Varie, 2 ottobre 2003
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GIBSON Althea Silver (Stati Uniti) 25 agosto 1927, East Orange (Stati Uniti) 28 settembre 2003. Tennista
GIBSON Althea Silver (Stati Uniti) 25 agosto 1927, East Orange (Stati Uniti) 28 settembre 2003. Tennista. «Aveva avuto un suo momento di celebrità, a partire dal 1956, quando vinse dapprima Roland Garros, giocando serve and volley, e poi due campionati Usa e due Wimbledon: la prima nera, s´intende. [...] Papà e mamma piantatori di cotone, e lei bambina messa a balia da una zia che la domenica, come premio, la portava a bere whisky fabbricato di frodo, tanto che ci si ubriacava, e poi suo papà la riempiva di cinghiate. [...] Al primo Forest Hills, campionato Usa, nel 1950, il suo ingresso nello spogliatoio aveva messo in fuga tutte le bianche. In lacrime, aveva giurato vendetta, ed era arrivata ad un game dal battere Louise Brough, la detentrice di Wimbledon, salvata soltanto da un temporale. Da quel giorno, diceva, le cose erano andate meglio, perché non potevano più rifiutarle l´iscrizione ai tornei, e addirittura era finita sotto le grandi ali del Dottor Walter Johnson, un sorta di patriarca del tennis nero, che le allungava qualche dollaro. [...] Era un po´ troppo alta, la Gibson, per i tempi, e un po´ troppo magra. Giocava come una ragazzaccia, serve and volley, ma sapeva star dietro a soffrire: cosa ci poteva essere di meglio che fare un po´ fatica su un court, per una come lei? A quei tempi, purtroppo, i tennisti erano ancora dilettanti, e Althea non mise da parte più di quanto si intaschi oggi con un primo turno allo Us Open. Passò, dunque, al professionismo, opposta a una biondona soprannominata The Golden Goddess, la Dea dorata, tale Karol Fageros. Si esibivano prima degli Harlem Globe Trotters, e la Gibson commise l´errore di vincere 114 match su 118. Tentò, allora, il circuito del golf, ma il colpo non le riuscì, e si rassegnò a insegnare tennis, dopo un matrimonio sfortunato» (Gianni Clerici, ”la Repubblica” 29/9/2003). «Ci sono nomi che, da soli, fanno vibrare i cuori e riaccendono ricordi e passioni. Ci sono nomi che trascendono lo spazio e il tempo. Sono grandi, immensi, a prescindere dall’ambito in cui sono emersi. Uno di questi è Althea: Althea Gibson, la prima afroamericana (come si dice oggi, in modo political correct; nera o negra, come si diceva negli anni Cinquanta) che ha vinto in uno sport per ricchi come il tennis, abbattendo le barriere del razzismo con la facilità propria, e unica, dei fuoriclasse. [...] Althea era povera, poverissima: era emigrata a 3 anni dalle piantagioni di cotone della Sud Carolina adHarlem, il ghetto nero di New York, aveva un papà alcolizzato e violento, possedeva un’indole ribelle e indipendente, era cresciuta come un maschiaccio e passava spesso la notte in metropolitana per evitare qualche punizione troppo pesante, e praticamente non aveva chance di realizzare i suoi sogni. Che non c’erano. Almeno finché il direttore della Harlem Society Orchestra non le regalò una vera racchetta con le corde con cui sostituire quella da paddle tennis, il simil tennis da strada, e le pagò le prime lezioni. Poi Althea fu adottata da un paio di neri ricchi, due medici ben inseriti nella comunità afroamericana. E, su suggerimento di Ray Sugar Robinson (sì, proprio il futuro re della boxe), si trasferì al Sud, riprese e completò l’High School che aveva abbandonato, si allenò, giocò, vinse ma soprattutto aspettò che, nel 1950, cadesse il tabù e anche i neri potessero giocare agli UsNational Championships. Era già una star, aveva già colpito al cuore pubblico e avversarie con un gioco tutto d’attacco, fatto di scatti continui, di salti, di atleticità da giocatrice di basket (il suo primo e sempre prediletto sport), di spettacolo e spontaneità in una ragazzona di 1.80 metri. Ma, se non fosse stato per la famosa collega Alice Marble, che provocatoriamente ufficializzò la sfida della ragazza nera al tennis bianco, forse la sua domanda sarebbe stata bocciata come gli anni prima. Quella volta, a Forest Hills, Althea non solo buttò giù una storica barriera razziale, ma passò il primo turno e giocò alla pari con Louise Brough, la regina dei tre Wimbledon precedenti: annichilita dall’1-6 iniziale, piazzò un clamoroso 6-3 e poi, in vantaggio per 7-6 al terzo fu fermata da un temporale, e alla ripresa, il giorno dopo, perse i tre ultimi, decisivi, games. Fece storia con l’esordio della prima nera anche a Wimbledon 1951. Ma poi dovette attendere e attendere ancora, addirittura cinque anni, prima di avere un’altra occasione: una parentesi lunghissima e difficilissima, piena di dubbi e di propositi di ritiro, una forzata pausa dettata dalla segregazione razziale. Non mollò, non passò fra le ausiliarie dell’esercito, si aggregò al tour in Asia del Dipartimento di Stato, tenne duro in nome della sua gente. Poi, finalmente, nel 1956, il destino la premiò. Althea prima stupì Roma, poi stupì il mondo come prima afroamericana a violare la terra rossa degli Internazionali di Francia, e complessivamente 14 tornei corredati da 3 finali. E l’anno dopo s’impose addirittura a Wimbledon, e poi firmò pure lo Slam di casa, gli U. S. Nationals, ancora come prima afroamericana a entrare nell’albo d’oro. Ce l’aveva fatta, aveva vinto il tennis, ma soprattutto l’odio e l’ottusità degli uomini, rientrava in trionfo a New York, riceveva un premio dietro l’altro. Era talmente forte e motivata, talmente più potente e moderna delle avversarie che fece l’accoppiata Wimbledon-Forest Hills anche nel ’58. Quando disse: ”Ho cercato di prendermi le responsabilità per i neri, ma è stato un gran peso sulle spalle, ora gioco a tennis per far contenta solo me stessa”. Subito dopo passò professionista, con anche 6 titoli dello Slam di doppio ( fra cui tre Wimbledon consecutivi). Ma non diventò ricca nemmeno nel 1962, quando passò ancora alla storia come la prima nera a giocare nel Lpga, il circuito pro di golf delle donne. Aveva già realizzato il titolo della sua autobiografia: ”Ho sempre voluto essere qualcuno”» (Vincenzo Martucci, ”La Gazzetta dello Sport” 29/9/2003).