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 2003  ottobre 02 Giovedì calendario

PIAVOLI Franco

PIAVOLI Franco. Nato a Pozzolengo (Brescia) il 21 giugno 1933. Regista. "’E infine che cos’è mai questa brama sbagliata di vivere che ci costringe a tremare così, tra insicurezza di eventi?”. Potrebbe racchiudersi tutta qui, nei versi del suo amato Tito Lucrezio Caro, la poetica cinematografica di Franco Piavoli. Il più originale e il meno prolifico dei cineasti davvero indipendenti, del cinema italiano. Una rarità le sue pellicole [...] il "Tarkovskij italiano". Piavoli il narratore delicato, che racconta solo per immagini, suoni e rumori, rinunciando ai dialoghi, e che prima della proiezione di ogni suo film avvisa il pubblico: ”Non vi aspettate di vedere chissà che cosa, perché qui non c’è trama, e non succede assolutamente niente. Vi dovete accontentare al massimo di una bella fotografia e di una colonna sonora molto suggestiva [...] Quindi cosa vi posso dire, se le immagini non vi piacciono, chiudete gli occhi e ascoltate la musica”. Ma non è possibile chiudere gli occhi perché come un Lucrezio della macchina da presa, ci accompagna nel meraviglioso mondo delle "cose della natura" e da buon pittore quale è, mette sullo schermo quelle che chiama le sue "figure". ”Rappresentano il mondo così come lo vedo io. [...] La mia regia è un catturare luci e momenti in cui le figure nascono come elaborazione della mia esperienza di vita, e come Lucrezio, penso che ’tutti ci aggiriamo in un cerchio’”. Un cerchio, in cui la natura assume ancora un valore supremo per Piavoli, il regista-poeta che sa di essere uno dei pochi ancora in grado di trasmettere emozioni solo per immagini, e che sperimenta la formula dei ”silenzi gridati”. ”Il mio cinema nasce da un flusso libero, come accade in letteratura o nella musica strumentale, penso ai cori polifonici come quelli de Il canto delle pietre. Seguo un tema di fondo che poi si sviluppa in tutti i movimenti possibili. Dentro di me credo di avere una metrica che è musicale, ma fatta essenzialmente di cromatismi sonori. E così mi diverto a giocare in questa dimensione, rinunciando al linguaggio denotativo”. Un lavoro certosino, con una sequenza fatta di girato e montaggio che non seguono mai una consecutio precisa, in quella che lui chiama ”produzione domestica”, ma a lungo termine. ”Ho fatto solo 4 film in vent’anni [...] e curo tutto da solo, dalla sceneggiatura alla produzione fino al montaggio con la mia moviola casalinga. Ultimamente mio figlio Mario ha messo su uno studio per il montaggio elettronico e adesso montiamo da lì. Poi c’è mia moglie Neria che cura sempre i costumi”. Tutto avviene nella quiete del suo rifugio gardesano, immerso nel suggestivo set fluviale del Mincio. Tranne per Nostos, in cui è sconfinato fino alla sarda Ogliastra, i suoi film e i cortometraggi, sono ambientati tutti lì, utilizzando volti di personaggi sconosciuti e mai attori professionisti. ”L’amicizia è alla base dell’adesione degli altri al mio cinema. Ciascuno interpreta se stesso”" (Massimiliano Castellani, ”Avvenire” 29/1/2004). "’Il cinema è un grande amore, conquistato con gli anni. Prima ho insegnato a lungo Diritto nelle scuole superiori. Ma le passioni erano altre, la poesia, la musica, la fotografia. Dall’obiettivo alla macchina da presa il passo è stato breve. Ho iniziato con alcuni corti, nell’82 il primo film, Pianeta azzurro. Subito in gara alla Mostra di Venezia, subito premiato, richiesto da festival di mezzo mondo... Ancora oggi è proiettato in molte sale [...] Il mio non è un cinema da record al botteghino, lo so, ma non è neanche un cinema intellettuale. Si rivolge a un’élite di sentimenti non di cultura”. [...] Poesia, fotografia, cinema, un itinerario analogo a quello dell’iraniano Abbas Kiarostami. ”Lo ammiro molto, mi piace pensare che abbiamo mondi in comune. Immagino che lavori più o meno come me, girando sotto casa, con gente che conosce bene, con pochi soldi ma con la ricchezza impagabile del tempo. Le mie riprese non hanno limiti. Per realizzare Al primo soffio di vento ci ho messo due anni. Un lusso impensabile anche per Spielberg. [...] Le scene e i costumi li fa mia moglie Neria, il montaggio mio figlio Mario. Io mi occupo del soggetto, sceneggiatura, fotografia, regia. Tengo persino l’amministrazione. Sono un autarchico, un contadino del cinema: poto, innesto, innaffio. Il resto lo fanno gli amici. Primo Gaburri, il protagonista di Al primo soffio di vento, è un allevatore di bestiame di una cascina qui vicino. Un uomo schivo, lettore appassionato di filosofia e di scienze. Proprio come il suo personaggio. La biblioteca che si vede nel film è la sua. Mariella Fabbris e Ida Carnevali, invece, sono attrici professioniste. Pronte ad accettare i miei tempi lunghi, ad alzarsi alle 5 di mattina per girare con la vera luce dell’alba. Un rapporto speciale di affetti e complicità che rendono superfluo ogni copione, permettendo di muovermi liberamente, con continue correzioni di rotta. [...] Il moschino della frutta ha la metà dei geni dell’uomo. Siamo tutti fatti della stessa materia, ma siamo anche tutti pezzi unici e irripetibili. Certo, la diversità biologica arricchisce, ma condanna anche a quella solitudine che è il massimo comun denominatore del gruppo di famiglia del film. Come dice Lucrezio: ognuno si aggira in un cerchio. Il mio ruota da sempre tra la mia casa e dintorni. Ma oltre la siepe gli spazi possono essere davvero infiniti”" (Giuseppina Manin, ”Corriere della Sera” 29/9/2003).