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 2003  settembre 23 Martedì calendario

DE GAULLE

Ho incontrato Charles de Gaulle due volte e ho assistito alla sua ultima conferenza stampa in un salone dell’Eliseo: un grande spettacolo teatrale in cui il generale mise in scena se stesso e trattò i giornalisti come comparse a cui toccava "porgere" una battuta per giustificare i suoi monologhi. Ma non ho mai assistito a uno dei colloqui che ebbe con gli uomini di governo italiani. Posso immaginare senza fatica, tuttavia, lo stile di quegli incontri. De Gaulle accoglieva solennemente i suoi visitatori italiani, ma non li "vedeva". Il suo sguardo attraversava le loro persone e vedeva in trasparenza soltanto l’Italia. Era convinto che il nostro sistema politico fosse uno dei peggiori d’Europa, e la presenza di un ministro italiano doveva evocare alla sua mente la fastidiosa immagine di ciò che la Francia sarebbe stata se egli non l’avesse salvata dal disastro in cui precipitò nel giugno 1940, e da quello in cui stava scivolando durante la crisi algerina del maggio 1958. Ma l’Italia era un’altra cosa. Per de Gaulle l’Italia era una "nazione", vale a dire una realtà storica indispensabile, una creazione dello spirito, una sorta di divinità terrena a cui rendeva un omaggio non protocollare. Non conosco altro uomo di Stato che abbia tanto amato l’Italia e contemporaneamente tenuto in così scarsa considerazione i suoi governi. L’amore per l’Italia era naturalmente il riflesso dell’importanza che la nazione aveva nel pensiero politico di de Gaulle. Nel suo grande libro sul generale, apparso ora presso il Mulino, Gaetano Quagliariello osserva che il gollismo è anzitutto una forma di nazionalismo, ma disegnato e modellato dalle convinzioni e dalle personali esperienze dell’uomo che ne fu protagonista. E’ nata così un’opera molto ricca che è al tempo stesso biografia, saggio storico e trattato politico. La biografia, per la comprensione dell’uomo e della sua avventura, è fondamentale.
Quando attira l’occhio del maresciallo Pétain e comincia una brillante carriera di ufficiale e scrittore fra gli anni Venti e Trenta, de Gaulle ha già uno straordinario bagaglio di esperienze culturali e militari. Ha assistito da ragazzo alla crisi delle forze armate francesi durante lo scandalo Dreyfus. Conosce il nazionalismo di Charles Maurras e quello di Philippe Barrès. Ha letto Henri Bergson, Maurice Blondel, Charles Péguy e la vivace letteratura antiparlamentare degli inizi del secolo. Ha combattuto a Verdun, è stato ferito due volte e ha passato gli ultimi due anni del conflitto in un campo di prigionia tedesco dove ha studiato le qualità militari dei suoi nemici.
Distaccato in Polonia, si è battuto contro l’Armata Rossa nell’esercito del maresciallo Pilsudski. Rientrato in patria ha insegnato all’Accademia di Saint-Cyr, è diventato ufficiale di stato maggiore e ha assistito dagli uffici del ministero della Guerra alle crisi economiche e politiche degli anni Trenta: le ripercussioni in Francia del crac di Wall Street, la nascita delle Leghe nazionaliste e fasciste, gli scontri al Quartiere Latino, l’assalto al Parlamento nel febbraio del 1934, l’instabilità dei governi, la vittoria del Fronte popolare nel 1936.
Nei libri pubblicati in quegli anni (piccoli trattati, scritti superbamente con uno stile ispirato da Tacito e Machiavelli), de Gaulle si occupa principalmente della modernizzazione delle forze armate francesi. Ma Quagliariello ricorda che non vi è pagina in cui le considerazioni sulla strategia e sulla tattica non emergano da una riflessione storica e morale sui destini della nazione francese. Dalle sue esperienze e dalle sue letture de Gaulle ha tratto la convinzione che l’Europa e la Francia attraversano una crisi di civiltà. Nel dibattito su comunismo e capitalismo è attratto dalla prospettiva di una "terza via" e immagina una società interclassista, composta da lavoratori, tecnici e produttori, tutti chiamati a collaborare nell’ambito di una economia solidarista e "corporativa". Nel dibattito storico sulla democrazia parlamentare non nasconde la sua preferenza per i periodi della storia di Francia in cui un uomo rappresenta la nazione e la guida verso i suoi destini.
La nazione, nell’edificio del suo pensiero, è la chiave di volta, la pietra di fondazione, il contrafforte che conferisce equilibrio e stabilità all’intera costruzione. Ma non basta avere fede, saldi principi e profonde convinzioni. Occorre, come ricorda Quagliariello analizzando i suoi scritti, adattare il pensiero alle circostanze. Se dovessi indicare fra i suoi maestri quello che maggiormente influì sul suo carattere sceglierei anch’io, come l’autore di questo libro, Bergson, filosofo dell’intuizione e dello slancio vitale. De Gaulle è un volontarista empirico, un decisionista pragmatico e, nel più nobile senso della parola, un giocatore d’azzardo.
Ne dà la prova nel giugno del 1940 quando salta su un aereo, vola a Londra e crea dal nulla una "Francia libera". Ne dà la prova nel maggio del 1958, quando si serve della crisi algerina per emergere dal deserto e conquistare il potere. Ne dà la prova nel maggio del 1968 quando rompe il cerchio dell’impotenza con un improvviso viaggio a Baden per un incontro segreto con il generale Massu. La sua scomparsa e il suo ritorno sono, nella fase più pericolosa degli "avvenimenti", una sorta di sacra rappresentazione gollista. De Gaulle finge di morire per meglio rinascere e trionfare.
Le pagine dedicate da Quagliariello al "maggio francese" sono fra le migliori scritte su quel periodo in qualsiasi Paese, Francia compresa.
Il lettore avrà capito a questo punto perché de Gaulle e gli uomini politici italiani fossero fatti per non capirsi. Il generale detestava i partiti; gli italiani li consideravano polmoni e arterie del corpo politico nazionale. Il generale credeva nella nazione; gli italiani credevano nelle ideologie.
Il generale credeva nel primato della politica estera ed era continuamente proiettato verso l’esterno; gli italiani erano introversi e convinti che il mondo fosse un quadrilatero compreso tra Botteghe Oscure, piazza del Gesù, Montecitorio e Palazzo Chigi. Il generale era continuamente alla ricerca di una grande querelle , di una grande disputa con cui mobilitare gli animi e le coscienze dei francesi; gli italiani preferivano discettare di "apertura a sinistra" e "convergenze parallele". Il generale credeva alla responsabilità del leader di fronte al suo popolo e lo dimostrò con due clamorose dimissioni, nel gennaio 1946 e nell’aprile del 1969; gli italiani preferivano l’irresponsabilità e con poche eccezioni (fra cui Cossiga) erano convinti che il potere logorasse soprattutto chi non l’ha.
Alla fine di questo bel libro Quagliariello si chiede che cosa rimanga del gollismo. Il sistema costituzionale creato a Parigi fra il ’58 e il ’62 sopravvive alla scomparsa del fondatore ed è diventato un rispettabile modello per altri Paesi.
Ma il contesto in cui de Gaulle riteneva di potere realizzare le ambizioni nazionali francesi è stato completamente sconvolto dalle vicende degli ultimi quindici anni. Sopravvivono alcuni tic verbali e stilistici: il sentimento della gran deur , il piglio decisionista, la fronda antiamericana. Ma in un mondo in cui ogni nazione europea constata ogni giorno i limiti dei suoi poteri e della sua influenza, l’abito confezionato per il generale de Gaulle è diventato per la Francia un po’ troppo largo. Mi chiedo, chiudendo il libro, se un po’ di gollismo non sia invece ciò di cui avrebbe maggiormente bisogno l’Europa di domani.


Il libro di Gaetano Quagliariello, "De Gaulle e il gollismo", Il Mulino, pagine 884, 40, sarà in libreria venerdì