Enzo Colimoro Macchina del Tempo, settembre 2003 (n.9), 13 settembre 2003
L’elettrocardiogramma, un’indagine di laboratorio indispensabile al cardiologo per acquisire informazioni preziose sullo stato del cuore e per la localizzazione delle aree in cui il muscolo cardiaco si è deteriorato, compie cent’anni
L’elettrocardiogramma, un’indagine di laboratorio indispensabile al cardiologo per acquisire informazioni preziose sullo stato del cuore e per la localizzazione delle aree in cui il muscolo cardiaco si è deteriorato, compie cent’anni. La scoperta, infatti, si deve al fisiologo olandese Willem Einthoven (1860-1927, nella foto), Nobel per la Fisiologia e la Medicina nel 1924, che nel 1903 pubblicò i dati concernenti il primo elettrocardiografo. Laureatosi in medicina nel 1885, Einthoven, sin dall’inizio della sua carriera di ricercatore condotta all’Università di Leida, dove fu titolare della cattedra di Fisiologia e Istologia, s’interessò delle applicazioni della fisica nella medicina, di elettrofisiologia e, più in particolare, dei fenomeni elettrici collegati all’attività cardiaca. La macchina che Einthoven presentò nel 1903 pesava 275 kg ed era estremamente precisa. In pratica si trattava di un galvanometro a corda che comprendeva una sottilissima corda di quarzo rivestita d’argento e sospesa tra i poli di un elettromagnete. Una volta collegata al paziente, i segnali da pochi milliwatt generati dal cuore e trasmessi alla corda la facevano deflettere nel campo magnetico e i piccoli movimenti così prodotti erano amplificati da un microscopio che li proiettava su carta sensibile alla luce. Facendo scorrere la carta sotto la lente, vi restava impressa una traccia leggibile, detta elettrocardiogramma. Il principio sul quale l’elettrocardiografo si basava, e tuttora si basa, è quello della depolarizzazione: qualsiasi attività muscolare, infatti, presuppone una variazione del potenziale elettrico (depolarizzazione) della cellula muscolare, che di conseguenza si contrae. E a questo processo il cuore non fa eccezione. Le lettere dell’alfabeto oggi utilizzate per descrivere le curve del tracciato (P, Q, R, S, T) sono quelle usate cento anni fa dal pioniere della cardiologia.