Varie, 23 settembre 2003
MORONI
MORONI Chiara Iseo (Brescia) 23 ottobre 1974. Politico. Figlia di Sergio, socialista morto suicida durante Mani Pulite. Eletta alla Camera nel 2001, 2006, 2008 (Nuovo Psi, Forza Italia, Pdl), nell’agosto 2010 passò nel gruppo Futuro e Libertà fondato da Gianfranco Fini • «Dicono che strumentalizzo l’immagine di mio padre per avere una poltrona. Quando morì avevo 17 anni, ero già iscritta alla Fgs: un lavoro ce l’ho, mi sto anche laureando in medicina. Ora mi hanno chiesto di impegnarmi per la Casa delle libertà e mi è parsa una scelta naturale» (“La Stampa” 7/5/2001) • «“L’avviso di garanzia era arrivato a metà giugno, e papà si è tolto la vita il 2 di settembre. Ma era solo l’ultimo di altri tentativi non riusciti. Avevamo cercato in tutti i modi di convincerlo a non farlo. Lui, invece, parlava con me e con mia madre e cercava di convincerci del contrario, dell’opportunità di togliersi la vita. Per lui, ci diceva, la cosa più drammatica era di sentirsi bollato da quella definizione di ladro: aveva cominciato a far politica a 16 anni, con una grandissima passione sociale e civile, e con un grande senso di responsabilità. Non poteva accettare che venisse tutto sbriciolato, ridotto a una storia di soldi rubati”. [...] Sergio, deputato socialista, si sparò un colpo di fucile in bocca nella cantina del palazzo dove abitava, a Brescia. Era il 2 settembre 1992, Mani pulite era appena iniziata, con tutta la sua carica di dirompente durezza. “Non so, non credo che si sia ucciso per rabbia. Per disperazione, piuttosto. Ma non quella disperazione che fa perdere la lucidità: nella lettera che lasciò a Napolitano, che era allora presidente della Camera, c’era una lettura lucidamente politica di quello che aveva deciso di fare”. Quell’estate del ‘92 Chiara non potrà dimenticarla mai. “Era lucido anche con noi, quando ci parlava della sua intenzione di uccidersi. Mi sono sempre chiesta, e non ho ancora trovato una risposta, come facesse a non capire che ci stava dando un dolore tremendo. Per lui noi eravamo in realtà, così ci ripeteva ogni giorno, la cosa più importante che aveva: pensava di tutelare anche noi, con quel gesto. Questo ci diceva. In parte è stato così: quello che ha scelto di fare ha cancellato tutte le sue colpe, se ne aveva. No, non so descrivere quello che provavo: c’era la paura del momento, il senso di vuoto quando immaginavo la mia vita senza di lui, e il dramma quotidiano delle discussioni. Ogni giorno gli ripetevamo che noi comunque gli saremmo state accanto, che per noi non contava nulla che sui giornali lo chiamassero ladro. Lui ci ripeteva sempre che era innocente, ma non era quello il nostro problema: per noi era comunque innocente. Ma neanche questo gli bastava. Chissà, forse era un problema di scale di valori... Di sicuro quello che gli era capitato aveva rotto un suo equilibrio. In ogni caso oggi penso che sia vissuto per la politica e morto per la politica, come voleva”. Con sua madre Chiara parla solo raramente di quei giorni. “Ne parlo molto con mio marito”. Ma non rifiuta mai di rievocare il suo dramma. “Credo che sia opportuno farlo, soprattutto per la storia di questo Paese. Perché da quel momento non siamo mai usciti, l’abbiamo solo rimosso”. Ma in questo ricordare c’è anche rabbia, onorevole? Rabbia per un padre che si sottrae a sua figlia, ai suoi affetti? “Moti di rabbia ci sono, ne ho avuti e li ho. Però il mio sforzo è sempre stato quello di capire: ho sempre avuto una stima incommensurabile di mio padre, e quindi ho cercato di comprendere quello che lo ha spinto. Non le motivazioni oggettive, che non possono mai esistere, tantomeno per una figlia. Ma le motivazioni soggettive, del suo vissuto. Approvare no, questo non lo posso dire e non lo potrò mai dire. Nessuna figlia che abbia perso il padre potrà mai dirlo, tantomeno se si è suicidato. Ma capire forse sì. E anche cercare in modo difficoltoso, con grande fatica emotiva, di tentare di trovare un senso a tutto questo. L’ho trovato un po’ nel fare quello che faccio, facendo politica ma anche sforzandomi di mantenere viva la memoria di mio padre. Lui voleva che il gesto fosse un momento di riflessione. Questo non è successo allora, ma non è detto che non possa servire per il futuro, in qualche altro momento della storia del nostro Paese. Quindi ne parlo volentieri perché voglio che sia ricordata, quella tragedia che non era solo mia. Perché quando un cittadino arriva a togliersi la vita perché coinvolto in un’inchiesta amministrativa, è una sconfitta della giustizia, dello Stato. Di tutti noi”» (Giuliano Gallo, “Corriere della Sera” 17/8/2004).