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 2003  settembre 13 Sabato calendario

Il tumore alla prostata colpisce il 10% degli italiani ed è secondo sola al tumore al polmone come causa di decesso maschile

Il tumore alla prostata colpisce il 10% degli italiani ed è secondo sola al tumore al polmone come causa di decesso maschile. «Ormai le curve dei due mali tendono sempre più a coincidere» osserva Patrizio Rigatti, urologo presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. Per chi è colpito è difficile accettare la possibilità di perdere, completamente o in parte, le proprie capacità sessuali. Questo accade perché la rimozione di tutta la ghiandola prostatica comporta anche la recisione dei due fasci di muscoli e nervi che permettono l’erezione del pene. Gli uomini sopra i 50 anni sono i più colpiti. Dopo i 70, il tumore alla prostata è il nemico numero uno e supera quello al polmone. Oltre alla predisposizione genetica, sotto accusa sono l’alimentazione scorretta, la vita sedentaria e lo stress, «conviene comunque iniziare i controlli dopo i 50 anni, ripetendoli una volta all’anno», osserva Rigatti, «se però esiste un rischio genetico, cioè una familiarità alla malattia, allora i test dovrebbero cominciare verso i 40-45 anni, sempre con controlli annuali». Ma non è detto che le cose debbano sempre volgere al peggio. In base al trattamento, al tipo di neoplasia e all’età del paziente ci sono probabilità più o meno alte di poter tornare ad avere una soddisfacente attività sessuale. Presso l’Istituto San Raffaele, è stata avviata la prima sperimentazione di un telecomando esterno per stimolare elettricamente un’erezione: « un po’ come un pacemaker cardiaco», osserva Rigatti, «inseriamo due apparecchietti a ridosso dei nervi prostatici e grazie poi a un telecomando esterno il paziente è in grado di innescare la stimolazione elettrica che porta all’erezione». Per quanto riguarda le terapie sono quattro le tecniche più diffuse per affrontare i carcinomi prostatici. «La prima è l’intervento chirurgico», spiega Rigatti, «e con l’asportazione dell’intera ghiandola, si rimuove integralmente anche il tumore». In caso di ricadute, si può ancora intervenire con metodiche meno invasive. «La radioterapia esterna», osserva Rigatti, «è un’altra opzione, ma ha alte ricadute perché non sempre si uccidono tutte le cellule tumorali». In questo caso il recupero della potenza sessuale si ottiene nel 60-80% dei casi. La terza strada è la brachiterapia: l’applicazione di aghi di iodio o palladio radioattivi, che provocano la distruzione dell’intera ghiandola, risparmiando nervi e tessuti nelle immediate vicinanze. Infine la crioablazione, cioè il congelamento della prostata attraverso delle criosonde, portando la temperatura a 170-200 gradi sotto lo zero che provoca la necrosi dei tessuti prostatici. Ancora in fase sperimentale, è invece la Hifu (High intensity focused ultrasound), con sonde a radiofrequenze: distrugge i tessuti con la precisione di un raggio laser. «La malattia rimane una delle più gravi, ma la qualità della vita dei pazienti è migliorata», spiega Rigatti, «in mani esperte le percentuali di conservazione dell’attività sessuale arrivano all’80-85% per i pazienti fino ai 55 anni che hanno conservato entrambi i fasci nervosi e al 50% se ne hanno conservato solo uno. Per i pazienti sui 65-70 anni il recupero è ancora del 50% con due fasci».