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 2003  settembre 18 Giovedì calendario

Come vivevano i primi uomini apparsi sulla Terra? Da quando Charles Darwin, il 24 novembre 1859, pubbicò ”L’origine delle specie” non si è mai fermata la corsa alla conquista del nostro passato più remoto

Come vivevano i primi uomini apparsi sulla Terra? Da quando Charles Darwin, il 24 novembre 1859, pubbicò ”L’origine delle specie” non si è mai fermata la corsa alla conquista del nostro passato più remoto. Dopo 150 anni di studi di antropologia oggi possiamo formulare le prime risposte a quell’antico quesito, dando un volto e un’anima ai primi ominidi di 4 milioni di anni fa. E ora la Bbc ha fatto molto di più: grazie alle ultime rilevanti scoperte in campo biologico, genetico e antropologico, la rete britannica ha ricostruito attraverso affascinanti immagini la vita quotidiana della preistoria. Un grande evento televisivo che ”La Macchina del Tempo” porterà nelle case degli italiani a partire dal 18 settembre e che noi vi anticipiamo su queste pagine. Cosa è accaduto, allora, quando apparve il primo uomo sulla Terra? Quattro milioni di anni fa, all’alba del genere umano, nell’Africa orientale si era formata la savana. Le foreste avevano lasciato il posto a grandi spazi aperti a causa delle trasformazioni ambientali dovute allo sprofondamento e alla spaccatura della crosta terrestre avvenute circa 20 milioni di anni fa. Si formò così la Rift Valley, una immensa faglia, larga tra i 30 e i 100 km, che si estende per circa 5.000 km dal Mar Morto al Mozambico, attraversando il Kenya e, per un quarto del suo percorso, l’Etiopia. Durante il Miocene e Pliocene, circa 11 milioni di anni fa, le scimmie antropomorfe del genere australopiteco erano state così costrette a rizzarsi sulle zampe posteriori per sopravvivere in quell’ambiente di immense distese e praterie, innescando quel lento processo evolutivo che porterà al bipedismo delle Australopitecine e dell’uomo, e alle sue conseguenze, come lo sviluppo del pollice opponibile adatto per la fabbricazione di manufatti, e l’accrescimento della massa cerebrale. Le più moderne teorie paleoantropologiche pongono gli australopitecini al di fuori del genere umano: ciò che noi sappiamo di loro, infatti, non ha permesso di scorgere quel barlume di consapevolezza di sé che è invece carattere distintivo del nostro genere. Eppure è molto probabile che proprio da uno di quei rami abbia preso l’avvio del genere homo: sono infatti state catalogate fino a ora ben nove specie di australopitechi, alcuni di essi assai lontani da noi, quanto a conformazione. Altri, al contrario, più vicini: i progenitori più probabili del genere umano. I reperti più antichi di questa famiglia vanno dai 4-5 milioni di anni fa fino al milione di anni fa, quando alcuni esemplari di homo avevano già cominciato il loro cammino indipendente nella storia dell’evoluzione. Tutti i reperti di australopitechi sono stati trovati in Africa: l’Australopithecus africanus, già nel 1925, e i successivi rinvenimenti dell’Australopitecus Prometheus proprio nell’Africa australe. Altri reperti, invece, nell’Africa orientale, come l’Australopitecus aethiopicus e l’Australopitecus boisei di 2-3 milioni di anni fa. Altri australopiteci più antichi, di 3-3,5 milioni di anni fa, provengono dall’Etiopia, dalla Tanzania e dal Kenya. Tra questi Lucy, una femmina di Australopitecus afarensis trovata nel 1974 ad Hadar, in Etiopia, da Donald Johanson e Tom Gray, e per lungo tempo considerata la prima vera capostipite del genere umano. A Laetoli in Tanzania, sono state inoltre rinvenute impronte di ominidi risalenti a 3,5 milioni di anni fa: come si vede, un mosaico difficile da comporre per definire esttamente quali siano stati i progenitori più antichi della nostra specie. La fase australopitecina, chiusa come detto un milione di anni fa circa, ebbe comunque una sua discendenza biologico evolutiva, generando il primo rappresentante a pieno titolo del genere umano: l’Homo habilis. Questi fece la sua comparsa circa due milioni di anni fa e per quanto sia difficile operare una cesura netta tra i vari anelli della catena, alla sua comparsa appaiono le prime rudimentali testimonianze di umanità propriamente dette. «Io sono dell’idea che lo sviluppo dell’autocoscienza cominci a questo punto, nella storia evolutiva del genere umano» spiega monsignor Fiorenzo Facchini, docente di antropologia all’università di Bologna. «A quel tempo l’Homo habilis aveva inventato una tecnologia specifica per la lavorazione della selce e già i primi nuclei sociali si organizzavano in villaggi di capanne. Penso che questa fase culturale sia già caratteristica dell’essere umano: nessun altro animale al di fuori dell’uomo ha mai prodotto nulla del genere». L’Homo abilis differiva già molto, in termini di aspetto, dal suo antenato. Il viso appariva meno prognato cioè meno allungato in avanti nel mascellare, e soprattutto la capacità cranica era già aumentata di un buon 40 per cento circa rispetto al predecessore: 680 centimetri cubi contro i poco più di 400 degli australopitechi. La statura dell’habilis poteva arrivare fino al metro e mezzo o anche di più, e, quello che più conta, la sua organizzazione sociale lascia intravedere chiari segni di evoluzione. Meglio, di umanità: «Ci sono dei ritrovamenti effettuati in Tanzania che risalgono a circa un milione e ottocentomila anni fa, che dimostrano come l’Homo abilis avesse già sviluppato la capacità di costruire insediamenti abitativi complessi, che prevedevano un’organizzazione del territorio» prosegue Facchini. «Ci sono tracce di basi di capanne e sono stati trovati quelli che in gergo vengono chiamati ”atelier litici”, ovvero i centri di lavorazione della selce che in molti casi veniva trasportata da luoghi lontani e lavorata proprio in questi atelier. La disposizione dei frammenti recuperati fa pensare che vi potesse anche essere una suddivisione organizzata del lavoro». Fabbriche ante litteram, quindi, per i progenitori dell’uomo. Ma non solo. Anche le prime divisioni del lavoro quotidiano sulla base del genere sessuale: «A questa fase dell’evoluzione corrisponde probabilmente anche la divisione sociale dei compiti tra uomo e donna» spiega Brunetto Chiarelli, professore di antropologia ed etnologia all’Università di Firenze, «e in questo periodo si compie anche uno dei grandi passi in avanti dell’evoluzione umana: quello della comunicazione». L’organizzazione sociale, infatti, prevede anche delle modalità di comunicazione più raffinate di quanto non fosse stato necessario in precedenza: «Recentemente» prosegue Chiarelli «sono stati effettuati degli esperimenti molto interessanti da parte dell’équipe del professor Rizzolati, all’università di Parma. Questi esperimenti hanno evidenziato come la sede del linguaggio gestuale e quella del linguaggio vocale sia esattamente la stessa. Si tratta di una zona del nostro cervello, chiamata area di Wernicke, che è deputata alla concettualizzazione e alla formazione delle immagini mentali. L’area di Wernicke si è sviluppata dopo la fase degli australopitechi ed è stata fondamentale per la nascita della comunicazione. Fino a quel momento, infatti, esisteva sicuramente da parte degli australopitechi la possibilità di vocalizzare, qualcosa di simile all’esclamazione spontanea che facciamo noi, quando ci schiacciano un piede, per esprimere il dolore, ma si tratta di versi e non di un linguaggio vero e proprio. Questo deve essere nato poi, con l’espansione dell’area di Wernicke, dapprima in modo gestuale unitamente a un protolinguaggio. Per poter diventare un linguaggio a tutti gli effetti erano però necessarie altre trasformazioni cerebrali». Che genere di trasformazioni? «Quelle relative all’area di Broca, la zona del cervello che presiede il controllo dei muscoli della fonazione. un’area che solo l’uomo possiede così sviluppata». Tra le conquiste di questo periodo, anche la differenziazione del tono della voce tra maschi e femmine. «In questa fase evolutiva l’uomo cominciava a cacciare in gruppo con gli altri maschi» prosegue Ciarelli. «Questo ha dato agli uomini una caratteristica predisposizione per una migliore pianificazione e gestione dell’ambiente. Inoltre il tono della voce maschile si è abbassato, dato che doveva confondersi con il sussurro del vento nelle frasche. Un suono acuto avrebbe fatto fuggire la preda, impedendo la caccia. Al contrario le femmine sono state libere di esprimere i toni acuti, anzi il loro ruolo di raccoglitrici ha fatto sì che il loro cervello diventasse via via più ricettivo nei confronti dei colori, del particolare, di tutto ciò che serviva in origine a un miglior riconoscimento del cibo. Non a caso oggi sappiamo che le donne sono più capaci degli uomini a trovare la giusta aggettivazione nel formulare le frasi. Hanno una innata capacità descrittiva che è più raffinata di quella dell’uomo». Primitive divisioni culturali, di genere, e prime divisioni sociali, dunque. Ma anche crescita di importanza di quella realtà che, con il tempo, è diventata la famiglia: «Da questo momento in poi la famiglia ha smesso di essere il luogo esclusivo della generazione e della procreazione per diventare anche il luogo dell’accudimento e dell’apprendimento» spiega Facchini. «Il piccolo d’uomo, infatti, nasce impreparato a tutto, completamente indifeso rispetto all’ambiente circostante. La famiglia diventa il luogo dell’assistenza, delle cure prolungate. E dell’educazione, che rappresenta la forma primitiva di una cultura che viene trasmessa creativamente e non solo in modo imitativo. La famiglia, quindi, va vista come strumento adattativo che la natura ha usato per consentire all’uomo di sopravvivere». La distinzione tra Homo abilis e Homo erectus, il passo successivo dell’evoluzione umana, deve essere letta nel segno della continuità e non del salto evolutivo: le due specie, infatti, sono difficilmente distinguibili. Homo erectus era sicuramente più massiccio e robusto rispetto ad Homo abilis. Inoltre il suo cervello era più grande: poteva arrivare fino a 1100 centimetri cubi. Homo erectus, dalla sua culla evolutiva in Kenia, Etiopia e Tanzania, ha inaugurato le fasi delle migrazioni che porteranno l’uomo a toccare l’Europa e l’Asia. Per primo nella storia della Terra riuscì a domare il fuoco, circa mezzo milione di anni fa, e a lui per primo si deve la scoperta, se non dell’arte, per lo meno di un senso estetico, del gusto del bello: «Prendendo in considerazione l’Homo erectus» spiega Facchini «ci troviamo di fronte ad alcune manifestazioni che lasciano presumere come in questo momento dell’evoluzione sia scattato il gusto del bello, della decorazione. Ad esempio ci sono dei bifacciali, cioè delle asce in pietra levigate da ambo i lati, che conservano nel centro della roccia l’impronta di un mollusco, o di un riccio di mare, che è stato evidentemente lasciato intatto a scopo decorativo». Ma la stessa fattura dei bifacciali appartenenti ad Homo erectus denota concettualtà e attenzione: «Alcuni bifacciali di questo periodo» prosegue Facchini «sono lavorati in modo simmetrico, nonostante il loro uso non richiedesse questa forma specifica. Questo significa che si era affacciato il concetto della simmetria, che è proprio dell’uomo». «Punto, linea e superficie sono le basi della geometria euclidea» aggiunge Chiarelli «e per giungere a una perfetta lavorazione della pietra, sono da applicare tutti e tre questi concetti. chiaro che la geometria è nata più o meno due milioni di anni fa, con la lavorazione della pietra». Ove per geometria non dobbiamo intendere la soluzione di problemi come la quadratura del cerchio o del teorema di Pitagora ma una progettualità astratta da applicare concretamente nella lavorazione degli utensili utili per la vita di ogni giorno. Anche le prime forme di religiosità cominciano a intravedersi, esaminando i resti appartenenti all’Homo erectus: «Alcuni reperti di mezzo milione di anni fa presentano un allargamento del foro occipitale, quello che collega il cranio alla spina dorale. Probabilmente sono i segni di un rituale di tipo religioso in cui si estraeva il cervello del defunto per mangiarlo. Attenzione però: noi non abbiamo delle testimonianze chiare dell’esistenza di un sistema religioso. Può esserci stato un senso religioso senza che vi fosse una religione, intesa come sistema di credenze e di riti. probabile che la nascita della religione vera e propria come fatto sistematico sia avvenuto in seguito, in epoche molto più vicine alla nostra». Possiamo quindi considerare l’Homo erectus come colui che ha gettato il seme della cultura in senso moderno del termine? Se così è la sua eredità poteva essere raccolta solo dall’Homo sapiens. Anche in questo caso il passaggio evolutivo ha una sua gradualità, al punto che sono di difficile catalogazione quei reperti che appartengono al tardo erectus o al primo sapiens. Ciò nonostante a questo anello della catena evolutiva dobbiamo attribuire la nascita dell’umanità così come noi siamo abituati a concepirla. Questo passaggio viene collocato tra i 200 e i 100 mila anni fa: un passaggio poco documentato nella storia della paleoantropologia e che prepara l’ingresso all’Homo sapiens di tipo cro-magnoide, ovvero l’uomo così come noi lo conosciamo. Le prime testimonianze del grado di sviluppo culturale di Homo sapiens risalgono a 90 mila anni fa e vengono dalla Palestina. Nella grotta di Qafzeh sono stati trovati resti di una donna e di una bambina sepolti con una raffinata sensibilità rituale. I corpi, adagiati su un fianco e finemente agghindati, lasciano trasparire l’aspetto cerimoniale funerario tipico dell’uomo moderno. E se all’Homo erectus avevamo concesso una sensibilità estetica, è con l’Homo sapiens, attorno ai 37 mila anni fa, che troviamo le prime testimonianze artistiche propriamente dette: «Le pitture parietali in ocra e le statue stilizzate raffiguranti figure femminili» sottolinea Facchini «sono oggetti d’arte nel senso compiuto del termine. In sé posseggono la capacità rappresentativa e simbolica che noi oggi chiediamo a un’opera artistica contemporanea». A fianco dell’Homo sapiens c’è l’uomo di Neanderthal, che la paleoatropologia ha detronizzato dal ruolo di anello della catena evolutiva per ridurlo al rango di semplice comprimario nella lotta per l’evoluzione. Il Neanderthal si è estinto, soppiantato dall’Homo sapiens, circa 30 mila anni fa, quando una nuova ondata migratoria di uomini aveva iniziato la sua opera di colonizzazione del pianeta. questa la teoria chiamata ”dell’arca di Noé” (o ”Out of Africa”) suffragata anche dalle più recenti prove del DNA. Gli scienziati che sostengono questa tesi interpretano il successo del sapiens come la logica vittoria del più evoluto sul meno evoluto. A fianco di questa teoria, però, ne esiste un’altra, minoritaria ma non ancora detronizzata. quella del ”candelabro” (o ”multiregionale”) per cui l’Homo sapiens in realtà altro non sarebbe che la naturale conseguenza evolutiva dall’antica migrazione di erectus nelle varie aree del mondo. Evoluzione inevitabile e parallela, quindi, nei vari continenti. Una terza via, intermedia tra le due, è quella definita ”a reticolo”: ondate migratorie provenienti dall’Africa si sarebbero mischiate alle popolazioni preesistenti che di per sé avevano già imboccato il medesimo percorso evolutivo, definendo così il primato del sapiens. Comunque sia l’arrivo sulla scena dell’Homo sapiens ha dato una brusca accelerata all’evoluzione tecnologica e culturale. Ma non solo a quelle: «Al sapiens» spiega Brunetto Chiarelli «dobbiamo altre invenzioni prettamente moderne da un punto di vista culturale, ad esempio la guerra. Fino a quel momento, infatti, esisteva il conflitto interindividuale, quello che si verifica all’interno di due individui di uno stesso branco per questioni di leadership. Ma la guerra in senso stretto è un’altra cosa. Nasce con la civilità agricola ed è legata alla conquista o alla rapina». Dodicimila anni fa, quindi, con lo sviluppo dell’agricoltura nasce un uomo nuovo. Un uomo che sarà capace di lavorare i metalli, interpretare il mutamento delle stagioni. Un uomo che decide per la vita stanziale, abbandonando il nomadismo che ne aveva sempre contraddistinto la vita e la cultura. Un uomo che elabora un linguaggio sempre più sofisticato e che apprende con rapidità le tecniche per difendere le ricchezze accumulate con il suo ingegno e il suo lavoro. Le vicende dell’uomo primitivo, quindi, non smettono di avere i loro punti interrogativi ancora da risolvere. Eppure il progresso delle tecniche di indagine ci sta a mano a mano permettendo di fare luce sul mistero relativo al nostro più antico passato.  l’affascinante condanna dell’uomo: quella per cui non esiste vera conoscenza che non passi anche attraverso la conoscenza di sé e della propria storia biologica, culturale, evolutiva.