19 settembre 2003
MAGNIFICO Walter
MAGNIFICO Walter. Nato a San Severo (Foggia) il 18 giugno 1961. Ex giocatore di basket. Alto 2.09, 108 chili, ala-pivot. Debutto nella Fortitudo (’79-’80), bandiera della Scavolini dal 1980 al 1996. Nella stagione ’96-’97 ha giocato nella Virtus Bologna, nell’annata ’97-’98 a Roma. poi tornato a Pesaro, dove ha concluso la carriera. Due scudetti, 1 coppa Coppe, 3 coppe Italia. In nazionale, 216 partite; 1 argento e 1 bronzo europei, 1 Olimpiade (’84). «Ho incontrato la Nba. Mondiali ’86: io e Augusto Binelli avevamo giocato bene. Ci notò Mike Fratello, coach degli Atlanta Hawks: ’’Gus’’, addirittura, finì nelle scelte; io venni invitato al campo estivo e, a mia volta, partecipai alla Summer League. Fummo criticati, ma quella fu un’occasione da non perdere. Anche se eravamo chiusi e se, giocando in quelle poche settimane, avemmo la percezione di non essere di quel livello. C’erano ragazzi che ci saltavano oltre la testa e che si scappavano di qua e di là: e loro sarebbero stati i primi a essere scartati... Ho capito che la differenza atletica era, e rimane, seppur oggi in modo ridotto, l’incolmabile buco tra il basket del nostro Continente e quello statunitense. [...] Qual è l’aspetto migliore di Walter Magnifico da ricordare? Il senso dell’equilibrio, il timone di 21 stagioni. stato la mia carta di credito, onorata da club importanti e dalla nazionale. Che cosa invece vorrei cancellare? Di sicuro il rimpianto di avere mancato il podio olimpico a Los Angeles ’84, con una squadra fortissima, ma che non arrivò a medaglia perché sconfitta di due punti dal Canada e di quattro dalla Jugoslavia. Se penso che dopo quei Giochi l’Italia del basket non fu più olimpica per sedici interminabili anni, mi vengono i brividi. E mi viene da dire che la mia generazione, nonostante grandi giocatori come Antonello Riva, ha in parte fallito. Se il basket non ha completato il boom avviato negli anni ’80, è colpa nostra. E delle distorsioni di un movimento che ha peccato di presunzione e ha sbagliato i calcoli. I nostri errori, dunque, sono da condividere con un contorno che non ci ha assistito. Nella mia carriera ho avuto la fortuna di incontrare personaggi carismatici, che mi hanno aiutato a crescere. Penso a Valerio Bianchini, per me l’allenatore numero uno, senza togliere nulla agli altri e a Sandro Gamba, un maestro di basket. E senza nulla levare, soprattutto, a una figura come Cesare Rubini, il ’’papà’’ burbero ma discreto che stava dietro le quinte della nazionale: gli devo l’amore per la maglia azzurra. C’è però un nome che per me rappresenta tutto: Scavolini. Penso all’uomo, Valter, il mio Presidente con la ’’p’’ maiuscola. E al nome che ho quasi sempre avuto sulla maglietta. In questo momento, non voglio sembrare retorico e scontato. Dico allora una cosa semplice: Scavolini è la mia seconda pelle. Nel basket che ho vissuto, mi sono tolto varie soddisfazioni e con la mia mobilità ho creato problemi a pivot troppo statici. Sotto questo aspetto, sono stato un giocatore moderno, di un’era nuova. Ho anche sofferto vari avversari, ma uno su tutti. Era un italiano, non uno straniero: Davide Pessina, la mia bestia nera. [...] una pallacanestro cresciuta a dismisura nel tasso tecnico: credo ci vorrebbero campi più lunghi, con i mezzi atletici e con i ritmi dei giocatori di oggi. Ma penso che vada compiuto ancora uno sforzo per renderla più spettacolare: meno tattica e più inventiva, ecco la mia ricetta. Così riempiremo i palasport, così faremo concorrenza al rivale calcio. Al quale non m’illudo di togliere il primato della popolarità. Ma qualche spettatore e un po’ di risorse, questo sì. Io, piccolo Robin Hood dei canestri: mi piace pensare che il mio futuro sia fatto anche così» (Flavio Vanetti, ”Corriere della Sera” 9/6/2001).