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 2003  settembre 13 Sabato calendario

Prima dei 50 anni la probabilità per un uomo di morire d’infarto è sei volte più alta che in una donna

Prima dei 50 anni la probabilità per un uomo di morire d’infarto è sei volte più alta che in una donna. Con il progredire dell’età questa differenza si riduce, per annullarsi quando si raggiungono gli 80 anni. «Queste statistiche riguardano soprattutto il passato. Forse oggi con la parità dei sessi e, quindi, anche degli impegni e degli stress il divario tra uomini e donne in fatto di mortalità per malattie cardiache potrebbe essersi ridotta considerevolmente» osserva Attilio Maseri, direttore Dipartimento cardio-torace-vascolare del San Raffaele di Milano. I fattori di rischio sono infatti legati allo stile di vita (quindi la terna fumo, sovrappeso e sedentarietà è sempre sotto accusa), anche se per i colpiti prima dei 60 anni è spesso presente anche una componente genetica (vedi tabella a destra). «Spesso è il disadattamento nei confronti dell’ambiente, per motivi lavorativi, sociali, familiari, che porta molti uomini a fumare di più, mangiare di più, vivere sotto stress, avere la pressione alta o il diabete», fa presente il cardiologo, «tant’è vero che lo studio di un’équipe inglese ha dimostrato che l’incidenza degli infarti è più alta negli strati sociali più bassi e che il rischio aumenta nei bambini che pesano poco alla nascita per motivi di denutrizione». Per questo si pensa che la riduzione degli infarti registrata nel mondo occidentale negli ultimi vent’anni sia soprattutto dovuta al miglioramento delle condizioni di vita generali. Ma la vera speranza di cardiologi e ricercatori sta ora nella possibilità di studiare le componenti genetiche delle malattie cardiache, incluso l’ictus, per metterle in relazione con quelle ambientali. «In questo modo», spiega Maseri, «potremo avere molte più informazioni non solo sui diavoli che procurano danni ma anche sugli angeli che ci proteggono. proprio grazie alle ricerche che stanno portando avanti al dipartimento di biotecnologie del nostro istituto, uno dei più avanzati al mondo, che riusciremo a chiarire chi è a rischio di qualcosa e chi è protetto da qualcosa». Maseri ritiene che il futuro della medicina stia nell’individualizzazione della prevenzione: «Solo così potremo dare anche messaggi positivi, che migliorano la qualità della vita, invece di indicare i fattori di rischio in maniera generica per tutti, con il risultato che molti diventano indifferenti e trascurano questi avvertimenti. Ho conosciuto un signore che aveva il colesterolo a 300 ed è morto tranquillamente nel suo letto a 102 anni. Non tutti quindi debbono avere le stesse paure». E, in effetti, il 50 percento dei casi di infarto e di ictus non sono spiegabili: «Stiamo cercando di identificare fattori di rischio non ancora noti. Ci manca ancora qualcosa per avere un quadro preciso. Per esempio, dobbiamo ancora identificare quei processi di tipo infiammatorio virale che portano all’occlusione delle arterie. E questa non è che una delle piste da seguire». Recentemente è stata sviluppata una nuova serie di tecniche diagnostiche che in qualche caso potrebbero sostituire la coronarografia, un esame invasivo, ma anche l’unico per il momento che consente di vedere in modo standardizzato se c’è un’ostruzione e se questa si può rimuovere. Fra le nuove tecniche ci sono per esempio l’EBT e il test della proteina C-reattiva. Ma secondo Maseri è improponibile l’idea di fare screening di massa utilizzando tali tecniche, le quali dovrebbero essere invece riservate ai pazienti ad alto rischio. «Nel momento in cui una tecnica diagnostica come l’EBT rivela un’anomalia», spiega Maseri, «se vuoi che il tuo paziente viva bene devi togliergli dalla testa l’idea che potrebbe morire da un giorno all’altro. Invece noi non abbiamo ancora una casistica su cui fare previsioni, non sappiamo ancora se quell’indizio di aterosclerosi (un processo che a un certo livello avviene in tutti noi, ma che non a tutti causa problemi) potrebbe effettivamente creare dei disturbi seri. Non c’è un’evidenza che chi ha un test EBT positivo sviluppi dei problemi rispetto a chi ha risultati negativi». Paradossalmente, il problema sollevato da Maseri deriva dal fatto che in cardiologia i maggiori progressi sono stati fatti nella riparazione dei guasti piuttosto che nell’identificazione dei fattori di rischio e di attive campagne di prevenzione. «Hai avuto un arresto cardiaco? Intanto ti metto un by-pass. Ti si è ostruita un’arteria? Aspetta che te la dilato», osserva Maseri, «proprio queste nostre capacità hanno ridotto la spinta a capire perché i guasti si formano. Ed è lì invece che c’è ancora così tanto da fare».