala, nel suo piccolo grande mondo, un villaggio chiamato Borama, nel Somaliland, anche questa una terra che è niente. Non riconosciuta dall’Onu né dagli Stati confinanti. Due milioni e mezzo di ”nessuno”. Due di essi hanno pensato che c’era un modo per diventare qualcuno: ammazzare con un colpo di fucile in testa Mother Annalena, la santa degli sventurati. Troppo santa, troppo cattolica, troppo lontana dal modo di essere e di pensare di un fondamentalista. Osteggiata e minacciata di morte perché tenace nel battersi contro la piaga delle mutilazioni sessuali femminili e per cercare di salvare i malati di tubercolosi e Aids. Una donna innamorata dei derelitti. Ricambiata da tanti. Odiata dai custodi di tradizioni crudeli e dagli adepti del fanatismo. Aveva mandato delle email al fratello Bruno. In sostanza: ”Sono preoccupata. Sento tanta ostilità nei miei confronti”. Tutto è accaduto in quel villaggio remoto dove Annalena, 60 anni, vissuta a Forlì fino alla laurea in legge, faceva la missionaria laica con la vigoria concreta dei romagnoli. Lavorava venti ore al giorno, mangiava come un uccellino o come troppa gente africana, il suo guardaroba era di due tuniche e un paio di sandali. Arrivò lì dal Kenya, più di dieci anni fa. I malati stavano nelle capanne stesi alla meglio, anzi alla peggio. Gli ha costruito un ospedale con 300 posti letto, ha perfezionato il modo di curare la tubercolosi. Era appena tornata dal suo ospedale, poco dopo le 20. Nella sua casetta c’è ben poco. Come poco c’è nel villaggio. Annalena, viso dai lineamenti raffinati, non sopportava il superfluo. ”Bisogna essere sobri, come ha insegnato Gandhi”. C’era anche meno del necessario. Ben poco da rubare, e niente è stato rubato. C’era invece qualcosa da cancellare: lo spirito della grande madre italiana e la sua azione. Un colpo di fucile e poi il silenzio. Gli assassini in fuga. Poi ci sarebbe stato un arresto. Chi ha sparato è un pazzo, si sostiene. Ha ucciso la donna che diceva: ”I nomadi musulmani del deserto mi hanno insegnato la fede e l’abbandono incondizionato a Dio”. Annalena ha fatto 33 anni d’Africa, più di metà della sua vita. Prima in Kenya, ma dovette scappare. ”Mi hanno picchiato e sparato. Ma non ho paura, continuerò la mia missione”. Scelse un luogo ancora più ultimo, forse pensando che oltre i confini della povertà inimmaginabile ci fosse almeno il limite del fanatismo. una storia umana esaltante proprio perché vissuta sempre lontana dai riflettori, quella di Annalena Tonelli. Una storia silenziosa ben lontana dalle tv, dai talk show, dai giornali, dalla popolarità. Mother Annalena amava il silenzio e il fare. Soprattutto il fare in silenzio. Quando l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati le assegnò un premio di grande prestigio, il ”Nansen Refugee Award”, accettò pensando a quanto poteva fare con l’assegno di centomila dollari. Allora la sua grande vita sconosciuta diventa una vita raccontata. Suo malgrado. ”Quando fai qualcosa per gli altri, nessuno dovrebbe saperlo”. Si raccontò così ad Anna Pozzi, una giornalista di ”Mondo e missione”. ”Volevo seguire Gesù e scelsi di essere per i poveri. Per Lui feci una scelta di povertà radicale, anche se povera come un vero povero io non potrò mai esserlo. Vivo il mio servizio senza un nome, senza la sicurezza di un ordine religioso, senza appartenere a nessuna organizzazione”» (Vittorio Monti, ”Corriere della Sera” 7/10/2003).