Americo Bonanni Macchina del Tempo, ottobre 2003 (n.10), 18 settembre 2003
«Questa società avrà sempre più bisogno di geologi e di geofisici. L’aumento della sensibilità verso lo stato del pianeta, la necessità di capire i mutamenti in atto e governarli sono fattori che spingono questo mestiere, sia nel campo della ricerca pura che delle applicazioni pratiche»
«Questa società avrà sempre più bisogno di geologi e di geofisici. L’aumento della sensibilità verso lo stato del pianeta, la necessità di capire i mutamenti in atto e governarli sono fattori che spingono questo mestiere, sia nel campo della ricerca pura che delle applicazioni pratiche». Parla Mauro Coltelli, 44 anni, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia di Catania. Si occupa in particolare di fisica del vulcanismo e dei fenomeni eruttivi. Dopo la laurea in geologia, conseguita a Pisa, passò due mesi in Ecuador per studiare i vulcani. Poi ne ha studiati tantissimi sparsi in tutto il mondo («ma sempre meno di quelli che mi sarebbe piaciuto vedere»). inoltre uno dei padri del piccolo ”Robovolc”, un robot a sei ruote capace di spingersi in zone vulcaniche troppo pericolose per gli esseri umani. In questi mesi, tra le altre attività, Coltelli è in prima linea nel tenere sotto osservazione Stromboli. Insomma, vale la pena essere geologi. «Sicuramente sì. Io mi sono iscritto a Scienze della Terra perché ero affascinato dalla storia del nostro pianeta. Certo, all’inizio non pensavo di fare lo scienziato: passione a parte, vedevo anche buone possibilità di lavoro (nel campo petrolifero o minerario, ad esempio) e l’opportunità di girare il mondo. Poi, durante l’università, un amico di Siracusa mi invitò in Sicilia e così visitai l’Etna. Fu il classico colpo di fulmine che mi ha portato verso la ricerca». Il geologo di oggi usa di più il martello o il computer? «Con il martello ormai non ci riusciamo neanche a rompere le rocce che vogliamo studiare... Comunque questo è un mestiere con un piede nel passato e uno nel futuro. C’è il lavoro di raccolta dei dati sul campo, e qui conta l’esperienza, il saper scegliere le informazioni giuste, stare a contatto con il suolo, con i vari fenomeni nel luogo e nel momento in cui avvengono. Qui i metodi di cento anni fa sono ancora validissimi. E poi c’è il lavoro al computer: con i dati raccolti si creano modelli e simulazioni che ci permetteranno di sapere quale sarà l’evoluzione di un fenomeno, che cosa succederà a una particolare zona e così via» La geologia le ha dato la possibilità di girare il mondo? «Fino a dieci anni fa non era così frequente per un ricercatore del nostro campo andare all’estero. Di sicuro lo si faceva di meno rispetto ad altre discipline, come la fisica, l’astronomia o la biologia. Negli ultimi tempi, però, la situazione è cambiata, e oggi è molto più probabile completare la propria formazione o svolgere ricerche fuori dall’Italia». Spesso i geologi vengono tirati in ballo solo in caso di catastrofi. Non è un po’ riduttivo? «Sì. Quello delle catastrofi è un vecchio problema italiano. Succede qualcosa di grave, dai terremoti alle frane, e allora si chiamano in causa i geologi, e arrivano anche i finanziamenti per le ricerche. Ma solo per tempi molto brevi, poi i soldi finiscono. Ci vuole un modo diverso di fare ricerca scientifica, una programmazione più a lungo periodo e non legata ai singoli episodi». I giovani che si laureano in geologia faranno gli scienziati? «In Italia stiamo assistendo a una diminuzione delle iscrizioni per la laurea in Scienze della Terra. Eppure queste figure professionali sono sempre più importanti. Non solo per la ricerca, ma anche in campi applicativi come la gestione del territorio (prevenzione delle frane, gestione dei fiumi e altro, ndr) o nei settori minerario e petrolifero. Stiamo osservando, ad esempio, una rivalutazione del settore minerario in Sardegna, e non dimentichiamo il successo del petrolio in Val d’Agri, in Basilicata, trovato oltre 20 anni fa grazie alle indagini esplorative».