Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  ottobre 03 Venerdì calendario

Valle Gino

• Udine 7 dicembre 1923, Udine 1 ottobre 2003. Architetto • «Teorizzava un eclettismo illuminato, il solo che gli consentisse di ripartire ogni volta da capo. Il progetto per lui era una rinascita, una scommessa che affrontava come se avesse dimenticato tutto. Le logiche strutturali del moderno, che pure agivano fortemente nella sua cultura, erano strumenti che utilizzava per definire il problema, non per impostare facili soluzioni. Territorio era la sua parola chiave: ma territorio davvero, terreno. Quasi sempre, prima di sedersi al tavolo da disegno, andava a camminare per ore sull´area nella quale il nuovo edificio sarebbe sorto. Ragionando, cercava il massimo della semplicità, perché sapeva che solo riducendo all´essenziale i temi progettuali avrebbe potuto trovare dentro di sé quella risposta sensibile che lo avrebbe appagato e, in un certo senso, sorpreso. [...] Sosteneva di non avere maestri. ”Non ne ho mai avuti [...] Il mio solo maestro è stato il Feng Shui, la disciplina orientale che oggi è tanto di moda e che scoprii nella biblioteca di Harward nel 1951. Letteralmente Feng Shui vuol dire vento e acqua, i due elementi che modellano il territorio. E il solo modo per non distruggerlo, io credo, è quello di fare architettura come se questa fosse vento e acqua”. Così, da questo straordinario tessuto di ragione e passione nasce lo stile delle architetture di Valle. Che più che uno stile è un tratto, un segnale che cerca di legare ciascun progetto al contesto che lo ospita molto più di quanto possa servire da firma del suo progettista. Provate a passeggiare fra le sue opere (un ottimo compendio è stato realizzato dal primo numero del quadrimestrale Lotus Navigator): dal colosso della Deutsche Bank (alla Bicocca di Milano) agli edifici industriali del nord-est (il complesso Zanussi, gli stabilimenti Fantoni, gli uffici Bergamin); o dall´Ibm di Basiano alle abitazioni popolari della Giudecca, dalla Comit di New York all´Olivetti di Ivrea, dal cinema Pasolini di Cervignano agli uffici e all´albergo della Défense di Parigi...L´elenco è lungo. Ma provate a spostarvi fra tutto ciò che quest´uomo ha pensato e fatto in oltre cinquant´anni di lavoro e capirete cosa vuol dire il tempo di una vera architettura: che non è la sua data di nascita, ma il suo costante equilibrio fra la capacità di accennare al futuro e quella di diventare passato. La speranza dell´opera e la persistenza del paesaggio. Per questo dono della sottrazione di se stesso, Gino Valle, che non ha avuto maestri, è stato un maestro. Un enigma per i suoi critici, una star per i suoi studenti, un mezzo incubo per le maestranze dei cantieri che ispezionava con passo marziale. Lo aiutavano i modi ruvidi, che gli consentivano di portare le critiche con spietata franchezza, ma anche di farsi perdonare con una delle sue contagiose risate. Schivo, scontroso, sbrigativo, aveva la segreta dolcezza di chi è davvero grato a ogni istante di vita. Il vino, i sigari, la lettura dei classici, Schubert, il piacere della solitudine: firmava le sue giornate ben più delle sue opere» (Enrico Regazzoni, ”la Repubblica” 2/10/2003). «Per gli addetti ai lavori, Valle è stato architetto allo stesso tempo ”eclettico e sperimentale, concreto ed efficace, che ha navigato attraverso i paesaggi delle nostre campagne e nel cuore delle metropoli, inserendo con successo frammenti di architettura allo stesso tempo nuovi e sorprendenti”. Ma la storia professionale di Valle è stata, pur nella sua dimensione ”tecnicistica”, una storia a più ampio respiro: quella di un Paese, l’Italia, che stava cambiando e che per cambiare sceglieva di non violentare il paesaggio ma di inserirvi ”belle forme”. A cominciare da quella piccola città di provincia, Udine, dove Valle era nato e dove aveva ancora casa e studio: ”In fondo a una grande piazza, in un piccolo edificio rurale, quasi poco più di un casello daziario d’altri tempi, con un portico e con due porte, una smaltata di rosso per lo studio e una di blu per l’abitazione”. Valle, che si era laureato a Venezia nel 1948 e che sempre a Venezia aveva insegnato composizione architettonica, ha così raccontato lo sviluppo industriale della sua regione e dell’intero Paese. Passando indenne ”dalla poetica brutalista delle prime opere al riuscito gioco di colori degli ultimi lavori”. C’è dunque, a scorrere l’elenco delle opere di Valle, quasi una cronologia dell’Italia che cresceva e cambiava, cercando una dimensione sempre meno provinciale. Dalle prime opere del dopoguerra ”con cui segnava le trasformazioni del territorio alle prese con i primi sviluppi agli edifici direzionali della fine degli anni Settanta, dai palazzi di carattere civili e istituzionali all’edilizia economica e popolare”: dalla casa di vacanza a Lignano (1948-49) alla sede della Cassa di risparmio di Udine (1953-55), dalle ”torri per abitazioni di Trieste” (1955-57) agli uffici della Zanussi a Porcia Veduta del ”tappeto” degradante progettato da Gino Valle per il quartiere di abitazioni popolari della Giudecca a Venezia (1959-61) ”che suggerivano i passaggi di un antico castello”, dalle case popolari della Giudecca a Venezia (1980-86) agli spazi per l’Olivetti di Ivrea (1985-88). Fino all’insediamento della Bufalotta a Roma e alla Facoltà di psicologia a Padova. E passando per felici appendici straniere: gli uffici dell’Ibm alla Défense, l’Olympia di Parigi, la sede della Banca commerciale italiana a New York. Valle studiò con Carlo Scarpa e Giuseppe Samonà ma per lui l’architettura era quasi un vizio di famiglia. Il padre Provino era architetto (come la sorella Nani con cui Valle firmò alcuni dei suoi primi progetti) ”tra i più ricercati tra le due guerre”.Raccontava Valle: ”Mio padre mi portò per la prima volta in cantiere che avevo otto anni, quando stava progettando il Tempio di Udine. Mi ricordo, io bambino che salivo sulla scaletta e il cappellano che mi seguiva per la scaletta”. Per chi volesse invece avere una visione forse più quotidiana del lavoro di Valle (che fu anche pittore), basterebbe ricordare tre ”fondamentali” oggetti di industrial design da lui firmati: la cucina Rex ”modello 700” per Zanussi, l’orologio ”Cifra 5” per Solari (Compasso d’oro nel 1956) e quei teleindicatori alfanumerici (anch’essi per Solari, Compasso d’oro nel 1963) che hanno scandito le soste e i passaggi di molti di noi negli aeroporti di tutto il mondo» (Stefano Bucci, ”Corriere della Sera” 2/10/2003). «A differenza dei suoi colleghi, amava l’affabilità, la bonomia, il piacere di sentirsi provinciale. Proprio lui che fin da giovane ebbe dimestichezza con gli studi di Wright e Gropius, conobbe Wagner, si perfezionò a Harvard. Ancora lui che costruì torri, palazzi, grattacieli per le vie del mondo, come la superba torre d’angolo della Banca Commerciale a New York nel 1981-85, piuttosto che l’Esplanade con albergo e uffici Ibm a Parigi, regalando un raro angolo umano e discreto al triste quartiere della Défense. Valle aveva studiato all’Università a Venezia con Carlo Scarpa e Giuseppe Samonà. Aveva appreso l’importanza dei materiali, della pietra, dei marmi per costruire case, edifici, monumenti che fossero umani, il meno ”monumentali” possibile, come l’impareggiaible fontana di Udine, lastricata di pietre, che è il Monumento alla Resistenza. Amava proclamarsi solo un ”capomastro” per la capacità nel costruire, il gusto artigianale del mestiere, l’amore per il cantiere appreso nello studio del padre; era invece dotato di fantasia e rigore negli edifici industriali, dai primi uffici severi della Zanussi a Porcia, alle superfici rigate di grigio e bianco dell’Ibm a Basiano, fino al coloratissimo stabilimento Darpes a Portogruaro e portentosi capannoni con rivestiture e interni raffinati degli Uffici e Centro Fantoni a Osoppo, agli uffici Olivetti di Ivrea. Disegnatore formidabile, visitammo insieme nel 1989 la mostra in suo onore alla Basilica Palladiana di Vicenza; colpivano gli abbozzi vivissimi, i guizzi dove la linea espressionista catturava e fulminava la prima idea. ”Sono schizzetti che butto lì per ricordare” si schermiva con modestia, così come sorrideva all’accennare ai suoi oggetti di design al MoMa di New York: ”Cosette disegnate per divertimento” scherzava. Poi, accusato di eclettismo, spiegava: ”A Venezia non si possono costruire palazzoni, bisogna elevare casette con le scale, facciate in mattoni, il campiello, il ponte, senza disturbare i magnifici edifici della città”. Così aveva fatto per le graziose abitazioni popolari alla Giudecca. [...] Quando ci fu il concorso della Pirelli per la Bicocca a Milano che vinse Gregotti, esisteva un accordo per cui primi e secondi avrebbero lavorato insieme, Gabetti-Isola e lui arrivarono tali. Valle sperava di lavorare nella zona di periferia da ricreare al completo. Non fu così. Costruì la Deutsches Bank. Il medesimo aspetto di amabilità e affettuosa partecipazione lo accomunava a un amico caro: Oreste del Buono, altro conversatore incantevole. Curioso destino il loro. Erano nati entrambi nel 1923. Insieme fecero il servizio militare e Livorno, in Marina. Tutti e due l’8 settembre ”43, a Brioni, vennero fatti prigionieri dai tedeschi. Sono scomparsi a brevissima distanza l’uno dall’altro. Due grandi nel proprio lavoro, negli sconfinati interessi» (Fiorella Minervino, ”La Stampa” 3/10/2003).