Varie, 2 ottobre 2003
Tags : Walter Gerardo. Pandiani
Pandiani WalterGerardo
• PANDIANI Walter Gerardo Montevideo (Uruguay) 27 aprile 1976. Calciatore. Dell’Espanyol. Lanciato dal Deportivo La Coruña (2000-2005) • «“El Rifle” Pandiani. Il suo soprannome indica una “carabina a canna lunga” ed allora Walter spara, con una precisione sorprendente. [...] Prelevato dal Penarol per 12 miliardi di lire (non tantissimi, si era in piena esplosione dei prezzi) aveva cominciato a sparare niente meno che in Coppa dei Campioni. Il suo Depor era sotto 3-0 con il Paris Saint Germain: Irureta metteva dentro Pandiani nella ripresa e lui in 45’ dava tre capocciate vincenti, che sommate al gol di Tristan, ribaltavano, incredibilmente, la partita. A quella tripletta seguirono altri due gol europei e qualche partita da titolare al fianco di Tristan, con Makaay a guardare dalla panchina. Poi “El Rifle” s’inceppò, la corsa di Champions si fermò ai quarti, col Leeds, e Tristan iniziò a rubargli la scena. L’ariete spagnolo divenne intoccabile la stagione successiva, quando si laureò Pichichi (capocannoniere) della Liga. L’andaluso era titolare fisso ed Irureta aveva lanciato il modulo ad una sola punta, con tre suggeritori in appoggio. Pandiani l’ala non la faceva più, dopo averci provato agli esordi, e in concorrenza là davanti c’era anche Makaay. Quei dodici mesi convinsero tutti, Walter compreso: nel Depor non c’era spazio. Quando arrivò Luque dal Maiorca, lui fu spedito sull’isola in prestito. In coppia con Eto’o, “El Rifle” ricominciò a centrare il bersaglio, tanto da convincere il Depor a riprenderselo e a tenerselo, nonostante le vecchie vittime del Psg non si fossero scordate di lui. [...] Passaporto italiano grazie ad avi di Pavia. [...] Una vera forza della natura per quel che riguarda il gioco aereo: in Spagna lo paragonano al miglior Zamorano, e come il cileno mette in campo un enorme grinta» (Valerio Clari, “La Gazzetta dello Sport” 26/9/2003) • «Solo i sudamericani sanno trovare soprannomi così esatti per i propri eroi. El rifle, detto così come si scrive, sembra un giustiziere da western messicano alla “brutti, sporchi e cattivi”. La battuta “dovremo dare fino all’ultima goccia del nostro sangue, ma rimanere calmi”, pronunciata da Pandiani prima della eroica sfida contro gli yankee milanisti in Champions League, avrebbe potuto scrivergliela Sergio Leone. Magari Che Guevara. Vabbè. Quasi. L’uomo che coi gol segnati alla Juventus e al Milan ha contribuito più di tutti all’eliminazione europea delle corazzate del calcio italiano è oggi celebrato da antimilanisti e antijuventini così: “Pandiani, se fossi gay ti amerei”. Oppure: “Pandiani, Valeron, Luque e Fran, 4 ministeri per loro nel prossimo governo” (versione antiberlusconiana). Centravanti “opportunista e abile” secondo i tecnici (eufemismo per dire che se non segna gol vale poco), Pandiani è nato a Montevideo e ha indossato la gloriosa maglia del Penarol. Il piccolo mondo antico del calcio uruguagio è scritto tra le sue referenze principali: fu squalificato per dieci giornate nel 1999 per aver dato inizio a una megarissa durante la sfida tra il Penarol e i brasiliani del Flamengo in Coppa Mercosul, ennesima puntata di una rivalità che si perde nella notte dei tempi. Arrivò in Spagna subito dopo, e capì che la vita per lui sarebbe stata dura. Anzi no, lo sapeva già. Al Deportivo del mistico allenatore basco Javier Irureta concorrevano per lo stesso posto di centravanti Roy Makaay, Diego Tristan e - ruota di scorta - lui. Il primo anno giocò soltanto in Champions League, ma riuscì ugualmente a piazzare un’impresa epica: la rimonta e l’eliminazione del Paris Saint Germain. Vinta la gara di andata a Parigi 3-1, il Depor si trovò sotto di tre gol in casa dopo 55’. Pandiani, ancora in panchina, durante il riscaldamento ebbe un illuminazione: “Non volevo dire niente, per non passare per pazzo. Poi dissi a un compagno `se entro segno tre gol’”. Entrò. Segnò tre gol. Il Deportivo vinse 4-3 e passò il turno. I tifosi lo aspettarono all’uscita per gridargli “torero, torero”. Giocò il secondo anno in esilio al Real Mallorca, in coppia con Eto’o. Il giorno della sfida col Deportivo non si fece pregare: segnò tre gol alla squadra che non aveva trovato un posto per lui. Non festeggiò, come si usa in questi casi, ma l’anno successivo tornò a La Coruna. E qui, con Makaay venduto al Bayern, il rapporto con Tristan si incrinò quasi subito. Per due volte sostituito, Tristan si rifiutò di stringere la mano al suo compagno al momento di uscire dal campo. I giornali ci ricamarono sopra. Quando il quotidiano “Marca” dopo una brutta prestazione di Pandiani titolò “L’ora di Tristan”, l’urugagio andò a cercare l’inviato presente allo stadio e lo attaccò al muro: “Tu giochi col pane della mia famiglia! - urlò perché tutti potessero sentire - Mi vuoi rubare i soldi! Ti spacco la faccia!”. El Rifle non nasconde mai la sua storia di figlio di famiglia povera, che rischiò di lasciare il calcio il giorno che morì suo padre e dovette cercare un lavoro per continuare a campare. Ora ha trovato un posto stabile in squadra; è un giocatore moderno che adora Enzo Francescoli e Micheal Jordan, gioca a pallavolo per migliorare il gioco aereo e a ping pong per rilassarsi, guarda volentieri film di fantascienza e balla la musica salsa. Ma non sembra aver dubbi sul come e dove cercare le motivazioni di cui spesso parlano gli allenatori-psicologi. Il bello di Pandiani - che bello non è - è il bello del calcio: it’s not over till it’s over, non dire gatto se non l’hai nel sacco, la partita dura novanta minuti. E poi continua per tutta la vita» (Alberto Piccinini, “il manifesto” 14/4/2004).