22 settembre 2003
Tags : Vik. Muniz
Muniz Vik
• Nato a San Paolo (Brasile) nel 1961. Fotografo. "La memoria e l´illusione, la realtà e l´immaginario, il quotidiano che si trasforma in arte: è il suo racconto [...] E´ l´illusione di un tempo senza fine, così come sono illusorie le sue fotografie: sono immagini che sfidano la nostra capacità di discernere i fatti dalla finzione, la realtà dall´apparenza, realizzate utilizzando materiali non ortodossi per la fotografia, come cioccolato, sabbia, filo di lana, gelatina, polvere, chiodi. L´artista prima ricostruisce un´immagine generalmente assai nota - dalla Gioconda alle incisioni di Piranesi, a Jackson Pollock - manipolando plasticamente la materia. Poi fotografa. [...] Spiega Germano Celant: ”Quelle di Muniz non sono fotografie. Materializza delle immagini che noi conosciamo in modo inusuale: con delle riviste sportive per Pelè, o la polvere raccolta al Whitney Museum per Donald Judd. Hai sempre l´illusione di vedere qualcosa che conosci. Ma quando ti avvicini scopri che è qualcosa di inedito. E´ un gioco sulla memoria fotografica con un linguaggio che evoca l´impressionismo, il pointillismo”. E qual è la fine dell´opera da cui nasce la fotografia? ’Viene smontata. L´iter di Muniz è abbastanza complesso. Proietta a terra l´immagine che ha scelto, la riempie con il materiale e rifotografa. Adesso, ad esempio, sta preparando delle fotografie di fiori, di rose, che realizza usando giocattoli, dei piccoli insetti di plastica. Ma questo lavoro non viene conservato. Sarebbe un feticismo materico che non riguarda la fotografia. E´ l´inganno la parte interessante, il percorso nella memoria dell´immagine”. Sembra quasi un gioco. Perché è importante Muniz nell´arte contemporanea? ”La sua è una trappola. Non interessa la parte fisica ma il risultato. Ti rivela la memoria storica, l´iconografia fotografica del tuo occhio. Credi di aver già visto quell´immagine. Poi scopri l´artificialità della materia, l´inganno tecnico che rivela il linguaggio della fotografia. E´ un gioco speculare. Cosa che non accade con gli artisti che usano questo mezzo in modo narrativo, scenografico. Non rivelano mai il linguaggio della fotografia”" (Paolo Vagheggi, ”la Repubblica” 22/9/2003).