Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2003  settembre 23 Martedì calendario

MONET. Monet è uno dei grandi patriarchi della modernità. Nelle sue fotografie risalta il solenne avanzare dell’età

MONET. Monet è uno dei grandi patriarchi della modernità. Nelle sue fotografie risalta il solenne avanzare dell’età. Dall’uomo attonito e forte della gioventù si arriva ai gesti e allo sguardo intensissimo della vecchiaia. Ne promana l’idea di un personaggio connotato con le stigmate della fatalità: qualcuno doveva intraprendere quella strada e lo fece lui. La lunga vita sembra, così, il simbolo necessario di un’epoca intera. Il successo arriva molto tardi, dopo una serie infinita di apparenti successi e successive cadute. La vita personale è travagliatissima, gli amori e le amicizie che marcano la sua esistenza sono vissuti con passione assoluta ma anche con atroci delusioni. Poi arriva la consacrazione, la sensazione di essere veramente per tutti quello che aveva pensato di sé fin dai primordi, e finalmente il lunghissimo declino nella casa di Giverny nella contemplazione delle sue Ninfee che riassumeranno in sé tutto il suo passato e tutto il possibile futuro dell’arte. A Monet è spettato il privilegio di incarnare la figura di chi viene vilipeso e offeso proprio per quel che di più grande ha fatto. Spesso viene ricordata la storia del quadro Impression, soleil levant , preso a modello da un malevolo giornalista di una nuova tendenza giudicata negativamente e nel modo più sgradevole. Era la prima mostra dei trenta pittori amici che si erano autodenominati "Società anonima cooperativa" . Il 25 aprile 1874 esce una recensione sul giornale Le Charivari , dove Louis Leroy ironizza sul titolo del quadro di Monet: "Impressione ne ero sicuro. E poi mi dicevo, visto che sono impressionato, che deve esserci dell’impressione e che libertà che facilità nella resa!". Il messaggio era chiaro: un quadro deve essere "finito", non può essere una specie di schizzo, di abbozzo da cui non si può ancora discernere il risultato. Ma, in qualche modo aveva ragione, Leroy, e già metteva le basi che avrebbero assicurato all’incompreso Monet di assumere la posizione del grande e solennissimo maestro che ha già detto tutto all’atto dell’esordio e, quando avrà raggiunto la fama, avrà soltanto confermato quello che era già chiaro fin dall’inizio. E l’inizio, a dire il vero, era individuabile molto prima di quel 1874, per chi si fosse preso la briga di andare a ritroso nella carriera di quel grande artista e coglierne veramente le origini. Risalivano a quando, appena adolescente, nel 1857, a 17 anni, vendeva disegni di acute caricature, segno dell’insofferenza dell’età, certo, ma anche di un temperamento destinato a non cambiare mai più. E’ il tempo in cui conobbe Eugene Boudin che gli insegnò a diventare pittore e dipingere il paesaggio. Era irriverente Monet e lo sarebbe rimasto per tutta la vita, sempre teso verso l’obiettivo che trapelava già all’inizio, quello dell’ansia della rappresentazione, di una specie di inseguimento delle apparenze della realtà. Si sentiva un grande dominatore e continuò a sentirsi tale anche nelle continue complicazioni che la vita gli pose di fronte, quando non riusciva a vendere nemmeno un quadro, non aveva collezionisti di riferimento o mercanti di supporto. Sapeva, però, l’essenziale. Sapeva di essere uno scopritore e un edificatore e ciò che aveva scoperto lo aveva scoperto per primo. Avvertiva un diritto di primogenitura che forse soltanto Seurat, quando apparve sull’orizzonte della storia, potè, se non demolire, contrastare fieramente. Ma Monet aveva in sé il dono della coerenza assoluta che non può essere condizionata dagli avvenimenti, anche fortemente contraddittori con il suo agire. Attraversò tutte le avanguardie del ’900. Lui vivente, ci furono il Cubismo, il Futurismo, il Dada e innumerevoli altri fenomeni che cambiarono l’idea stessa dell’arte. Ma non per questo Monet perse mai quella prerogativa di artista precursore e dominatore con cui aveva esordito ben prima di quel fatale 1874. Era entrato nel mondo dell’arte attraverso un genere in definitiva ovvio e scontato come quello del paesaggio. C’erano stati grandi maestri prima di lui e con lui, come lo stesso Boudin e come Bazille, che avevano portato certe tematiche a un altissimo livello di maturazione stilistica e persino di consapevolezza critica. Tuttavia Monet vi aggiungeva l’idea fondamentalmente classica del significato etico dell’immagine, che in tanto è grande in quanto riflette, letteralmente, una visione del mondo oltre le apparenze di ciò che viene rappresentato. Un’idea che si potrebbe definire "leonardesca". Come Leonardo da Vinci, infatti, quattro secoli prima, anche Monet pensa, dimostrandolo nel concreto dell’opera, che la contemplazione di ciò che ci circonda sia afflitta da una serie di stati "difettosi" della coscienza e della percezione. Il mutare delle luci, delle ore del giorno, delle stagioni, degli ambienti in cui ci troviamo, ma anche il mutare delle nostre condizioni d’animo in relazione o in opposizione a tale situazione, modificano inevitabilmente e fatalmente l’idea stessa della stabilità. Il pittore, anzi l’artista, è colui che sa esprimere questa consapevolezza perché vede e fissa il mutevole dentro ciò che sembrerebbe stabile. E’ il motivo per cui Leonardo pensa allo sfumato, all’atmosfericità della visione, alla dimensione notturna o diurna della coscienza, al complesso rapporto in arte fra ispirazione, spontanea e potente, e indagine, scientifica e meditata. L’opera d’arte sarà l’esito di questa ansia di dominare la propria coscienza attraverso il mondo circostante e l’artista sarà un solenne pensatore o un aggressivo caricaturista, e Leonardo fu l’uno e l’altro . Da qui, l’istanza tipica di Monet di costruire delle "serie tematiche", un’istanza latente fin dall’inizio e poi formulata nella fase della grande maturità attraverso l’idea dell’avvicinamento progressivo, alla coscienza della visione, nella immobilità dell’argomento toccato, a simiglianza della variazione in musica secondo una sorta di concezione wagneriana. Le grandi serie di Monet sono poemi epici della visione che si fissa su un emblema e non è detto che questo emblema debba promanare dalla Natura. Aveva sempre avuto una aspirazione singolare verso il gigantismo e il colossale. Persino le prime opere, che sembrano ispirate alle vignette di moda circolanti nelle riviste dell’epoca con le dame elegantemente abbigliate e soavemente in posa, tendono alla dimensione grandissima per trasformare un linguaggio affabile e colloquiale in un monito possente che consacra il grande spazio delle dolci contemplazioni. Quando si avvicina la fine del secolo XIX comincia l’avanzata del pittore verso le grandi "serie". Nascono le incredibili "costruzioni" della Gare Saint-Lazare , della valle della Creuse, dei campi di Papaveri , dei Covoni , dei pioppi, della Cattedrale di Rouen , dei paesaggi norvegesi, del Tamigi, delle Vedute di Venezia e, finalmente, delle Ninfee , dove il gigantesco è letteralmente impastato in una dimensione orientaleggiante, giapponese in particolare. La pittura, dentro la quale resta impigliata l’idea del mutevole e del transitorio, è uno strumento potentissimo e Monet lo ha piegato in quella direzione. Era stata usata con disprezzo la parola "impressione" per bollare la sua tendenza a costruire l’indistinto, a cercare una sconcertante forma di precisione che non è quella della nettezza e che pure esiste istintivamente nella coscienza di ciascuno. Nel 1878 Impression, soleil levant viene rivenduto a seguito della dispersione della collezione Hoschedé. Nel catalogo della vendita il quadro è citato con il titolo Sole al tramonto . Sembra il simbolo di tutta la storia di Monet: ecco il "vero" soggetto, anzi ecco la verità, verrebbe da dire, perché nei quadri il sole non nasce e non tramonta, ma la luce che ne promana è quella del momento della transizione labilmente fissata in un’immagine il cui margine di interpretazione deve portare lontano dall’esigenza di stabilire il riscontro con una verità quotidiana. Se il sole nasce o tramonta in quel quadro è e può restare un piccolo mistero che funge da premessa a un grande segreto.