Claudia Fachinetti Macchina del Tempo, ottobre 2003 (n.10), 19 settembre 2003
Oceani e reti sempre più vuoti. In alcune aree del globo, il novanta per cento delle popolazioni di grandi pesci predatori (tonni, pesci spada, marlin, merluzzi, grandi squali
Oceani e reti sempre più vuoti. In alcune aree del globo, il novanta per cento delle popolazioni di grandi pesci predatori (tonni, pesci spada, marlin, merluzzi, grandi squali...) potrebbe scomparire dalle nostre tavole entro la metà del secolo. la drammatica previsione lanciata dalle pagine della rivista ”Nature” da due oceanografi canadesi, Ransom Myers e Boris Worm, della Dalhousie University di Halifax. Scartabellando i registri ittici del passato (a partire dagli anni ’50, quando è cominciata la pesca industriale), i due ricercatori hanno calcolato che un tempo il mare conteneva una quantità di pesci predatori dieci volte superiore a oggi. La crisi dei grandi pesci investe le coste come il mare aperto, e non riguarda solo la quantità di animali catturati, ma anche la loro dimensione: la taglia media degli attuali predatori oscilla ormai tra la metà e un quinto di quella dei loro antenati. Possibile che un calo di tale entità non fosse stato previsto? «Non era facile», spiega Alvaro Abella, ricercatore del gruppo Gea-Arpa Toscana Area Mare, «perché questo collasso è il frutto di uno sviluppo velocissimo delle tecniche di pesca: imbarcazioni sempre più efficienti, attrezzi innovativi, apparecchi acustici per la localizzazione dei banchi. Senza contare che un tempo gli stessi scienziati ritenevano che fosse impossibile provocare il collasso di qualsiasi specie marina. Invece è successo in diverse aree del mondo». «Eppure gli indizi c’erano», aggiunge Carlo Froglia, della Sezione Pesca Marittima di Ancona dell’Istituto di scienze marine del Cnr, «infatti, se da un lato la pesca è sempre più intensiva, dall’altro dobbiamo fare i conti con il lungo ciclo vitale dei grandi predatori, come il tonno rosso, che impiega circa 4 anni per raggiungere la maturità (a una lunghezza di circa 95 cm contro i due metri di un adulto di 10 anni) e quindi riprodursi per la prima volta». E poi sono anni che i biologi lanciano allarmi sul rischio di veder scomparire alcune specie marine. Finora però si trattava di popolazioni o aree limitate, dall’Atlantico all’Africa orientale, dal Mare del Nord alle acque del Giappone. Questa volta è diverso: i dati sono globali. Mayers e colleghi hanno raccolto informazioni negli archivi ittici di mezzo mondo: Oceano Antartico, Golfo della Thailandia e parte del nord-est Atlantico, per il merluzzo altlantico (o baccalà) e altri pesci di fondale. Altri dati, invece, provengono dalla pesca giapponese con i palangari: tra i più diffusi attrezzi per la pesca di tonni, pesce spada e marlin, lunghissime lenze, ciascuna armata con un migliaio di ami, posizionate sotto la superficie del mare. Secondo gli scienziati canadesi accade sempre così: ogni volta che in un’area nasce una nuova attività di pesca, per i primi 3-4 anni i prelievi sono buoni, con anche più di 10 pesci su cento ami, poi nei successivi 5-10 anni lo stock diminuisce drasticamente fino a raggiungere le 0,5-2 catture su cento ami. Un trend preoccupante: già nei primi quindici anni di sfruttamento della risorsa, la popolazione dei predatori si sarebbe ridotta in media dell’ottanta per cento. Dunque i grandi pesci pelagici potrebbero diventare solo un ricordo? «Non esattamente», dice Froglia, «non stiamo parlando della loro estinzione, ma di un calo tale che forse dovremo cancellarli dalla lista di quelli che hanno il più alto valore economico per la pesca mondiale». Queste specie infatti rappresentano quasi il 10 % della produzione ittica marina mondiale stimata in 83.663.000 tonnellate nel 2001. Ma niente paura. Gli amanti del pesce non dovranno rassegnarsi a una dieta a base di meduse e zuppe di alghe. «Il mercato si orienterà verso altre specie», spiega Froglia, «è la catena alimentare marina che rischia guai seri» (vedi grafico a pag. 54). «Al vertice della piramide alimentare», continua Froglia, «ci sono i grandi predatori che si nutrono di altri pesci e organismi marini. Noi uomini ci riserviamo il diritto di prelevare da qualsiasi livello, anche alla base, a seconda dell’interesse del momento, modificando tutto il sistema così che i predatori, oltre alla pressione di pesca, devono sopportare anche l’impoverimento delle loro risorse alimentari. Tutto ciò potrebbe avere conseguenze imprevedibili sugli ecosistemi marini. Se ad esempio diminuiscono i predatori potrebbero aumentare le loro tradizionali prede, magari di nessun interesse commerciale. Comunque, come abbiamo già detto, il mercato si adatta e la flotta peschereccia può riconvertirsi alla cattura della nuova specie». Anche nel Mediterraneo le reti negli ultimi anni sono meno piene di pesce. Gli ultimi dati, del 2001, registrano per l’Italia un calo nelle catture del 13 per cento rispetto al 2000, e l’andamento è negativo per tutti i Paesi dell’Unione Europea. «La pesca nel Mare Nostrum è molto diversa rispetto agli Oceani, dove spesso è indirizzata a una sola specie», spiega Pajetta, della Geat-Arpat Toscana «là si esce per pescare quello, e tutto ciò che non corrisponde alla preda ambita viene ributtato in mare con uno spreco incredibile. Da noi invece si esce in mare per lo più con piccole barche che praticano lo strascico con reti a maglia fine, in grado di catturare diverse specie di pesci, crostacei e molluschi». una pesca meno selettiva che «se da una parte evita gli sprechi», puntualizza Froglia, «dall’altra reca uno svantaggio: nessuna specie viene risparmiata e, per trattenere pesci piccoli come le triglie o il gambero bianco, si usano reti che sacrificano anche grandi quantità di individui non ancora adulti di nasello». Cosa si può fare prima che sia troppo tardi? «Sarebbe già qualcosa se si rispettassero le leggi attuali» avverte Froglia, «come l’imposizione di non pescare tonni giovani, che hanno un elevato ritmo di crescita, e di adottare reti a strascico con maglie non inferiori a 40 mm di apertura. Oppure bandire alcune tecniche di pesca particolarmente distruttive come le spadare (chilometri di reti lasciate alla deriva per la cattura di pesci spada, ma pericolose anche per delfini e tartarughe marine) che, finalmente al bando nei paesi della Comunità Europea, continuano a essere usate dai Paesi mediterranei del Nord Africa». Il timore di assistere in pochi anni al collasso del mercato ha spinto la comunità internazionale a istituire commissioni per la gestione delle risorse ittiche (come la International Whaling Commission per la pesca dei cetacei, e la International Commission for the Conservation of the Atlantic Tunas per la pesca dei Tonnidi nell’Atlantico e nel Mediterraneo). Sono state intraprese diverse azioni per proibire alcuni attrezzi troppo efficaci e poco selettivi, e definire le quote di cattura. «Purtroppo però», dice Abella «alcuni Paesi non hanno aderito a certe iniziative o, anche se formalmente lo hanno fatto, continuano a utilizzare tecniche o modalità bandite». Il controlli sulla pesca ci sarebbero (il monitoraggio è affidato a degli osservatori), ma la pesca è una realtà complessa, come racconta Pajetta: «Sono stato su alcuni pescherecci presso i Banchi di Terranova e posso assicurare che è difficile valutare il lavoro di bordo perché si pesca giorno e notte, in più cale contemporaneamente e in qualsiasi condizione meteomarina. Per permettere alle popolazioni di pesce di riprendersi bisognerebbe abbandonare per qualche anno l’area e lasciare agli individui giovani la possibilità di crescere, concentrandosi su altre specie». «Ma ancora non basta», aggiunge Froglia, «se si ferma la pesca del merluzzo atlantico, ma si continua a pescare nell’area per prelevare in grandi quantità i gamberetti di cui questo pesce si nutre, è improbabile che la specie si riprenda velocemente. Per cambiare le cose dobbiamo cambiare la filosofia del pescatore. La categoria, infatti, pur rendendosi conto della gravità della situazione, spesso attribuisce tutte le colpe all’inquinamento, e raramente accetta di rinunciare a uno strumento di pesca, o a modificarlo, se questo può comportare meno pesce nelle reti». Per rispondere alla continua richiesta di branzini e orate per il nostro mercato e di tonni grassi per quello giapponese, si stanno diffondendo gli impianti di ittiocultura. Sembra l’uovo di Colombo: i pesci stanno finendo? Alleviamoli. Ma l’allevamento è una soluzione o un problema in più? Il Wwf ha recentemente denunciato un sovrasfruttamento dei mari per produrre farine e olii di pesci grassi che vengono dati in cibo a quelli d’allevamento. Sembra che, delle 80 milioni di tonnellate di pescato annuale nei mari del mondo, un terzo venga impiegato così. «Gli allevamenti intensivi» conclude Froglia «creano posti di lavoro e la produzione soddisfa la domanda di una fetta del mercato. Ma ci si deve interrogare se sia razionale, in termini di utilizzo globale delle risorse naturali, pescare un quintale di sardine per dare nutrimento a un allevamento che produrrà 10 kg di spigole, considerato che dal punto di vista nutrizionale le due specie sono equivalenti». Claudia Fachinetti