Fabio Sclosa Macchina del Tempo, settembre 2003 (n.9), 13 settembre 2003
L’imperatrice Creola di Carolly Erickson «I testimoni arrivarono al palazzo municipale alle sette di una fredda serata di marzo, convocati di fretta e avvisati che era richiesta la loro presenza
L’imperatrice Creola di Carolly Erickson «I testimoni arrivarono al palazzo municipale alle sette di una fredda serata di marzo, convocati di fretta e avvisati che era richiesta la loro presenza. Paul Barras, Thérèse e Jean Tallien, e un giovane ufficiale, il capitano LeMarrois, vennero introdotti in una stanza gelida da un imbarazzato tirapiedi che portò una lanterna di stagno e si accinse ad accendere il fuoco nel camino. Si resero rapidamente conto di quanto stava accadendo: il generale Buonaparte, che doveva lasciare Parigi due giorni dopo per assumere il comando dell’armata d’Italia, aveva deciso di sposare la fidanzata prima di partire, e richiedeva la loro presenza come testimoni alle nozze. Come potesse infilare un matrimonio, per non parlare di un viaggio di nozze, prima della partenza, quando era così a corto di tempo e così occupato dai preparativi, riusciva incomprensibile a tutti. E nessuno si sorprese del suo ritardo. Arrivò la sposa - non più Rosa Tascher di Beauharnais, ma Giuseppina, che sarebbe presto diventata Giuseppina Buonaparte - con il suo testimone, Jérome Calmelet, che per un certo periodo di tempo l’aveva aiutata nei suoi affari finanziari. Non era stato invitato alcun membro della vasta famiglia dello sposo, neppure il fratello di Buonaparte, Giuseppe. Il generale sapeva che sarebbero rimasti costernati dalla sposa che aveva scelto e preferiva rimandare il momento in cui avrebbe dovuto affrontarli. Non erano presenti neppure Eugenio e Ortensia. Giuseppina sapeva che Eugenio, che venerava il padre defunto come un eroe santificato della Rivoluzione, avrebbe giudicato qualsiasi secondo matrimonio della madre come una profanazione della memoria di lui. E Ortensia, di norma mite e disponibile verso chiunque, aveva preso in antipatia il còrso, la cui loquacità, maldestra allegria e maniere prepotenti la offendevano (...) Buonaparte era venuto a sapere con certezza che Giuseppina gli aveva mentito riguardo alla sua situazione finanziaria, e che il denaro di cui disponeva non proveniva dalle proprietà di famiglia ma dai suoi amanti e dai suoi investimenti. Non era onesta. Ma egli era talmente innamorato di lei che desiderava sposarla ugualmente. E inoltre, come Barras gli aveva fatto notare, i legami aristocratici di lei, la sua posizione attuale di esponente del bel mondo del Direttorio e il suo nome illustre gli avrebbero conferito un alone mondano decisamente superiore e avrebbero reso meno evidente il fatto di essere uno straniero privo di un’educazione raffinata (...) La breve cerimonia civile si svolse rapidamente. I testimoni apposero le loro firme e Collin-Lacombe, presumibilmente, presentò il certificato a Leclercq il giorno seguente perché lo firmasse. Era tutto a posto. Il generale Buonaparte poté partire per l’Italia da uomo sposato. Giuseppina si trattenne a Parigi, e la sua vita continuò in modo molto simile a prima, con la sola differenza che ora aveva un marito; ma questi non era presente per controllarla o dirigerla. Vedeva i medesimi amici, frequentava i medesimi teatri e caffè, faceva spese eccessive nei negozi che le erano familiari e, di sera, veniva attirata come sempre nella famigerata dimora di Barras dove, quasi certamente, continuava a godere del ruolo di amante. Adesso era additata, non solo come una delle più importanti padrone di casa della capitale, ma anche come la moglie dello straordinario generale Napoleone Buonaparte, e questo dava ulteriore brio e lustro alle sue avventure con Thérèse Tallien e la sfavillante Fortunée Hamelin. I parigini erano travolti da un’insaziabile passione per il ballo, una mania tanto «improvvisa, impetuosa e terribile», disse un contemporaneo, che sembrava quasi una malattia. La gente danzava sulle pietre tombali nel cimitero di Saint-Sulpice, e al Ballo delle prostitute all’Hôtel de la Chine, una sala da ballo creata fra le rovine della Bastiglia, e persino nel convento dei Carmelitani che era carico di ricordi così sinistri per l’ex Rosa di Beauharnais. Il ballo divenne una specie di esorcismo con il quale si volevano far sparire gli orrori del passato. Nel Ballo delle vittime, i parenti dei ghigliottinati irridevano la morte portando un nastro rosso intorno al collo a ricordare il taglio sanguinante della lama, chinando il capo a scatti per imitare la testa che cadeva, indossando abiti color rosso sangue. La febbrile irrisione, il macabro umorismo erano contagiosi; ridere della morte e dei lutti divenne una caratteristica dell’età frenetica del Direttorio. Giuseppina era nota fin dalla sua giovinezza per essere una ballerina dotata di straordinaria grazia e leggerezza, e adesso partecipava con entusiasmo alla generale frenesia per la danza. La sua amica Thérèse, che aveva la passione di fare lo spogliarello e mettere in mostra la sua splendida figura, talvolta ballava nuda. Fortunée, la più giovane, ancor meno inibita e più spontanea del terzetto, civettava sfacciatamente mentre volteggiava nei suoi vestiti leggeri, trasparenti, con gli occhi neri scintillanti che lanciavano inequivocabili richiami. Nella primavera del 1796 Giuseppina e le sue impudiche compagne si fecero molto notare alle feste e ai ricevimenti nei loro abiti attillati alla moda greca, fatti di mussolina trasparente, lo strascico della gonna sollevato e infilato nella cintura, a braccia nude, spalle nude, gambe nude e talvolta seno pressoché nudo, con splendidi brillanti intorno al collo e ai polsi, e cerchietti fanciulleschi di roselline fresche a coronare le pettinature classicheggianti. Talvolta indossavano abiti con lunghissimi strascichi, a volte grandi cappelli da strega dalla tesa incredibilmente larga. Spesso erano accompagnate da un seguito di giovani damerini, i cosiddetti «reggifazzoletti», pronti a esaudirle in ogni desiderio, simili a una sorta di corte un po’ pacchiana (...) Con il trascorrere delle settimane, nella mente della novella sposa il ricordo del matrimonio affrettato negli uffici del municipio, e dei successivi due giorni di viaggio di nozze, deve essere sembrato più un sogno che una realtà. vero che Buonaparte le mandava appassionate lettere d’amore, piene di espressioni di straordinario ardore, e che lei non aveva quasi il tempo di allontanarlo dalla mente, tanta era la frequenza delle sue lettere piene di implorazioni di scrivergli a sua volta. Ma nella Parigi del 1796 il matrimonio in se stesso sembrava una pittoresca, persino arcaica istituzione, residuo d’altri tempi». (dal capitolo XIV ”La creola lussuriosa”, pagg. 133-142)