Guido Romeo Macchina del Tempo, ottobre 2003 (n.10), 6 ottobre 2003
Un recente studio condotto su quindicimila persone in diciannove Paesi sparsi sui cinque continenti ha mostrato che le donne hanno idee sessiste, esattamente come gli uomini
Un recente studio condotto su quindicimila persone in diciannove Paesi sparsi sui cinque continenti ha mostrato che le donne hanno idee sessiste, esattamente come gli uomini. Le ricerche indicano che alcune donne sono ostili nei confronti delle altre donne e che non apprezzano, non rispettano, non trovano credibile né si fidano di ciò che esse dicono. Non c’e ragione di stupirsi, dal momento che le donne crescono nella stessa cultura in cui crescono gli uomini e, pertanto, non ne sono immuni. Viviamo sullo stesso pianeta; non siamo una specie aliena. Nella misura in cui siamo state e siamo oggetto di oppressione, abbiamo anche interiorizzato l’ideologia misogina dominante e la sosteniamo sia ai fini della nostra stessa sopravvivenza, sia per migliorare la nostra posizione individuale nei confronti delle altre donne. Studi degli ultimi anni e varie statistiche sulla criminalità confermano che l’aggressività maschile si manifesta con modalità dirette e drammatiche. Benché nella maggioranza dei casi non siano direttamente o fisicamente violente, anche le donne sono molto aggressive, però in modo indiretto; oggetto di questa aggressività al femminile non sono gli uomini, bensì le altre donne e i bambini. Ricerche condotte in Europa, Nordamerica e Australia hanno mostrato che le aggressioni verbali e indirette, sia tra bambine sia tra donne, annoverano ingiurie, insulti, canzonature, minacce e pettegolezzi, nonché la tendenza a escludere le altre o a ignorarle del tutto, a stringere amicizie solo per vendetta, a sparlare delle rivali nel tentativo di renderle sgradite agli altri. Inoltre, la formazione di diadi e di piccoli gruppi femminili esclusivi ha inizio già in età molto precoce. Secondo le autrici Ellen Goodman e Patricia O’ Brien, «i piccoli gruppi sono l’equivalente femminile del bullismo. Offrono sicurezza a chi si adegua e producono insicurezza in chi non ci sta». Nancy Friday osserva che «i ragazzi optano per la forma virile, aggressiva; per quanto riguarda le ragazze, è più probabile che il comportamento strafottente verso le compagne coincida con l’esclusione dal gruppo d’amicizia». Essere donna non significa provare per forza simpatia o fiducia per le altre esponenti del proprio genere, né trovarsi bene a lavorare con loro: questa è soltanto la posizione di alcune donne, magari disposte a riconoscere che le proprie simili possano essere emotivamente più espressive e raffinate degli uomini sul piano interpersonale. Da varie ricerche emerge inoltre che, malgrado i passi avanti compiuti nel campo dell’istruzione e dell’occupazione femminili e nonostante il prevalente orientamento politico progressista, molte esponenti del nostro sesso non amano uno stile maschile di leadership e preferiscono le donne di casa alle donne in carriera. Ho scritto questo libro perché vorrei che le donne avessero tra loro rapporti più realistici e, dunque, più autentici dal punto di vista psicologico. I loro comportamenti dovrebbereo comprendere la possibilità di nutrire rancore per breve tempo e non per sempre, di mostrarsi comportamenti dovrebbero comprendere la possibilità di minimizzare le aspettative irrealistiche, di creare legami malgrado le differenze, di vivere i dissensi in modo meno personale, di nutrire rancore per breve tempo e non per sempre, di mostrarsi in disaccordo senza distruggersi a vicenda. Vorrei liberare le donne dai vincoli della ”bontà” inautentica. Data la realtà dell’oppressione femminile, conta di più, e non di meno, il modo in cui le donne trattano le proprie simili. Vorrei che le mie lettrici si rendessero conto del fatto che quanto le donne fanno o si rifiutano di fare per le altre ha un’estrema importanza. Vorrei che capissero di avere un potere reale le une sulle altre. E vorrei che usassero questo potere in maniera consapevole ed etica. Con ciò non intendo dire che la disumanità femminile verso le donne sia sullo stesso livello di quella maschile. Non è così. Le donne, però, esercitano un’enorme influenza le une sulle altre: abbiamo infatti il potere di incoraggiarci reciprocamente a resistere alla tirannia o, viceversa, a collaborare con essa. Ogni volta che una donna dice la verità, altre dieci la imitano. Ogni volta che una donna reagisce, migliaia di altre si sentono legittimate a seguire il suo esempio. Come osservano le psicoterapeute Karen Fite e Nicola Trumbo, noi donne non siamo «innocenti rispetto ai tradimenti che commettiamo, ma è la nostra ignoranza di quanto accade e del perché accada a privarci del potere di agire altrimenti». Fite e Trumbo concludono che non bisogna «incolpare la vittima» e tuttavia vorrebbero che le donne «accettassero la responsabilità di imparare ad agire diversamente». Sarah Lucia Hoagland, lesbica e filosofa, scrive che, se le donne si rifiutassero di sostenere i «modelli patriarcali, le cose cambierebbero», soprattutto perché cercherebbero in ogni modo di compiacersi a vicenda o quantomeno di non offendersi l’un l’altra». Per la scrittrice Bell Hooks, le donne dovrebbero «mettere in discussione l’idea semplicistica secondo cui l’uomo è il nemico e la donna la vittima». Tutte noi abbiamo la capacità di agire in modo tale da opprimere, dominare, ferire (indipendentemente dal fatto che questo potere sia istituzionalizzato o meno). Pertanto è soprattutto al «potenziale oppressore dentro di noi che dobbiamo resistere». Margarete Mitscherlich, medico e scrittrice, avanza l’ipotesi che sia «la paura della perdita di amore» a spingere le donne oppresse a fare propri i pregiudizi politici e sociali dei loro padri, fratelli e mariti. Nella Germania nazista furono poche le donne che presero le distanze dall’antisemitismo dell’epoca: nella maggioranza dei casi prevalse l’identificazione con l’aggressore” e l’aspettativa che ciascuna obbedisse agli ordini patriarcali fascisti. Gli uomini non sono gli unici responsabili del patriarcato; le donne sono spesso le loro compiacenti, se non addirittura fervide, collaboratrici. Mitscherlich ritiene che le donne saranno in grado di contrastare questa complicità solo se impareranno «a usare con maggior coscienza la propria aggressività e a sopportare i propri sensi di colpa». Sono convinta che sia impossibile cambiare un comportamento se prima non gli viene dato un nome. Grazie al riconoscimento del lato oscuro presente nelle relazioni femminili, spero che le donne imparino a trasformare l’invidia in comprensione, i tradimenti in collaborazione. (dall’Introduzione, pagg. 6-9)