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 2003  settembre 24 Mercoledì calendario

Weber Bruce

• Greenburg (Stati Uniti) 29 marzo 1946. Fotografo, regista • «[...] Nato nell´America profonda, nel Midwest agricolo e minerario, in Pennsylvania, è uno dei massimi divi di quella fortunata casta di miliardari (anche 100 mila dollari per una giornata di scatti da Maestro), formata da quei fotografi che imperano potenti sulle riviste e sulla pubblicità di moda, essendo la moda, non si sa ancora per quanto, il caveau più spendaccione e generoso di tutta l´industria. Mai come adesso un grande, geniale fotografo è indispensabile alla sopravvivenza di una cosa quasi del tutto scomparsa per ragioni di mercato, cioè la moda stessa, sostituita semplicemente dall´abbigliamento quasi del tutto omologato: e se non lo fotografano Meisel o Liebovitz, Lindbergh o Roversi, Testino o appunto Weber, chi ne rimarrebbe più abbagliato, come ai tempi d´oro della creatività? Agli inizi degli anni ´80, l´incontro fatale tra Bruce Weber e le mutande maschili Calvin Klein: classiche, di cotone bianco e molliccio, furono fotografate da Weber addosso a smunti adolescenti dall´aria torva e forse un po´ imbottiti là: pure a Milano, a vederli sui grandi cartelloni, le signore rimasero basite anche se incuriosite, mentre negli Stati Uniti ci furono sommosse di genitori indignati per l´aurea gay e un po´ fatta che rendeva interessante quella pubblicità. Infatti di quelle normalissime mutande da mercato, ne furono vendute milioni di milioni. Avere un paio di mutande Calvin Klein era un tale segno di personale trionfo che cominciò la moda di mostrarne la cintura, con marchio, al di fuori dei pantaloni. Sino a quel momento fotografie di bei giovanotti seminudi o nudi erano relegate, con la scusa dell´arte, un speciali canali poco appariscenti di ammiratori. Con Weber, i corpi maschili furono, come si disse in politica dei fascisti riciclati, sdoganati, e in nome della moda e della pubblicità, della produzione e del consumo, ci fu questa liberazione. Attraverso lo sguardo innamorato del fotografo, chi guarda le sue foto di ragazze e ragazzi, ne sente il fascino, la meraviglia, il brivido. Giovanissimi, studenti d´università o camionisti, modelli di professione o attori sulla strada della celebrità, purché belli nello stile anni ´50, un po´ Marlon Brando e un po´ Tab Hunter, un po´ James Dean e un po´ Rock Hudson, di una fisicità giovane, levigata, muscolare, innocente: quasi sempre svestiti, a lanciare un abbigliamento, un marchio, una griffe, invisibili. La stessa fiamma erotica però Weber la brucia fotografando ragazze di indicibile bellezza, dalla nudità spontanea e naturale. Ma si sa, anche in tempi e in ambienti di più libera e diffusa omosessualità, si vorrebbe sapere dei suoi modelli e di lui, per curiosità certo noiosa. ”Non bisogna confondere la sessualità con l´identità. Il sesso è qualcosa che si fa, non è quello che siamo. Ma certo fotografare è rivelare molto di sé, più che dell´oggetto fotografato”. Il suo, dice uno studioso come Quirino Conti, è un sublime incantamento che nel ritrarre lo splendore del corpo umano, ricorda, addirittura, il Caravaggio. Weber è un uomo grande e rotondo, gentile e timido, vestito come può uno della sua stazza. [...] Fuori dal contesto della rivista, le foto non raccontano moda ma sono una specie di autobiografia dei suoi incontri, una visione del mondo fatta di curiosità, intelligenza, compassione e partecipazione. Ecco Vanessa Redgrave vecchia e bella mentre si esercita con gli attrezzi in palestra, ecco il castello finto gotico di un miliardario sudafricano dove Miriam Makeba si rifiutò di farsi servire dal personale di colore come lei, ecco la duchessa di Devonshire che dà da mangiare alle galline con un antico abito lussuosissimo da sera di Schiaparelli, ecco la nera e grandiosa Marleine Bastien, haitiana fuggita in Florida dalla dittatura di Duvalier [...] I film di Weber, come del resto le sue fotografie, rivelano sempre l´inaspettato. Così la vita libera e leggera dei suoi adorati cani dall´aria saggia e pensosa, serve a parlare di pace, e non solo perché, gattino compreso, portano al collo il cartello ”dogs (o cat) for peace”, ma perché a quella vita giocosa si contrappongono pezzi di scemi film di guerra, con cane morente che salva la pattuglia e la vera voce di Martin Luther King che predica la fratellanza, gli orrori veri del Vietnam contrapposti al volto adolescente di Elizabeth Taylor che abbraccia il divino Lassie, i bombardamenti della guerra mondiale accostati a Dick Bogarde felice nella sua bella villa in Provenza accanto al compagno, ormai scomparsi tutti e due, le sfilate di reduci in carrozzella e Doris Day, massima icona gay che, racconta una voce, viveva con 20 cani e divorziò da un marito che aveva osato dirle: ”Se cinque dei dieci cani che dormono sul letto si sistemassero sul pavimento, potrebbe esserci posto anche per me”» (Natalia Aspesi, ”la Repubblica” 24/9/2003).