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 2003  settembre 24 Mercoledì calendario

L’aria che respiriamo è pregna di segreti, di invisibili messaggi in codice. Ma per scoprire cosa in essi si nasconde non ci basta il nostro olfatto, per quanto sviluppato e allenato esso sia

L’aria che respiriamo è pregna di segreti, di invisibili messaggi in codice. Ma per scoprire cosa in essi si nasconde non ci basta il nostro olfatto, per quanto sviluppato e allenato esso sia. C’è bisogno di quello che gli scienziati definiscono un ”sesto senso”, e cioè di quell’impalpabile e sfuggente sistema di comunicazione fra membri della stessa specie che viene attivato dall’emissione e ricezione di segnali chimici (totalmente inodori) noti come ”ferormoni” (dalla radice greca di pherin, trasferire, e hormone, eccitare). Un sistema che solo ora, dopo anni di ricerche, sta iniziando a rivelarsi nella sua intima natura. Negli animali è ormai da tempo accertato che è l’organo vo-meronasale la sede deputata a captare e tradurre i segnali contenuti in alcune molecole emesse dalle ghiandole della pelle. Queste molecole agiscono come messaggeri chimici e sono una preziosa fonte di informazioni su altri individui della stessa specie: identità, sesso, età, stato di salute, disponibilità all’accoppiamento, relazioni di consanguineità e persino lo stato di aggressività. Anche l’uomo è dotato dell’organo vomeronasale, una piccola struttura (lunga appena un centimetro e larga un millimetro) nascosta nella cavità nasale subito dietro le narici, sotto i nervi olfattivi. Ma gli studiosi non sono ancora riusciti a stabilire in maniera chiara e definitiva se sia proprio quest’organo a svolgere la funzione di ”sesto senso” anche nel corpo umano, inviando i segnali trasmessi dai ferormoni direttamente all’ipotalamo, la parte più antica del nostro cervello, situata nel sistema limbico, che regola le emozioni. Non c’è infatti evidenza di neuroni che siano in grado di trasmettere i messaggi dall’organo vomeronasale al cervello. vero che anche nel caso dell’uomo questo particolare organo si sviluppa già nelle prime fasi di maturazione dell’embrione ma poi alla nascita verrebbe messo fuori uso, quasi fosse solo un simbolo del passato. Per questo alcuni scienziati sostengono che la sua funzione sia stata progressivamente recepita, nel corso dell’evoluzione umana, dal naso stesso, un organo di per sé particolarmente sensibile ai messaggi provenienti dall’ambiente esterno. L’epitelio nasale umano contiene 30mila neuroni per mil- limetro quadrato, per un totale di circa 10 milioni di cellule sensoriali: una cifra incredibile in quanto tale, eppure relativamente modesta se comparata a quella che possono vantare i cani, con i loro 200 milioni di cellule sensoriali. Quale che effettivamente sia la sede deputata (il naso tutto piuttosto che l’organo vomeronasale in esso contenuto) a recepire il linguaggio dei ferormoni, resta il fatto che studi recenti hanno dimostrato come l’esposizione a emanazioni ricche di questi invisibili messaggeri chimici sia in grado, anche nell’essere umano, di innescare una serie di reazioni emotive e fisiologiche: dall’attrazione sessuale a sentimenti di aggressività, da un senso di tranquillità e benessere a un acuto senso di vigilanza. «Gli effetti dei ferormoni sull’uomo sono reali», dichiara senza esitazioni il chimico organico George Preti, uno dei maggiori esperti in questo settore, padrone incontrastato di un laboratorio senza finestre (per evitare che gli odori su cui lavora si volatilizzino troppo rapidamente) presso il Monell Chemical Senses Center di Philadelphia, negli Stati Uniti. La sfilza di provette custodite nel suo ”antro” da fattucchiere contiene gli umori corporei più disparati, da quelli emanati da piedi e ascelle a quelli emessi da naso, bocca e organi genitali. La sua parte preferita sono comunque le ascelle. « lì che vengono prodotti ed emessi il maggior numero di ferormoni», dice Preti, che già nel 1986 riuscì a dimostrare tramite uno studio condotto con la biologa (esperta in endocrinologia comportamentale) Winnifred B. Cutler, l’effetto che i ferormoni maschili (e in particolar modo quelli prodotti con il sudore ascellare) hanno su esponenti dell’altro sesso. Non solo questi sono infatti in grado di produrre nelle donne stati di rilassamento e benessere ma sono anche in grado di alterarne i livelli ormonali (aumentando i valori dell’LH, l’ormone luteinico, importantissimo per la riproduzione). «Non è detto che facendo ricerche più approfondite in questa direzione non si possa un giorno arrivare addirittura a trovare un rimedio - a base di ferormoni - contro l’infertilità femminile», dice Petri, il quale nel frattempo ha reso noti i risultati di altre sue ricerche. Lo studioso è per esempio riuscito a determinare che uomini all’oscuro di ciò che stanno annusando inspiegabilmente preferiscono l’aroma di magliette indossate da donne che sono in fase di ovulazione rispetto a quelle di donne che sono in altre fasi del loro ciclo. E non solo. «Una donna, altrettanto inspiegabilmente, si ritroverà a giudicare più piacevole un odore maschile la cui fonte condivide con lei un numero inferiore di geni del sistema immunitario simili al suo (in questo modo evitando inconsciamente il più possibile di accoppiarsi con un suo parente stretto)», racconta Preti, che ha anche scoperto che persone esposte alle emanazioni provenienti da batuffoli di cotone che erano stati precedentemente tenuti sotto le ascelle da una serie di spettatori durante la visione di un film, erano in grado di distinguere se quello che essi avevano visto li aveva divertiti o spaventati. Cosa si dovrebbe dedurre da tutto ciò? Come minimo che le ascelle tornano alla ribalta come vero elemento sexy, soprattutto se vissute in tutta la loro naturalezza, senza essere mascherate dagli effluvi di sostanze deodoranti e lozioni profumate. Peraltro va detto che, quando il dottor Preti espone per oltre 12 ore le sue cavie femminili (donne tra i 25 e i 45 anni) alle essenze ascellari di svariati maschi, si affida a uno stratagemma: per evitare che le sue ignare vittime (o eroine?) stramazzino al suolo prive di sensi prima della fine dell’esperimento, camuffa i maleodoranti sudori ascellari con oli profumati e altre essenze. Quello che lascia senza fiato (è proprio il caso di dirlo) è il risultato. Alla fine dei suoi esperimenti la maggior parte di queste coraggiose signore affermano di sentirsi più rilassate, più propense alle avance sessuali e - per quello che concerne gli effetti a lungo termine - di avere notato una maggiore regolarità nel loro ciclo mestruale. Quest’ultimo dato non fa che confermare i sorprendenti risultati ottenuti da un’altra ricercatrice americana, Mary McClintock, della University of Chicago (Illinois). La McClintock ha appurato come donne che vivono insieme per un lungo periodo di tempo tendano a regolarizzare i loro flussi mestruali, rallentandone o accelerandone la comparsa, proprio grazie allo scambio di segnali chimici (prodotti col sudore ascellare) che avviene tra loro attraverso il muto linguaggio dei ferormoni. In questo modo la McClintock, Preti e altri ricercatori hanno dimostrato che esistono effettivamente messaggi chimici emessi dal nostro corpo in grado di influenzare i comportamenti delle persone con cui entriamo in contatto. E che esistono ferormoni specifici che colpiscono i maschi e altri che colpiscono le femmine. Tutta questa serie di risultati sta portando Preti e il direttore del suo Istituto, Gary Beauchamp, a prendere in considerazione la possibilità di sviluppare una sorta di ”impronta dell’odore”. Fra l’altro recuperando un’idea proposta già 25 anni fa dall’ormai defunto biologo Lewis Thomas, secondo cui l’odore corporeo porta in sé la firma delle proteine del sistema immunitario, rendendolo assolutamente unico, così come lo sono il volto o le impronte digitali. «L’impronta dell’odore dovrebbe trovarsi ovunque nel corpo, ma naturalmente come voi ormai sapete la mia parte preferita sono le ascelle», commenta Preti con un pizzico di goliardia accademica. Ma c’è di più. Già tre anni fa un team di studiosi della Rockefeller University di New York e della Yale University (Connecticut) aveva identificato un gene, il V1RL1 (la V iniziale sta per Vomeronasale), responsabile della produzione di recettori di ferormoni. Il gene in questione (espresso proprio dove ci si aspetterebbe di trovarlo, e cioè nella mucosa nasale) è una forma mutata del gene responsabile della rilevazione dei ferormoni nei topi che venne identificato nel 1999 da Catherine Dulac, ricercatrice della Harvard Medical School. «Questo è stato il primo tentativo di guardare anche alla biologia molecolare che sottende all’attività dei ferormoni e non solo agli aspetti più puramente anatomici della questione», ha commentato Peter Mombaerts, a capo del team della Rockefeller University. E proprio questo dato, a detta di Mombaerts, suggerisce che «molto probabilmente, un tempo avevamo l’abilità di decifrare il delicato linguaggio dei segnali chimici con la stessa abilità con cui oggi ancora lo fanno topi, api, formiche e tanti altri animali. Nel corso della nostra evoluzione, questa abilità è andata scemando». La mancanza di riguardi nei confronti di un organo di cui si sa ancora così poco fa sì che l’area in cui è contenuto venga spesso rimossa negli adulti quando questi si sottopongono a un intervento di rinoplastica. Le ulteriori ricerche avviate sulla base della scoperta del V1RL1, in cui è particolarmente attiva un’azienda privata, la californiana Senomyx, potrebbero fornirci ulteriori e più dettagliate informazioni sui nostri basic instincts, cioè dei nostri istinti più basilari, come quello sessuale e quello dell’aggressività difensiva. Proprio per questo più di un bioetico e lanciato l’allarme. Le preoccupazioni derivano soprattutto dall’abuso dei ferormoni perchè molecole create artificialmente per ottenere certi effetti potrebbero venir utilizzate per modificare il comportamento umano in tutta una serie di ambiti: da quello pubblicitario a quello politico. E non è detto che queste stesse potenti componenti chimiche non possano venir un giorno utilizzate non per fare l’amore ma la guerra. In fondo, ce lo aveva già insegnato il diabolico Jean-Baptiste Grenouille, profumiere rinomatissimo in una Parigi settecentesca immersa nelle puzze e protagonista del romanzo di Peter Suskind, ”Il Profumo”, quando affermava che «colui che domina gli odori, domina il cuore degli uomini». Arianna Dagnino