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 2003  settembre 24 Mercoledì calendario

Mal di testa? La cura del futuro è... appesa a un filo. Proprio così, è un elettrodo da inserire nel cervello del paziente: sembra una scena di tortura di un film di fantascienza, invece è realtà, la fine di un incubo per chi soffre di un particolare tipo di mal di testa detto ”cefalea a grappolo”

Mal di testa? La cura del futuro è... appesa a un filo. Proprio così, è un elettrodo da inserire nel cervello del paziente: sembra una scena di tortura di un film di fantascienza, invece è realtà, la fine di un incubo per chi soffre di un particolare tipo di mal di testa detto ”cefalea a grappolo”. La tecnica, basata sulle teorie di uno scienziato tedesco, è stata messa a punto in Italia, all’istituto neurologico ”Carlo Besta” di Milano. I dettagli di questo metodo li spiega Angelo Franzini, neurochirurgo del ”Besta”, autore del primo intervento: «L’elettrodo è paragonabile a un filo elettrico che viene inserito nella testa attraverso un piccolo foro; ha il diametro di circa un millimetro con una terminazione libera che stimola un gruppo di neuroni dell’ipotalamo, più o meno al centro della testa». Sono neuroni che controllano tantissime funzioni dell’organismo (sonno, veglia, appetito, umore...) e il cui cattivo funzionamento, come è stato dimostrato, provoca attacchi di cefalea a grappolo. «Per posizionare l’elettrodo nel punto esatto vengono utilizzate un particolare casco e un software con una mappa computerizzata tridimensionale di tutti i nuclei cerebrali. Una volta al suo posto, il ”filo” resta lì e viene connesso a un generatore di impulsi, che è qualcosa di molto simile a un pacemaker cardiaco». L’operazione dura in tutto 5-6 ore. Il generatore viene collocato sotto un’ascella e consente una stimolazione diretta costante. « una corrente elettrica nell’ordine di qualche volt», spiega il ”papà” dell’elettrodo scaccia-cefalea, «che fa sì che i neuroni vengano condizionati a comportarsi in maniera corretta. Il dolore cessa in genere nei quindici giorni successivi». Finora sono una decina le persone operate con successo. Detto così può sembrare fin troppo facile, ma l’intervento rimane ad alto rischio ed è praticato solo in casi estremi ovvero su pazienti che soffrono di questa dolorosa forma di cefalea, non a caso detta ”da suicidio”, con cinque-sei attacchi al giorno e sui quali i farmaci non hanno più alcun effetto. In Italia, parliamo di un caso su un milione. Se fino a poco tempo fa il ”Besta” era l’unico istituto al mondo dove veniva eseguito questo tipo di operazione, ora la tecnica di Franzini - di cui si sono occupate prestigiose riviste mediche e scientifiche - è stata esportata anche all’estero, in Belgio e in America, dove il numero dei casi è maggiore. L’aspetto rivoluzionario di questa tecnica va al di là dell’applicazione. «Il fatto che si possa interagire con il cervello modificando un comportamento patologico», conclude Franzini, «apre un nuovo campo di interesse e di ricerca. Anche altre cefalee, per analogia, potrebbero derivare da meccanismi simili». In attesa che un elettrodo o qualcosa di più sofisticato possa metterci al riparo dal mal di testa, è utile conoscere qualcosa di più sulle cefalee per arrivare alla terapia giusta perché, come sostiene Virgilio Gallai, direttore del dipartimento di neuroscienze dell’Università di Perugia, «pensare che dal mal di testa non si guarisca è un luogo comune sbagliato». Ma prima di tutto occorre porsi una domanda: di che mal di testa soffriamo? Le cefalee si dividono in due grandi categorie: primarie quando il dolore non nasce da un’altra malattia, e secondarie, se è sintomo di qualcos’altro. I dati dicono che 28 milioni di italiani hanno mal di testa almeno due o tre volte all’anno. Nell’85% dei casi - secondo i dati forniti dal centro di Perugia - si tratta di cefalee primarie; nel restante 15% il mal di testa è legato ad altre patologie: da una semplice sinusite al tumore al cervello o all’emorragia cerebrale; quelle davvero pericolose però sono solo l’1%. A loro volta le cefalee primarie si dividono in tre grandi famiglie: emicrania, con aura o senz’aura (15% dei cefalalgici); cefalea tensiva (84%) e a grappolo (1-3%). Le vittime sono più spesso donne tra i 20 e 40 anni e criteri diagnostici universalmente riconosciuti permettono di dire che il malessere è simile in tutto il mondo, dall’Australia a Singapore. «Se uno ha mal di testa per la prima volta», aggiunge Gallai, «o se le caratteristiche sono diverse da quelle cui era abituato, è un campanello d’allarme. opportuno consultare un medico prima di intraprendere qualsiasi forma terapeutica. Una diagnosi permette nell’80% dei casi di risolvere il problema». La causa del mal di testa ancora non si conosce. Secondo gli esperti è un disturbo neurologico con un’origine complessa. «La maggior parte dell’area facciale», dice Gallai, «è innervata dal nervo trigemino e una delle ipotesi più probabili per il mal di testa è la teoria trigemino-vascolare, che ricollega il dolore a un disturbo di questo nervo cerebrale». Paolo Martelletti, docente di Medicina Interna alla seconda facoltà di medicina dell’Università ”La Sapienza” di Roma e responsabile del Centro Cefalee dell’Ospedale ”S. Andrea” della capitale, parla di «alterazioni bioelettriche a livello cerebrale che gestiscono, attraverso il sistema trigemino vascolare, la circolazione». «Nelle cefalee a grappolo», spiega lo specialista, «il disturbo è nell’ipotalamo, nelle cefalee tensive invece la tensione muscolare e quant’altro rientri nelle patologie indotte da stress hanno il loro ruolo. Ci sono anche linee di pensiero secondo cui cefalea tensiva ed emicrania sarebbero espressioni diverse della stessa malattia. Ma al momento queste sono ipotesi ancora da verificare». Ciò che, invece, in molti conoscono bene è il dolore: una fastidiosa - e a volte insopportabile - pulsazione che è l’effetto della dilatazione dei vasi sanguini cerebrali. In sostanza, le cose nella nostra testa funzionerebbero in questo modo: quando c’è un fattore scatenante, che può avere una causa interna (stress, cambiamento ormonale, mancanza di sonno...) o esterna (alimentazione, allergie, mutamenti climatici...), lo stimolo giunge nell’ipotalamo e da questo viene smistato in un’area del tronco cerebrale che contiene il nervo trigemino, che nel momento in cui si attiva diventa il vero generatore del mal di testa. «Già i romani», aggiunge Gallai, «avevano capito che stringere la testa con un panno dava sollievo perché provoca una vasocostrizione. un semplice meccanismo del tipo chiodo-scaccia-chiodo, ovvero se in presenza di un dolore si provoca un altro dolore, secondo la ”teoria dei treni”, nel binario finale entra solo una sensazione». Dal tempo dei romani a oggi, di passi avanti nella cura del mal di testa ne sono stati fatti molti. Oggi i rimedi ci sono e sono anche efficaci. Ma resta da risolvere, dice Rosanna Cerbo, neurologo e psichiatra, «uno scoglio sociale: si fa ancora fatica ad accettare che l’emicrania non sia una scusa per non andare al lavoro, un modo diplomatico per saltare una cena e via dicendo, ma una vera malattia del cervello, una sindrome tra cui c’è anche il mal di testa ma che dà un malessere generale. Quando si dice: ho mal di testa, il rischio è sempre di non essere creduti, perché è un fatto soggettivo». Cerbo è responsabile del Centro Cefalee del Policlinico ”Umberto I” di Roma dove è attiva una struttura unica in Italia, in tutta Europa sono solo due, l’altra è a Parigi. Si tratta di un pronto soccorso per l’emicrania che funziona 24 ore al giorno. un punto privilegiato di osservazione, da lì passano ogni settimana un’ottantina di persone, circa 4.000 in un anno. «Secondo i casi» aggiunge Cerbo «ovvero secondo la frequenza con cui si presenta il disturbo, la terapia può essere di tipo sintomatico cioè far cessare il singolo attacco nel minor tempo possibile oppure preventiva con l’obiettivo, per le persone che hanno più attacchi al mese, di prevenirli e ridurre il numero». Un dato con cui fare i conti è che il cervello degli emicranici è diverso dagli altri. «Emicranici non si diventa, si nasce» spiega Cerbo. «Gli attacchi possono anche non verificarsi mai, o solo raramente, dipende da quale è il fattore scatenante e dalla soglia di ciascuno». La risonanza magnetica spettroscopica ha permesso di vedere quali sono le aree interessate dal dolore quando si verifica un attacco di emicrania: «Nello specifico si è osservata una iperattività nella regione del tronco dell’encefalo e alcune zone della corteccia occipitale sono risultate più facilmente accendibili». Per questo l’emicrania in alcuni soggetti è accompagnata da vomito, vertigini, nausea, disturbo della luce. «Prima del mal di testa», spiega la specialista, «possono anche verificarsi fenomeni neurologici, definiti ”aura emicranica”, quali disturbi del linguaggio di tipo afasico (non si sa costruire un discorso), della vista, del movimento. Tutto dura dieci-venti minuti e si verifica perché, con ogni probabilità, in alcuni soggetti diventano ipereccitabili anche zone corticali legate a queste specifiche funzioni». Così come non si sa perché si scatena un attacco, allo stesso modo si ignora perché passi. «L’attacco funziona come un timer» spiega Cerbo, «l’interruttore del dolore si accende, con i farmaci si riesce ad abbassarne l’intensità o spegnerlo, ma l’interruttore non è scattato». Un aspetto che gli esperti invitano a non sottovalutare è la cronicizzazione, che dà luogo a cefalea cronica quotidiana o a cefalea trasformata. In Italia sono 3 milioni le persone che ne soffrono, ma i numeri potrebbero crescere: la cefalea tensiva è in aumento, l’emicrania anche. Non perché sono aumentati i malati, ma perché è cresciuta la diagnostica e chi soffre si rivolge al medico o a strutture specializzate. Ma se il mal di testa è al primo posto tra i dolori che gli italiani lamentano, la colpa non può essere legata al modo in cui viviamo? «Stress, competitività, ritmi di vita, tensioni del mondo tecnologizzato», dice Martelletti, «pretendono un pagamento in salute. Oltre ad avere un costo sociale elevato che dieci anni fa era stimato in 2.000 miliardi di lire e oggi è almeno il triplo. Non a caso, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha inserito l’emicrania tra le 20 malattie che causano più disabilità nel mondo». Come un mal di testa occasionale diventa cronico? «Prima la vita è scandita da momenti in cui si sta bene e altri in cui si verificano attacchi di emicrania», avverte Cerbo, «ma a un certo punto la distinzione tra i due momenti non è più così netta: non ci sono attacchi ma neanche stati di benessere». Tra i fattori più frequenti di cefalea trasformata c’è l’abuso di farmaci analgesici. «Quando il mal di testa si presenta più di 4-5 volte al mese», aggiunge Martelletti, «l’automedicazione non basta. Occorre un ricovero di svezzamento, una sorta di disintossicazione per eliminare i farmaci e ricominciare da capo con una cura specifica». L’ultimo capitolo riguarda le cure. Al momento le più efficaci si chiamano triptani di terza generazione, in grado di dare un sollievo in pochi minuti con ridotti effetti collaterali e una risposta sostenuta, cioè senza ricadute. Contro il mal di testa continuano a essere utilizzati ”vecchi” farmaci come i beta-bloccanti e calcio-antagonisti che sono efficaci ma mal tollerati dai pazienti: gli effetti collaterali vanno dal disturbo del ritmo cardiaco all’abbassamento della pressione. Anche antagonisti della serotonina e antidepressivi possono curare l’emicrania, ma con qualche riserva per l’impatto fisiologico e psicologico. Ottimi risultati, nella prevenzione di cefalee tensive croniche, si ottengono con farmaci antiepilettici (come l’acido valproico). Hanno una benefica azione di ”spegnimento” del dolore perché agiscono sull’attività bioelettrica cerebrale. Assunti ogni giorno per periodi medio lunghi (sei mesi-un anno) attenuano gli attacchi. Si è arrivati a questi farmaci studiando il Dna di alcuni soggetti epilettici nei quali si è osservato un mutamento del cromosoma 19; emicrania ed epilessia hanno in comune un’alterazione dell’eccitabilità dei neuroni, per questo i farmaci antiepilettici, con dosaggi molto minori, hanno effetti benefici sugli emicranici. Nella prevenzione si lavora sul dosaggio dei neurotrasmettitori del dolore (sostanze prodotte dal cervello) e su trattamenti a base di neurotossine, che bloccano le terminazioni nervose periferiche muscolari diminuendo il dolore. Severino Colombo