Antonio Armano Macchina del Tempo, ottobre 2003 (n.10), 24 settembre 2003
Nell’Ottocento, Nietzsche l’aveva dichiarato morto. I regimi comunisti del secolo scorso ne avevano sancito la non esistenza per legge e nei testi scolastici
Nell’Ottocento, Nietzsche l’aveva dichiarato morto. I regimi comunisti del secolo scorso ne avevano sancito la non esistenza per legge e nei testi scolastici. Nei Paesi capitalisti il materialismo edonista sembrava avergli inflitto una sorte analoga, sia pure con mezzi diversi. Ma ecco che, nel terzo millennio, Dio rispunta e s’intravede l’alba di una rinascita religiosa. Il carisma di Giovanni Paolo II, la folla immensa dei Papa boys al Giubileo, figure come padre Pio e Madre Teresa di Calcutta, i flussi di pellegrini verso i luoghi delle apparizioni o di culto, le discussioni (tuttora in corso) sui riferimenti al cristianesimo nella futura Costituzione europea e le alzate di scudi dei laici: se non ci fossero le statistiche basterebbero questi e altri analoghi elementi a confermare la tendenza al risveglio. Per non parlare del numero di occidentali attirati dalla spiritualità orientale, del ritorno di fede nelle comunità musulmane dopo il periodo dell’influenza sovietica, e infine dei milioni di ebrei che si sono riversati nello Stato d’Israele dall’Europa e dall’America. America il cui presidente si richiama spesso a Dio, e ne invoca l’aiuto davanti alle telecamere di tutto il mondo. Certo non si può fare di tutti questi germogli dell’anima nel mondo un fascio, i fiori della carità e le erbacce infestanti del fondamentalismo. Ma l’impressione molto diffusa è che alla fine si tratti degli effetti di un’unica causa. Il paradiso terrestre che il progresso, al servizio dell’ideologia o del libero mercato, avrebbero dovuto garantire all’uomo moderno pare ormai fuori dall’orizzonte delle masse. Nuove malattie mortali compaiono dopo che si trova la cura per alcune di quelle vecchie, il terrorismo e le guerre civili hanno sostituito i classici conflitti, le ricette economiche cambiano ma le crisi ciclicamente tornano: è un elenco che potrebbe continuare a lungo. Secondo una recente ricerca commissionata all’Eurisko dal quotidiano ”La Repubblica” e condotta su un campione di mille italiani (vedi sotto) quasi l’87% dei nostri connazionali si dichiara cattolico, il 62% ritiene la religione importante o fondamentale, il 50,7% prega almeno una volta al giorno. Al contrario, un’indagine dell’Università Cattolica di Milano, realizzata nel 1994, fotografava una società più secolarizzata. Ma il declino della pratica, che appariva in picchiata negli anni Ottanta, dopo un trend negativo iniziato nel dopoguerra, pare ora arrestato. Insomma si intravedono importanti segnali di ripresa. Il sociologo Ilvo Diamanti rileva una «spinta propulsiva nella domanda di religione». Ma anche «l’orientamento flessibile, adattivo, attraverso il quale i cattolici la traducono e interpretano, ormai da tempo». Otto persone su dieci, quando pregano, lo fanno per ottenere benefici immediati, per avere un’intercessione. La stragrande maggioranza vuole uno Stato laico non confessionale. E molti dubitano di fondamentali verità di fede: solo il 31,3% crede che ogni uomo risorgerà alla fine dei tempi col proprio corpo, il 50,1% crede nell’inferno e il 65,5% nel paradiso. «Non possiamo non dirci cattolici», conclude Diamanti, ma piuttosto «figli di un Dio relativo». Gli fa eco Enzo Pace, sociologo della religione, che parla di «dottrina debole». La fede è uscita indenne dalla difficile prova del Novecento ma ha dovuto adattarsi. O meglio è stata adattata alla nuova realtà. Così non stupisce che molti dei partecipanti al gay pride tenuto in occasione del Giubileo per manifestare in polemica con le posizioni del Papa di condanna dell’omosessualità, si dichiarassero cattolici credenti. O che non poche coppie si sposino in Comune e poi magari vadano in chiesa a far battezzare i figli. Altre analisi, in Francia come in Gran Bretagna, parlano di «religione à la carte», «bric-à-brac» o «patchwork», insomma un menu dove ciascuno sceglie quello che più gli fa comodo, un’identità che si può comporre mettendo le tessere più utili e scartando quelle più scomode, obsolete. Don Gianni Baget Bozzo, in proposito, reclama un ritorno alla ritualità antica, alla messa officiata da un ministro del culto che dà le spalle ai fedeli e guarda verso la Terra Santa. Baget Bozzo invidia inoltre agli islamici la capacità di mantenere il risveglio della spiritualità nell’alveo della tradizione. Senza arrivare a tanto, anche l’arcivescovo di Bruxelles, Danneels, afferma: « sbagliato pensare di attirare più gente diluendo il nostro messaggio». I cattolici nell’Ue sono 239 milioni, i protestanti 94 milioni, gli ortodossi 12 milioni (aumentati dopo l’allargamento a Est), gli ebrei una minoranza poco significativa quantitativamente, mentre i musulmani superano il milione in almeno tre Paesi europei: Francia (4,2 milioni), Germania (3,5 milioni) e Gran Bretagna (1,7 milioni). Senza tener conto di quelli che vivono nei Balcani, tra Albania e Bosnia, dove molti si sono convertiti all’islam in seguito alla conquista turca, e di quelli che, soprattutto nella ex Jugoslavia, hanno ripreso a frequentare le moschee dopo la guerra civile e la fine del regime titino. I Paesi del versante meridionale sono i più praticanti. Osservando i risultati di un sondaggio europeo del 1999 (vedi pagina 68) coloro che vanno almeno una volta al mese a messa sono il 33,6% in Grecia, il 30,7% in Slovenia, il 49,8% in Slovacchia, il 51,2% in Portogallo, il 35,9% in Spagna e il 53,7% in Italia. Il record minimo va a Estonia (11%) e Repubblica ceca (12%). Mentre i Paesi del Nord, a eccezione della Polonia, dove i praticanti sono il 78%, e dell’Irlanda (67.5%), hanno alte cifre per quanto riguarda l’appartenenza religiosa ma basse in riferimento alla pratica religiosa. E in Francia, Paese dove è nato il laicismo illuminista e che durante la Rivoluzione ha visto consacrare i templi cristiani alla Dea Ragione? La religione è in ripresa, specie tra i giovani, benché le cifre totali siano ancora ai minimi europei: 57,5% di credenti e 12% di praticanti. Inoltre si parla di chador in classe, venerdì di riposo per gli islamici, l’attrice Emmanuelle Béart si rifugia in chiesa con un seguito di sans papier e nei sobborghi parigini, in un tempio evangelico, non solo immigrati partecipano a una celebrazione tra braccia e canti levati al cielo, pratiche ben diverse da quelle che solitamente si vedono sotto le volte delle cattedrali francesi. E anche quest’anno Lourdes è stata visitata da milioni di fedeli, nonostante le polemiche sull’effettiva autenticità delle manifestazioni soprannaturali. Ma ci vanno sempre più per conto proprio anziché con viaggi organizzati. Dunque un quadro in fermento. L’americano "Time" insiste sui tentativi di rinnovare la fede, dimostrandosi poco allarmato dal fenomeno della flessibilità che comunque rileva come dato fondamentale della nuova tendenza. Il settimanale da un lato denuncia il declino dell’identificazione tra i fedeli e le gerarchie ecclesiastiche, soprattutto in Nord Europa, nei Paesi protestanti, con scandali di pedofilia, pastori che dichiarano che Dio non esiste (è successo di recente in Danimarca) e chiese ridotte a mero museo. D’altro canto, ammette che, a livello europeo, «Dio è sopravvissuto alla sua Chiesa», oltre che al processo di secolarizzazione. A Berlino si celebrano assiepatissime messe ecumeniche, con inni e cori che spaziano dal polacco all’arabo, da Cristo ad Allah, passando per la lingua Swahili e l’olimpo africano che essa esprime. E Arto Antturi, direttore di una congregazione cristiana finlandese, la Comunità di San Tommaso, descrive le messe tradizionali come «burocratiche e superate». Per correre ai ripari, ha organizzato funzioni in orari più comodi, con letture del pubblico, musiche moderne, tè e caffè serviti ai fedeli. I risultati? Ottocento partecipanti per volta. Mentre la chiesa di St. James, a Londra, in Piccadilly road, ospita un popolare programma chiamato ”Alternatives”, cioè alternative, con discussioni, laboratori creativi e altre trovate. Per concludere: sembra ancor più di prima valida la famosa ”scommessa di Pascal”. Il filosofo e matematico francese sosteneva che molti credono perché compiono più o meno consciamente questo calcolo: se non credo e poi Dio esiste davvero, avrò commesso un grande errore e ne trarrò di conseguenza una grave perdita. Ma se credo, anche se poi non c’è niente, che cosa avrò perduto? Tutt’al più avrò fatto alcune rinunce. Rinunce che, con la nuova fede flessibile, appaiono meno gravose che un tempo. Ma a parte questo modo un po’ riduttivo di vedere le cose, non si può negare alla religione, in un mondo dove tutto cambia, la capacità e il diritto di sopravvivere alle mutazioni sociali trasformandosi. Soprattutto in considerazione dell’avvento delle nuove generazioni. Il sociologo francese Yves Lambert sottolinea che tra i danesi il numero dei credenti, nella fascia d’età 18-29 anni, è passato dal 30% nell’81 al 49% nel 1999, in Francia dal 44 al 47%, in Italia dal 75 all’87%. Come ha spiegato Ivan Dragicevic, uno dei sei veggenti di Medjugorje, non senza arguzia antropologica, «il mondo è troppo confuso per chi vi si affaccia oggi». Ed evidentemente questa confusione genera una sete di spiritualità antica. Preferibilmente in versione cocktail. Antonio Armano