Mirella Delfini Macchina del Tempo, ottobre 2003 (n.10), 26 settembre 2003
« cambiato tutto: fino al secolo scorso l’idea della morte sopraggiungeva tra i 40 e i 50 anni. La maggior parte degli italiani, specie quelli che lavoravano nei campi, prevedeva il lutto a breve termine
« cambiato tutto: fino al secolo scorso l’idea della morte sopraggiungeva tra i 40 e i 50 anni. La maggior parte degli italiani, specie quelli che lavoravano nei campi, prevedeva il lutto a breve termine. Altri dieci anni e tanti saluti. Si risparmiava per la bara, i figli e i nipoti. Adesso quell’idea arriva verso gli 80, ma in maniera diversa: abbiamo il sospetto che non moriremo di vecchiaia, ma di malattia». Parola di Francesco Antonini, celebre gerontologo fiorentino che, a 83 anni, continua a lavorare. Tutto vero: un tempo la vecchiaia cominciava verso i sessant’anni, lo diceva anche la Bibbia. Però il Libro non teneva conto del futuro: dalla seconda metà del 1800 le cose sono cambiate. Come mai? «La vera rivoluzione», prosegue Antonini, «è rappresentata dall’elettricità, che ha permesso l’arrivo di energia motrice nei campi e di acqua potabile nelle case. Dove c’è acqua c’è igiene e dove c’è igiene la vita si allunga. cominciato così: fino al 1870 la speranza di vita era identica a quella di sei secoli prima. Grazie all’acqua la vita si è allungata». Ma se oggi le aspettative di vita vanno molto al di là del limite descritto dalla Bibbia, resta da chiedersi come vivono questo ruolo i nuovi giovani dai sessanta in su. In genere lo vivono bene, soprattutto le donne. Dividono il loro tempo tra il lavoro possibilmente creativo, l’Unitre (l’Università della terza età i cui studenti per il 90% sono donne), i nipoti, la palestra, il ballo, i massaggi. E il sesso, anche, come dimostra il successo di vendita del Viagra. quanto emerge dall’analisi, contenuta nel rapporto Istat 2002, sulla popolazione italiana: negli ultimi 10 anni, il tasso di disabilità è diminuito di circa 2 punti percentuali (dal 6 al 4%) e i 65enni di adesso hanno davanti a loro mediamente sei anni di vita in più rispetto ai loro coetanei del Dopoguerra. Non solo: vivono per più anni in maniera autonoma, toccando la soglia dei 77 anni per l’uomo e dei 79 anni per la donna. Secondo l’indagine dell’Irp (Istituto di Ricerche sulla Popolazione), inoltre, i pensionati che si dedicano ad attività di varia natura sono il 36 per cento: il 19% pratica sport, l’11% volontariato, il 6% frequenta corsi. La scelta delle attività dipende dal sesso e dal titolo di studio. Le donne tendono a svolgere un lavoro di cura attraverso il volontariato. Gli uomini, invece, seguono interessi personali dedicandosi in larga parte (14%) ad attività sindacali e altre come il controllo dei giardini (3%), la vigilanza davanti alle scuole (3%), l’accompagnatore nei musei (2%) e l’addetto alla protezione civile (4%). I corsi delle università della terza età sono frequentati dal 25% degli uomini laureati, dal 36% dei diplomati e per quanto riguarda le donne dall’11% delle laureate e dal 39% delle diplomate; gli uomini sono più orientati verso la tecnologia, le donne verso la cucina, la ceramica, il cucito e il ballo. Gli anziani meno istruiti tendono a dedicarsi in larga parte al volontariato: tra gli uomini il 28% con licenza media e il 29% con licenza elementare o nessuna istruzione, tra le donne il 22% con licenza media, il 47% con licenza elementare o nessuna istruzione. Per quanto riguarda lo sport, archiviata l’immagine del pensionato dedito al gioco delle bocce, delle carte o alle attività di caccia e pesca, sono molto praticati il trekking e la bicicletta dagli anziani e la ginnastica, la danza e il nuoto dalle anziane. E se in meno di un secolo, gli ultrasessantenni sono centuplicati, grazie a questi progressi nel 2050 saranno 2 miliardi, circa un terzo della popolazione mondiale. Un quinto di loro avrà più di ottant’anni. L’Europa è prima nel mondo nella graduatoria della sopravvivenza, e l’Italia prima in Europa. Oggi nel mondo ci sono circa 630 milioni di persone che hanno superato la soglia dei 60 anni. Come dicono gli americani, «Age is a state of mind», l’età è uno stato mentale. O d’animo? « l’atteggiamento a essere diverso», spiega Antonini, «sia nella mentalità che nelle esigenze. Ci si sente più giovani, anche: dopotutto, che genere di crescita intellettuale avremmo potuto aspettarci, nel secolo scorso, da una persona che per tutta la vita non ha fatto altro che zappare? Da quando ci siamo liberati dalla schiavitù del lavoro fisico, abbiamo scoperto l’esigenza di leggere, conversare, sentirci all’altezza. Insomma, siamo di fronte a un’evoluzione sociale: non nascondiamo più la vecchiaia perché siamo più consapevoli». I geni di Matusalemme, quindi, non si stanno replicando a passo di carica per qualche strano sussulto evolutivo: l’aumento della durata media della vita è un successo combinato del progresso, della chirurgia e dei farmaci - primi fra tutti gli antibiotici - con cui si vincono malattie che fino a un secolo fa spazzavano via i meno robusti. Sull’invecchiamento del cervello, poi, non è ancora stata detta l’ultima parola. Secondo certi studi, sembra essere reversibile. Ci difendono gli antiossidanti (una specie di antiruggine) come l’enzima Sod (superossido dismutasi), che aiuta a smaltire i radicali liberi. Gli ”odori” da cucina, come basilico, origano, prezzemolo e altre piante verdi sono antiossidanti naturali che funzionano. Dunque, il futuro ci riserva un pianeta popolato da ultracentenari? « presumibile», conclude, «che in futuro si possa arrivare a traguardi oggi difficili da immaginare. In effetti, da qualche parte già accade: in Scandinavia si muore meno, le classi più agiate hanno un’aspettativa di vita maggiore rispetto agli Stati Uniti e al resto d’Europa, per non parlare dell’Africa. Ma, anche per gli scandinavi, sono anni di prolungata vecchiaia. Se non è una vera giovinezza, l’allungamento della vita è inutile. Ad esempio, io ho 83 anni e non morirò di vecchiaia, ma di malattia. Ecco il punto: bisognerebbe spostare anche le malattie». Insomma, «La vecchiaia può attendere», come dice Arrigo Levi nel titolo di un suo bel libro. Ma quando la vecchiaia arriva davvero? Forse bisogna fare come il filosofo tedesco Hans Georg Gadamer, scomparso l’anno scorso a 102 anni. Invitato poco prima in Italia per prendere parte a una conferenza, aveva risposto: «Signori, vi ringrazio, ma purtroppo non ho più ottant’anni». Più filosofia di così. Mirella Delfini