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 2003  settembre 23 Martedì calendario

Mussolini Romano

• Forlì 26 settembre 1927, Roma 3 febbraio 2006. Figlio di Benito. Musicista jazz • «“No, io non ho mai pensato di fare politica. Non conosco Berlusconi, non frequento quelli di Alleanza Nazionale, parlai con Andreotti una volta per la pensione di mia madre. Il jazz, il pianoforte, la musica hanno riempito la mia vita. Alessandra, la mia prima figlia, lei sì, fa politica in modo indipendente, in mezzo al popolo, è una di noi. Perché noi siamo gente semplice. [...] Eravamo una famiglia di contadini e di intellettuali”. [...] I Mussolini, discendenti di un capitano della repubblica veneta sposatosi con una possidente ravennate, sono a Predappio dal 1640. “Nonno Alessandro era stato vicesindaco, era socialista ed aveva fondato e diretto il giornale ‘La Lotta di classe’, nonna Rosa era la maestra elementare del paese. I genitori di mamma, Rachele Guidi, nonno Luigi e nonna Anna, erano contadini, lavoravano nelle tenute della famiglia Zoli, sì, quelli del presidente del Consiglio Adone. Strana la vita, lui ci restituì la salma di papà nel 1957, ora riposa anche lui a Predappio: due presidenti del Consiglio in un piccolo cimitero di paese [...] Nacqui nella casa che mamma comprò vendendo la macchina di papà. Lui era andato in guerra, la prima, e lei non sapeva che fare dell’auto. [...] Papà si svegliava prima di tutti, si faceva la barba da solo, era pulitissimo, ci sgridava per farci lavare e imponeva che ci tagliassimo i capelli cortissimi. Buonissimo con noi ragazzi, si infuriava se qualcuno di noi osava toccare la sua scrivania, dove troneggiavano una foto di Chamberlain, una immensa biografia di Lenin e la maschera di gesso del volto dell’adorato fratello Arnaldo (morto nel 1931, fino ad allora il principale collaboratore del duce, ndr): bastava usare una penna e lui se ne accorgeva: soltanto la più piccola, Annamaria, poteva tutto, era stata male e veniva sempre perdonata. Avevamo una tata romagnola, si chiamava Cina, niente istitutrici straniere, come usavano allora le famiglie importanti. C’era soltanto un professore altoatesino, Vickoler, che dialogava con papà per perfezionare il suo tedesco e dava lezione anche a noi. “Andavamo a scuola, alle pubbliche: prima alla Lante della Rovere, poi al liceo Tasso. Ci accompagnava un autista, ma durante la guerra andavamo in bicicletta o in filobus. Lui tornava all’una e un quarto, doveva trovare pronto e ci voleva tutti a tavola, noi bambini. I fratelli più grandi, Bruno, Vittorio e Edda, si erano sposati molto giovani, ma erano sempre a casa. Mangiava poco, in fretta, pollo bollito, verdura e niente vino, acqua minerale gasata, la Bognanco o la San Pellegrino. Era un salutista: si faceva venire i pompelmi dalla Libia per i succhi, beveva tisane, pochissimo caffè. Sigarette, zero: agli ospiti offriva le Macedonia extra, di gran moda allora. Dopo pranzo, ci raccontava episodi storici, era appassionato del Risorgimento, ricordo il suo racconto del funerale di Verdi, il suo compositore preferito. Poi si giocava a tennis. Aveva fatto costruire un campo dove c’era un maneggio, convinto dall’ambasciatore di Svezia: gli aveva raccontato che l’anziano re giocava tutti i giorni. Abbiamo iniziato insieme, si divertì molto quando imparò il ping-pong. Alle tre e mezzo tornava a palazzo Venezia, noi studiavamo con i compagni di scuola. I miei fratelli grandi erano molto colti, ma anche sportivi e simpatici: terrorizzavano mia madre, che aveva paura dei serpenti, sfiorandole le gambe con i rami e facendola urlare di paura, giravano la notte nella villa imitando i fantasmi e raccontavano barzellette terribili, anche su papà. Erano proibite soltanto quelle sul re sciaboletta e sul papa, lì venivamo rimproverati. La sera, di nuovo tutti a tavola. E, dopo, il film. In quattro atti, quattro rulli. Dopo il primo, papà crollava in un sonno profondo e nemmeno le cannonate - sul serio - potevano svegliarlo. Restava fino alla fine soltanto per le comiche di Stanlio e Ollio e per Chaplin, il suo preferito era La febbre dell’oro. Fu un periodo spensierato, per noi: uno dei giorni più belli, quando venne Walt Disney a trovarlo e ci portò un Topolino gigante. Le estati a Rocca delle Caminate, a fare i bagni a Riccione: quando papà entrava in acqua, centinaia di persone gli andavano incontro, una marea umana”. È sulla riviera romagnola che Romano e Annamaria apprendono la notizia della destituzione del padre, il 25 luglio del 1943: “Quella sera mamma ci telefonò e ci disse di rimanere a casa, che poi ci avrebbe spiegato tutto. Io dovevo andare al cinema con una ragazza”. Rachele, Vittorio, Romano e Annamaria rivedono Benito il 13 settembre, a Monaco, in un palazzo reale. “Ci avevano prelevato con l’aereo. Mamma ha descritto quell’incontro commovente, papà era pallidissimo, indossava un vestito nero liso, di quelli che tenevamo a Rocca delle Caminate per darli ai poveri: capimmo che lui sapeva poco di cosa succedeva in Italia. Fino a dicembre restammo in un castello, in Germania. Ci trasferimmo poi a Gargnano, in affitto nella villa Feltrinelli, la zia di Giangiacomo, che poi non volle toccare nulla... Un lungo martirio, una lotta impossibile, nessuna speranza. Mio padre pensava che senza il governo di Salò i tedeschi avrebbero fatto cose terribili, che per gli italiani sarebbe stata una tragedia, cercava di mediare, si infuriò con loro per le rappresaglie di via Rasella e di piazzale Loreto, dove erano stati trucidati dei partigiani e dove fu poi portato il suo corpo. Nonostante tutto, la sera si giocava a carte, a scopone scientifico, e noi figli dovevamo spiegare a papà il valore delle monete, lui non usava mai i soldi, non li conosceva. Il suo solitario preferito era quello di Napoleone, sai, quello che non viene mai. Noi andavamo a scuola a Desenzano, lui mi svegliava all’alba per la nostra quotidiana partita a tennis, io suonavo il mio amato pianoforte. L’ultima volta che lo vidi, partiva per la disperata difesa della Valtellina, stavo suonando. Mi disse: non muoverti, continua a suonare. Io invece mi alzai, scostai le tendine, volevo vederlo, come se immaginassi... Dalla macchina, mi fece un cenno con la mano. Del 25 aprile del 1945 ho un ricordo fotografico: io, mamma e Annamaria seduti sui gradini della federazione fascista di Como, non sapevamo che fine fare. Un autista ci disse: ho io qualcuno che può ospitarvi e ci salvò la vita. Papà ci telefonò il 26, o forse era il 27, ci disse: ‘A voi non farà niente nessuno, non avete fatto niente’. Ho sempre pensato che l’ordine di ucciderlo fosse arrivato da Mosca, direttamente da Stalin. Penso anche che se si fosse consegnato agli americani gli avrebbero salvato la vita, ma lui - come è noto - non volle farlo. Gli americani molti anni dopo mi hanno fatto vedere le foto aeree della villa Feltrinelli e della villa delle Orsoline, dov’era il governo di Salò. Potevano bombardare senza difficoltà. Questo è ancora un mistero: anche dopo il suo arresto, nel 1943, fra Ponza, Maddalena e Gran Sasso, che ci voleva a buttarlo a mare, a inventare un suicidio? Il 29 aprile, dall’edizione straordinaria dell’“Unità”, apprendemmo della strage di Dongo. Mamma ebbe parole di pietà per Claretta, ma non c’era tempo per piangere. “Ci arrestarono, ma il primo maggio gli americani fecero togliere tutte le bandiere rosse da Como, ci liberarono e ci portarono a villa d’Este, al loro comando. Poi ci consegnarono agli inglesi, a Montecatini, finimmo in campo di concentramento a Terni e poi a Ischia, al confino. Subito l’isola ci sembrò un paradiso, non era certo la Siberia. Ci liberò dopo un anno l’amnistia, ma gli italiani ci hanno sempre trattato bene, non abbiamo mai avuto bisogno di una scorta. E anche nel mondo, io ho girato con il jazz tutti i continenti, mai avuto problemi. Sono una persona tranquilla, ero io a mettere pace fra mamma e papà quando lei gli faceva le scenate di gelosia, le dicevo: mamma, papà non è il ragionier Peretti, papà è papà. Devi capirlo, piace alle donne. Con i fratelli ci domandavamo spesso come facesse a trovare tempo per le sue conquiste: dormiva tutte le notti a casa, aveva un sacco da fare, ridevamo pensando: se dobbiamo dare retta alle voci, allora la sua unica attività è quella”» (Barbara Palombelli, “Corriere della Sera”22/1/2001).