Mario Torre Macchina del Tempo, ottobre 2003 (n.10), 18 settembre 2003
Sono i più terribili. I dieci mostri che possono uccidere decine di migliaia di persone in poche ore
Sono i più terribili. I dieci mostri che possono uccidere decine di migliaia di persone in poche ore. Alcuni hanno un nome noto, altri sono meno conosciuti, ma non per questo meno terrificanti. Vesuvio, Popocatepetl, Ulawn, Merapi, Nyira-gongo e poi ancora Unzen, Sakura-jima, Galeras, Santiaguito, Kilauea: sono loro i 10 vulcani che minacciano complessivamente la vita di milioni di persone. Molti sono vulcani esplosivi, che possono proiettare nell’atmosfera ceneri e lapilli fino a 30-40 km di quota; altri emettono solo lave molto fluide, ma tutti hanno la caratteristica di essere molto vicini a centri abitati dove vivono migliaia di persone ed è per questo che sono pericolosissimi. Ecco cosa sa la scienza di ognuno di loro e come sono controllati. Vesuvio. Poche regioni al mondo presentano vulcani così diversi tra loro come quella mediterranea. Proprio al suo interno vi è il vulcano considerato tra i più pericolosi al mondo, se non il più pericoloso. Una sua eruzione interesserebbe tra 700mila e un milione di persone. Il Vesuvio nasce in seguito alla rotazione in senso antiorario della Corsica e della Sardegna e di una parte del Mar Tirreno (una volta unite alla Francia), che hanno portato i fondali del Mar Adriatico a sprofondare (subdurre) sotto di esse. A una certa profondità le rocce subdotte fondono, dando origine a un magma viscoso che risale a fatica. Ma quando i gas riescono ad aprirsi la strada, l’inizio dell’eruzione è general-mente catastrofico. L’eruzione del 79 d.C. del Vesuvio ne è l’esempio classico. controllabile tutto ciò? Non esiste vulcano al mondo più tappezzato di strumenti del Vesuvio. Misuratori di gas per studiarne le variazioni di composizione, inclinometri per misurare i più piccoli rigonfiamenti delle pareti, sismometri per controllare i tremori prodotti dal magma sono solo alcuni degli strumenti che seguono l’evolversi del vulcano e dovrebbero permettere ai vulcanologi di prevedere con giorni d’anticipo una nuova eruzione. Popocatepetl. Il suo nome, azteco, significa ”montagna che fuma”. è il vulcano più famoso dell’America centrale. Raggiunge i 4.200 m d’altezza e svetta a soli 60 km da Città del Mes-sico. La capitale fu raggiunta dalle sue lave 400 anni prima di Cristo e 800 anni dopo. La sua attività negli ultimi 600 anni è sempre stata limitata, ma dalle caratteristiche dei gas e delle polveri emesse non vi è nulla che lasci presagire che sia spento. Esso si troverebbe infatti in una fase di lunga quiescenza. Nel 1994 ad esempio, il Popo (così lo chiama la popolazione) sembrò entrare in attività e 50.000 persone vennero evacuate. Ma fu un falso allarme. Anche questo vulcano è ben controllato dai vulcanologi, perché una mancata evacuazione potrebbe voler dire la morte di milioni di persone che vi-vono a Città del Messico e dintorni. Ulawn. I vulcanologi lo definiscono uno ”stratovulcano”: i suoi versanti sono il risultato di emissioni di lave fluide e piroclastiti, materiali cioè, eiettati nell’atmosfera sotto forma di polveri che poi ricadono coprendo i fianchi del cono e aree lontane chilometri dal centro di emissione. Dal 1700 a oggi il vulcano, sull’isola di Papua Nuova Guinea, ha eruttato 21 volte, cioè una volta ogni 14 anni. Pur non avendo causato morti durante le varie eruzioni, il vulcano è comunque considerato molto pericoloso perché risulta difficile stabilire se la prossima eruzione sarà di tipo effusivo o esplosivo: in tal caso, infatti, bisognerebbe evacuare le migliaia di persone che abitano alla base del cono vulcanico. Merapi. è in Indonesia e si distingue per le sue spettacolari, ma catastrofiche ”nubi ardenti”. Si formano in seguito al periodico collasso della sommità del vulcano, che ritmicamente si gonfia per il continuo arrivo di lava viscosa dal serbatoio sottostante, fino al momento del crollo sotto il proprio peso. Nel 1982 circa 100.000 metri cubi di lava al mese andavano ad alimentare il ”duomo” (struttura mammelliforme prodotta dalla risalita di lave molto viscose) sommitale, finché nel novembre dello stesso anno l’intero edificio collassò, creando una catastrofica nube ardente che percorse oltre 7 km e uccise 43 persone. Il pennacchio di polveri che si sollevò in seguito al collasso raggiunse i 13 km di quota e per evitare una nuova Pompei vennero evacuate circa 6.000 persone. A soli 30 km dal Merapi vi è la città di Yogyakarta con 500.000 abitanti. Nyiragongo. Una frattura lunga 5.600 km lacera la parte orientale dell’Africa e interessa 14 Paesi. La catena dei Monti Virunga si è formata in seguito alla sua apertura e si estende per 80 km con una larghezza di 50. Solo 110 anni fa una spedizione tedesca scoprì che si trattava di vulcani. Il Nyiragongo, in Zaire, possiede un cratere sommitale di oltre un km di diametro, il cui interno può contenere un lago di lava. L’ultima volta si formò tra il 1927 e il 1977, quando un’eruzione da una fessura laterale del cono causò il suo totale svuotamento. Le colate raggiunsero una velocità iniziale attorno ai 100 km all’ora e andarono a ricoprire un’area di oltre 20 kmq. Oltre 100 persone morirono sepolte dalla lava. Ma lo svuotamento fu solo l’inizio di una serie di fenomeni ancor più violenti. Una parte della sommità del vulcano infatti crollò e l’acqua presente nelle rocce venne a contatto con il magma. Un’esplosione idromagmatica eiettò nel cielo vapori e ceneri fino a 11.000 metri di quota. L’ultima eruzione fu agli inizi del 2002 quando ingenti quantità di lava si riversarono sulla città di Goma, causando la morte di una cinquantina di persone e la distruzione di gran parte della città. Unzen. è il vulcano maledetto dai vulcanologi perché nel 1991, sotto le sue ceneri, hanno trovato la morte i coniugi francesi Maurice e Katia Kraft, che da anni studiavano e filmavano le vicende di questo e di altri vulcani attivi della Terra. L’Unzen è sull’isola di Kyushu in Giappone. è il risultato dello scontro della placca dell’Oceano Pacifico con quella Eurasiatica, dove la prima si infila sotto la seconda. Ma è uno dei vulcani che hanno causato anche un gran numero di morti. è il 1792 quando, dopo una colata di materiale fluido che non causò particolari danni, un duomo di lava crollò improvvisamente. Una frana percorse 6 km e mezzo arrivando al quartiere meridionale di Shimabara. Qui seppellì 9.528 persone. Intanto il materiale franato continuò la sua corsa fino al mare. Le onde che si formarono e si rovesciarono sulle coste del Mare d’Ariale uccisero altre 4.996 persone. L’eruzione del 1991 fu simile a questa, anche se meno intensa. Oltre che uccidere i due vulcanologi e un giornalista, causò la morte di 38 isolani. Sakura-jima. La città di Kagoshima è separata dal vulcano da un braccio di mare largo un paio di km. Ogni giorno i suoi 700.000 abitanti non possono non rivolgere un pensiero alla montagna di fuoco sperando che se ne stia buona. Eppure tutti sanno che il Sakura Jima è uno dei vulcani più attivi e pericolosi del Giappone. Due camere magmatiche, una a 8 km e l’altra a 2 km di profondità, lo alimentano di continuo. La forma del suo cono principale, la posizione all’interno di una baia, la presenza non molto lontana di una città densamente abitata e non ultimo il clima fanno del vulcano giapponese una copia del Vesuvio. Ma a differenza di quest’ultimo le eruzioni del Sakura-jima sono frequenti: il vulcano è un esempio di coesistenza tra un popolo e una violenta manifestazione della natura. Qui, infatti, è stata costruita una delle reti di controllo più sofisticate al mondo (anche in questo ricorda il Vesuvio) e grazie alla ripetitività delle sue eruzioni, che negli ultimi decenni si manifestano in modo simile, i vulcanologi riescono a prevedere con precisione l’eruzione. Le simulazioni dei venti e del tempo sull’area permettono di sapere su quali quartieri della città si avrà la ricaduta di ceneri. Galeras. è l’esempio della imprevedibilità dei vulcani. Il 15 gennaio 1993 si sapeva che il vulcano era vicino a un’eruzione, ma nulla lasciava ipotizzare che quest’ultima sarebbe avvenuta in poche ore. E così un gruppo di vulcanologi si arrampicò sui suoi versanti per campionare delle fumarole. Alle 13,41 un’improvvisa eruzione sorprese i ricercatori al lavoro uccidendone 6. La stessa fine toccò a tre giornalisti che li avevano seguiti. L’eruzione durò sei mesi. Il Galeras è in Colombia e come tutti i vulcani delle Americhe la sua nascita deriva dallo scontro tra la placca dell’Oceano Pacifico e quella americana dove la prima subduce la seconda. Nella maggior parte dei casi le lave che si formano sono viscose e quando eruttano danno origine a manifestazioni esplosive di grande intensità. Ai suoi piedi, a soli 8 km di distanza, vi è la città di Pasto, con 300.000 abitanti. Se il vulcano dovesse risvegliarsi come avvenne 4.100 e 4.500 anni fa, la città sarebbe totalmente sepolta. Santiaguito. L’eruzione avvenuta nel 1902 è stata registrata come la seconda più grande del ’900. Fu classificata del 6° grado - su 8 - della scala VEI (Volcanic Explosivity Index, Indice di esplosività vulcanica). Durante l’eruzione, che durò 19 giorni, vennero lanciati nel cielo 5,5 km cubi di materiale piroclastico. Il 25 ottobre la colonna di fumo e ceneri si alzava per 28 km. Dal 1949, poi, il vulcano ha iniziato a produrre eruzioni di tipo ”peleeano” (prodotte da frane di materiale incandescente che si originano sui versanti dei ”duomi”). Il Santiaguito è studiato a fondo dai vulcanologi perché vicino a esso vi è la popolosa città di Santa Maria (Guatemala occidentale). Tuttavia il tipo di eruzioni, le difficoltà oggettive di avvicinamento alle bocche principali del vulcano, la crescita e poi il crollo dei duomi vulcanici rendono molto difficile una conoscenza approfondita di tale edificio. Kilauea. è un grande vulcano a scudo sull’isola di Hawaii. Dal mare si alza per 1247 m, ma altri 3700 sono presenti sotto la superficie marina. Questo lo rende uno dei vulcani attivi più grandi al mondo. Ha una caldera sommitale con un diametro di circa 4 x 3,2 km. Halemaumau, questo il nome della depressione, è spesso occupata da un lago di lava che talvolta ha raggiunto una profondità di 390 m. è pericoloso perché anche se non origina eruzioni esplosive, le lave hanno ripetutamente distrutto infrastrutture e case. Il vulcano è attivo dalla fine del 1800 e dal 1986 non ha smesso di eruttare gigantesche quantità di lave che arrivano sino al mare. Sorge su un ”punto caldo”: il magma giunge direttamente dalle vicinanze del nucleo terrestre. Mario Torre